STORIE DI UN GIORNALISTA CON UNA LAUREA IN FILOSOFIA. Assioma di Cole "La somma dell'intelligenza sulla Terra è costante; la popolazione è in aumento"

sabato 6 febbraio 2016

UNA BELLA RECENSIONE DI ELENA MANCUSO SUL NUOVO ROMANZO DI SERGIO PALUMBO

Cita Shakespeare: “noi siamo della stessa sostanza di cui son fatti i sogni e la nostra breve vita è circondata da un sonno”, lo scrittore e giornalista Sergio Palumbo nelle prime pagine del suo libro “Tre sogni, tre racconti” edito da Le Farfalle, (35 pagine, 10 euro).
E da lì inizia un viaggio letterario che si articola in una terna di storie tra realtà e leggenda, sogno e fiaba. Da dove emerge “l’accuratezza per una Sicilia mitizzata e il gusto per una narrazione nitida”, come annota nella prefazione al testo arricchito da alcune immagini dal sapore onirico, Angelo Scandurra. Tra le pagine si dipana uno stupefacente mondo altro, parallelo, immaginifico, partendo da personaggi, oggetti e luoghi sensibili.
Ne “Il segreto del raggio verde”, prende corpo la stralunata figura del barone Casimiro Piccolo di Calanovella, cultore della metafisica e pittore di acquerelli “magici”. Le sue fate e i suoi gnomi si materializzano quando un eccezionale fenomeno naturale propizia l’incantesimo a Villa Piccolo, la solitaria magione orlandina in cui viveva l’aristocratico occultista. “Quel raro fenomeno ottico – scrive Palumbo – quel sottile strato luminoso verde-azzurro che dura pochi secondi ci aveva regalato un intimo infinito di magia e poesia”. Ed ecco in sogno spuntare il barone che “somigliava al mago di uno dei suoi acquarelli, col cappello a punta e una casacca blu che ricopriva l’intera figura. Il volto era la caricatura del vero Casimiro. Un naso aguzzo, enorme e sanguigno, sporgeva da una lunga barba d’avorio che terminava ad uncino lasciando intravedere appena il disegno della bocca”. Parlava piano e raccontò di un suo viaggio iniziatico che “lo portò a diventare come gli gnomi e a stare con loro ogni tanto nel villaggio di villa Piccolo”.
Nel secondo racconto “Visione al castagno dei cento cavalli” viene descritto un contatto sciamanico tra il protagonista della storia e una pianta cosmica, che è fonte di energia spirituale, come nella leggenda medievale. Il millenario, gigantesco albero che si trova ancora alle falde dell’Etna, rivela in sogno il prodigioso incontro con una regina che sotto di esso, per via di un furioso temporale, aveva trovato riparo molti secoli prima. “Guardandolo per l’ultima volta – scrive l’autore – fui preso dal dubbio: è stato un incantesimo a portarmi fin qui o sono stato io a volerlo? Ho visto degli spettri oppure è stato un sogno? Addio castagno dei cento cavalli e grazie per l’emozione che mi hai fatto provare”.
Prende le mosse da suggestioni letterarie lampedusiane, il terzo racconto “La sirena dalla coda rossa” dove viene narrata la storia di Porporina, fanciulla vittima di un crudele sortilegio, che, trasformata in pesce, vaga senza pace tra il lago elvetico Ceresio e Basiluzzo, un’isoletta disabitata nel mare delle Eolie. “Gli scenari sono autentici, molti particolari sono realistici, ma un altro tempo e un altro spazio proiettano in questo caso – annota Scandurra – in una dimensione favolistica e surreale”. “Ma per quale – si interroga Palumbo – altro sortilegio la sirena dalla coda rossa era finita nel mare di Sicilia e perché mai io, comune mortale, che appartenevo a un tempo e a un mondo tanto lontani dai suoi, avevo avuto il privilegio di udirne il malinconico sospiro, sono segreti che probabilmente non si potranno svelare”. Insomma è il sogno l’emblematico filo conduttore delle tre prose, ma si avverte comunque sullo sfondo, appena percepibile, una presenza di ombre femminili tutte legate alla memoria personale dell’autore. “E da tali fantasmi del passato Sergio Palumbo si è lasciato catturare – osserva Scandurra – per la stesura di questi testi che, dentro lo stile trasognato, fanno tralucere gli accadimenti di una vita vissuta, e ora reinventata”. (Foto Giovanni Franco)
Elena Mancuso

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A.S.

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