venerdì 17 aprile 2009

PRIMA O POI... CROLLA TUTTO

di Accursio Soldano
Ponte della Perriera, città di Sciacca. Un serpentone di auto procede a passo di lumaca. Ci vogliono circa 15 minuti per arrivare dalla Perriera in via Ovidio, transitando sul ponte. Il motivo di questo traffico è presto detto: la frana di via Amendola, interrotta al traffico veicolare a seguito del cedimento del muro di sostegno che reggeva la strada. La strada, si sta spezzando a metà, a causa del peso che la frana sta provocando sul tratto di asfalto sano. Se non si interverrà in tempi brevissimi ci ritroveremo con una vera e propria voragine.
Località stazzone. Cosa impedisce di effettuare la manutenzione in località stazzone? I lavori in corso per il Parf? I consueti ritardi burocratici? La mancanza di soldi per comprare un po’ di asfalto?
E cosa impedisce di intervenire nei pressi del tribunale di Sciacca, in via Salvatore Allende? Proprio all’altezza del curvone panoramico che porta in via Giovanni Amendola un vistosissimo dislivello è sotto gli occhi di tutti. E, allora, ci si chiede, quale causa pendente impedisce di intervenire in quest’occasione?
E se la frana di via Amendola continua inarrestabile il suo lento declino, quale controversia giuridica è in atto in via Lido? Cosa impedisce un’attenta e immediata manutenzione in questo tratto di strada? L’asfalto non esiste più, il guard rail è sprofondato, e non è una situazione nuova. Quel tratto di via Lido è in questa condizione da anni, sembra che nessuno riesca a trovare una soluzione. Non l’ha trovata la vecchia amministrazione, non la trova l’attuale.

E non è migliore la situazione delle strade che costeggiano le nostre spiagge. Basta guardare come è ridotta via Ulisse, la strada che collega la città alla località balneare di San Marco, e come sono ridotte le strade, se così si possono chiamare, di località San Giorgio. La sensazione è che siamo in una situazione di lascismo totale. In attesa di tempi migliori.

Ma una considerazione va fatta, e credo sia importante. Tutti i crolli, i cedimenti, gli avvallamenti, interessano strade costruite durante la speculazione edilizia degli anni 70, quando ci fu la corsa alla cementificazione della Perriera. In quei casi, basta buttare un po' di terra di riporto e creare una strada accanto al palazzone. Una strada che prima o poi crollerà.

E se le strade crollano, se rimangono nel dimenticatoio degli uffici tecnici, non meno preoccupante è la situazione degli edifici privati che, ormai vecchi e abbandonati, stanno crollando sotto il peso degli anni e delle piogge che si infiltrano nei muri.

Via cristoforo colombo: Due crolli nell’ultimo mese, l’ultimo ha interessato un pezzo di muro e una parte del tetto di una abitazione, e ha visto l’intervento dei vigili del fuoco e dei carabinieri. Due gli interventi messi in atto. Le strisce che delimitano la corsia di marcia in entrambi i lati della carreggiata e il transennameno con pali e recinsione dell’abitazione che, ancora oggi presenta punti critici.
Non è cessato il rischio crolli, e fino a quando non si risolve il problema, vento e pioggia possono indebolire ancora di più la struttura e far crollare quell’altra parte di tetto ancora in piedi, senza contare che la gran quantità di calcinacci e di travi che si trovano all’interno della struttura, derivanti da precedenti crolli, premono contro la facciata principale.
Ma non è la sola abitazione in quelle condizioni. Così come le strade, anche le vecchie abitazioni, al porto, nel rione San Michele, in via castello, crollano a pezzi e nessuno prende provvedimenti seri.
Speriamo di non arrivare al crollo totale. Non solo di quelle case, ma anche della speranza.

venerdì 10 aprile 2009

MANIFESTO CONTRO ARTICOLO: LA NUOVA FRONTIERA DELLA COMUNICAZIONE


La pubblicità, come si sa, è l’anima del commercio. E malgrado l’avvento del web, non si rinuncia al vecchio manifesto appeso nelle vie cittadine o nei bar, o negli esercizi commerciali. Capita quindi di trovare manifesti che invitano ad una petizione popolare contro la privatizzazione dell’acqua, quello che ti dice come curare l’influenza o, per restare in tema medico, il manifesto che ti annuncia la giornata del diabete. Tutti, in qualche modo, possono interessare i cittadini.
Ancora di più, se il manifesto ti dice che c’è un lavoro per te, o come fare per prendere la patente europea.
Li trovi dappertutto, in ogni città e dentro ogni bar per informare tutti i cittadini. Ma a Santa Margherita belice c’è una nuova frontiera del manifesto, quello a carattere personale.
Nei bar e negli esercizi commerciali infatti, l’amministrazione comunale ha fatto affiggere un manifesto che, lasciando da parte gli evidenti orrori di italiano, non interessava tutta la cittadinanza, ma era una evidente risposta ad un articolo pubblicato su un settimanale locale, la specula. Nell’articolo si parlava della biblioteca comunale. Per tutta risposta, l’amministrazione comunale, invece di scrivere alla redazione del giornale, ha stampato i manifesti e li ha fatto affiggere in città. Con sorpresa di quei cittadini che magari non leggono il giornale locale e si sono trovati di fronte un manifesto incomprensibile, e con maggiore sorpresa di quelli che, leggono il giornale e si chiedono perché spendere soldi comunali per rispondere ad un articolo su un giornale locale.
E meno male che era locale, dove sarebbero quei manifesti se l'articolo fosse stato pubblicato su un quotidiano nazionale?
Che sia questa la nuova frontiera della comunicazione globale?

