STORIE DI UN GIORNALISTA CON UNA LAUREA IN FILOSOFIA. Assioma di Cole "La somma dell'intelligenza sulla Terra è costante; la popolazione è in aumento"

sabato 20 febbraio 2016

LA MALEDIZIONE DELL'ABBAZIA DI THELEMA

CAPITOLO I

 Giuseppina Martorana morì venerdì 13 marzo 1991 con dieci anni di ritardo rispetto al previsto.
I dottori le avevano dato poco tempo da vivere quando un decennio prima era stata portata in ospedale per una caduta accidentale con conseguente frattura del femore. In più aveva un fastidioso principio di raffreddore. Fatto due più due, operata e ingessata, i medici dichiararono che l'operazione era andata bene, ma che considerata l'età e lo stato di salute cagionevole della donna potevano insorgere conseguenze abbastanza gravi e non prevedibili. E consigliarono ai parenti di riportarsela a casa. Quella scivolata non prevista causata dal pavimento ancora bagnato e il bollettino medico non certo incoraggiante fecero temere il peggio e suscitarono nella famiglia una forte preoccupazione buttando nello sconforto la piccola nipote Rosalia; una bimba di dieci anni diventata suo malgrado la confidente preferita della nonna alla quale raccontava momenti della sua vita.
Quando nonna Peppina, a causa del pavimento bagnato scivolò nel bagno e sbatté contro il bidet urlando qualcosa in francese, aveva compiuto da poco ottanta anni. Era nata il 28 giugno del 1901,  passato indenne due guerre, sopravvissuta ad anni di fame e privazioni, fatto tutti i lavori possibili e immaginabili e, considerato che suo figlio, per fortuna, aveva un buon lavoro e il resto della famiglia stava discretamente bene, passava il tempo a predire il futuro con i suoi tarocchi a chi glielo chiedeva ed a togliere il malocchio alle zitelle del paese che per accaparrarsi un fidanzato non esitavano a maledirsi a vicenda augurando alla potenziale rivale in amore tutti i peggiori mali esistenti al mondo. Quel giorno i medici non diedero un responso chiaro sulle condizioni di salute e su cosa intendessero con quel “preparatevi al peggio”, ma da quel “preparatevi” al giorno della sua morte passarono altri dieci anni.
  Quel venerdì, dopo aver finito di mangiare, la vecchia si alzò da tavola, chiuse la porta della sua camera, si sedette sulla vecchia sedia a dondolo e accese la tv per guardare l'ottava puntata dello sceneggiato “I miserabili”. Aveva una cotta per Gastone Moschin e quindi non perdeva nemmeno le repliche. Nessuno, tanto meno sua nipote Rosalia poteva immaginare che aprendo la porta l'avrebbe trovata con la testa reclinata e senza vita mentre sullo schermo del piccolo televisore scorrevano i titoli di coda.
Erano le tre e mezzo del pomeriggio e da quel momento in poi perse anche tutte le puntate di “Portobello”.
  Nonna Peppina viveva insieme a suo figlio Nicola, alla nuora Palmira e alla sua unica nipote Rosalia in una piccola casa di mattoni in Via dei Cipressi. Una viuzza stretta e polverosa, coi marciapiedi stretti e ammattonati male quasi all'uscita del paese ma molto trafficata perché oltre ad essere una via d’uscita per chi volesse andarsene, era anche quella che conduceva al cimitero. Insomma, era l’unica strada che si poteva percorrere sia da vivo che da morto.
Considerata la posizione geografica e la vicinanza al camposanto, era una delle poche zone del paese che aveva resistito alla cementificazione, conservava ancora le casette ad un piano con i tetti fatti di tegole gialle e alla fine della strada resisteva l’unica fontanella ancora intatta dalla quale (ogni tanto) sgorgava l’acqua che proveniva da una sorgente di montagna. Ed era anche per questo motivo che nessuno dei vecchi proprietari se n’era mai voluto andare. Ma la vera ragione, quella che li spingeva a rimanere nelle loro piccole casette e rifiutare un bell’appartamento in centro era la paura della solitudine, il non aver nessuno con cui parlare.
Via dei Cipressi era stretta si, ma dentro ognuna di quelle case ci abitava una famiglia che stava lì da decenni e bene o male (dall’inizio alla fine della strada) si conoscevano tutti. Erano (come dire) vicini di casa a distanza. E allora perché andarsi ad infilare in una di quelle nuove abitazioni a cinque o sei piani che erano spuntate come funghi, creato nuovi quartieri e rovinato la bellezza del paese? Palazzine dalle quali, anche affacciandosi al balcone non si vedeva né un filo d'erba né anima viva con cui parlare.
 In paese nonna Peppina era conosciuta da tutti, ma i giudizi su di lei, come capita spesso a chi si costruisce una certa fama, erano contrastanti e derivavano non solo dalla sua capacità di leggere i tarocchi, ma soprattutto dal fatto che nessuno dei compaesani conosceva il suo passato, quindi per uno strano codice etico non scritto, era lecito inventarsi di tutto. Qualcuno la identificava con una vecchia fattucchiera che aveva fatto un patto col diavolo, molti la consideravano una santa donna che con le sue carte aveva aiutato ed aiutava tante persone in difficoltà. Per i più giovani era semplicemente nonna Peppina, la madre di Nicola, quello che vendeva CD di canzone napoletane e ogni giorno girava il paese col suo piccolo carretto e la musica a tutto volume.
 Di Nonna Peppina si diceva che sapesse leggere i tarocchi perché da giovane aveva frequentato, seppur per poco tempo, quella vecchia villetta in contrada Santa Barbara che tutti conoscevano come l'Abbazia di Thelema. Ma erano solo voci, chiacchiere di paese non confermate e messe in giro da vecchie invidiose rincitrullite con gli anni...  

Nessun commento:

A.S.

A.S.