martedì 31 marzo 2009

CHI E' SENZA PECCATO...


L'MPA e il PD di Sciacca, che nei giorni scorsi apparivano d'amore e d'accordo contro il sindaco uscente Mario Turturici, cominciano a fare i conti con la torta in palio e a porre paletti e condizioni. "Siamo pronti a dialogare con il Partito Democratico, ma solo partendo da un candidato a sindaco da noi proposto. Convergiamo su molti passaggi - dice Pippo Turco - ci siamo già incontrati e condividiamo le critiche all'attuale gestione politico amministrativa, ma si potrà discutere di alleanze solo se il Pd dirà di si ad un progetto che abbia come candidato a sindaco una personalità proposta dal Mpa. Come a dire: noi proponiamo un candidato a sindaco che il Popolo delle libertà non accetterebbe mai, voi ci aiutate e vediamo cosa si può fare!

La cosa buffa, indipendentemente da questi giochi politici che tutti ormai conoscono a memoria, è che l'MPA di Sciacca critica a Mario Turturici l'allenza con Ignazio Messina che sarebbe esponente dell'Italia dei valori, ma gli stessi esponenti dell'MPA non hanno remore ad un accordo trasversale con il maggior partito del centro-sinistra. Se valesse il detto: chi è senza peccato scagli la prima pietra, per alcuni ci sarebbe la lapidazione.

In tanti anni di campagne elettorali ne ho visti di tutti i colori. Gente che vuole assolutamente essere nominato assessore per meriti di partito, o di impegno auto-celebrativo, altri che si candidano a sindaco per "fari scrusciu" per poi sparire dietro un incarico ben retribuito in qualche provincia siciliana, altri ancora che minacciano di far perdere chissà quanti voti alla coalizione per poi ritrovarsi a non avere neppure i voti della famiglia e quelli che si vendono per un po' di visibilità.

Per anni ho fatto campagna elettorale per il candidato di sinistra o di centro-sinistra o per l'amico o il conoscente, risultato? la convinzione che se mi fossi candidato io avrei fatto una figura migliore! Magari non sarei stato eletto... non ho una grande famiglia alle spalle, né sindacati o mutuati o clienti, ma di certo, anche da non eletto la convinzione che negli ultimi 15 anni, almeno 6 assessori e 20 consiglieri se ne potevano stare a casa, non me la toglie nessuno.

sabato 14 marzo 2009

IL BRIGANTE VINCENZO CAPRARO


Il termine "brigante", che comunemente designa chi vive fuori legge o comunque un nemico dell'ordine pubblico, ha acquistato nel tempo anche un significato ideologico e indica, in senso spregiativo, chi si è opposto con le armi ad un nuovo ordine e venne usato in Italia per indicare i componenti delle bande che si sollevavano in armi contro gli invasori. Il fenomeno assume rilievo particolare nelle province napoletane, dove, sia nel 1799 sia nel 1806, le bande - guidate da popolani, da borghesi e anche da sacerdoti, e che raccolgono impiegati, soldati sbandati, contadini e pastori – erano a difesa della loro patria e la loro religione.
Per comprendere il brigantaggio bisogna partire da un cambio dinastico: i Savoia presero il posto dei Borboni, ed assoggettarono l’intero Mezzogiorno al Regno di Sardegna. Ciò comportò una serie di "cause immediate", che associate a quelle "già in atto" generarono il brigantaggio. Tra le cause immediate vanno annoverate il vuoto di forze politiche e militari filopiemontesi, la linea politica antidemocratica ed impopolare voluta dal governo di Torino con aumento del prezzo del pane, dell’olio e del sale e la coscrizione militare, e i forti e laceranti contrasti sociali tra "cafoni e galantuomini.
La legge sull’obbligo di leva poi, favorì il fenomeno della diserzione, e, dal 1861 al 1863, vi furono circa 25.000 disertori. Il Governo però fece votare la legge marziale (legge Pica) che portò alla repressione, provocando 2.500 morti e la condanna di 2.800 ribelli. Molti briganti vennero fucilati prima di un processo perché l’ordine dato ai generali era quello di spargere al Sud un “salutare terrore”.
In Tale condizione i siciliani all'ingiustizia statale cominciarono a preferire la giustizia semplice e, ai loro occhi, efficace, di organizzazioni settarie come l'onorata società" che almeno in quel periodo toglieva al ricco per dare al povero. La mafia che si sviluppò nella parte occidentale dell’Isola era società segreta in cui regnava l’illegalità e in cui il coraggio individuale suscitava il favore e la stima.
Ma queli erano le ragione che spingevano un uomo a diventare brigante?
Fra questi briganti, ce n’era uno sciacchitano. Vincenzo Capraro. Figlio di pastori, anche lui aveva seguito il mestiere del genitore e come tutti i pastori intelligenti e laboriosi ottenne la sua promozione a fattore nella fattoria del signor Casandra. Il fattore però, scrisse il giornale di Sicilia nell’autunno del 1978, scoprì ben presto che Capraro era un malandrino di prim’ordine

Il malandrino di prim’ordine era Vincenzo Capraro, un brigante a capo di una banda. I suoi quattordici gregari erano di Sambuca, di Contessa, di Giuliana, Santa Margherita e Castronuovo comuni posti sui confini della provincia di Girgenti con quella di Palermo. Nessuno dei gregari era di Sciacca.
Le devastazioni, ribellioni armate, estorsioni e ricatti della banda Capraro dal 1868 al 1878 furono innumerevoli, i soli reati principali denunciati e conosciuti, in questi 10 anni di brigantaggio, furono quasi 40 e fra essi erano ben nove sequestri di persona. Il quartiere generale di Capraro era ubicato nelle montagne tra Giuliana, Burgio e S. Margherita, al confine tra le province di Agrigento, Palermo e Trapani. Come altri briganti, Capraro aveva scelto una località di confine fra diverse province per sottrarsi alla sfera di competenza delle relative polizie.
Craparo brigante o semplice delinquente?

Sulla banda Capraro sul mutuo soccorso fra le bande armate operanti nelle province occidentali dell'isola sulle protezioni che le stesse bande godevano, il Prefetto di Palermo, in un rapporto di Gabinetto del 30 luglio 1874, scriveva: "L’unica vera banda, composta non si sa con precisione se di 9 o più malfattori tutti a cavallo, sarebbe quella comandata dal Capraro nella provincia di Girgenti e questa, com’è solito fare appena passato l’inverno, è a fare le sue scorrerie in questa provincia. La banda di Capraro divenne ancora più potente e pericolosa, quando vi si unirono i banditi Leone, Di Pasquale, Rocca e Rinaldi.
Con Placido Rinaldi, nell’aprile del 1875, spalleggiato dai briganti Alfano e Merlo, Vincenzo Capraro cercò di sequestrare, il possidente Stivala di Cerami. Fu quello, l’ultimo atto del brigante sciacchitano. Nel giugno del 1875 infatti, Capraro cadde nella trappola tesagli dalle forze dell’ordine e venne ucciso nel conflitto a fuoco che ne seguì; i giornali riportarono con rilievo la notizia della fine del pericoloso elemento.
Il "Giornale di Sicilia" del 4 Ottobre seguente, riferendosi a quanto aveva pubblicato la "Gazzetta di Girgenti" del 2 Ottobre, scrieva fra l’altro: "Il feroce e famigerato Vincenzo Capraro che da molti anni teneva in allarme con le sue audaci e sanguinarie imprese la provincia di Palermo, la nostra e quella di Trapani, e nel quale era personificata la vera mafia malandrinesca militante, quest’uomo insozzato dei più audaci e nefandi misfatti, che viveva coi suoi di ogni sorta di ruberie, che negli scontri frequenti con la forza pubblica vide in passato cadere a sé d’intorno ed arrestati e uccisi i più audaci e feroci briganti della Sicilia senza incapparvi esso mai, fece anch’egli la fine comune ed inevitabile a tutti i masnadieri, vale a dire cadde ucciso sotto il piombo della forza pubblica".
A.S.

mercoledì 11 marzo 2009

GIOCHI E AFFARI DI MAFIA


In provincia di Agrigento, ci sono almeno tre sale da gioco in ogni paese. Un giro di denaro ammontante a svariati milioni, in una provincia in cui il tasso di disoccupazione è il più alto d’italia e dove tanti padri di famiglia non arrivano a fine mese. Eppure le sale da gioco sono sempre piene. La Guardia di Finanza del comando provinciale, agli ordini del tenente colonnello Vincenzo Raffo, ha avviato una indagine proprio nel campo della gestione di questo nuovo businnes fatto da macchinette mangiasoldi, poker on line e giochi vari.
Ma non solo per preservare i padri di famiglia da eventuali irreparabili danni, ma soprattutto perché le sale da gioco sono tra gli affari più redditizi di Cosa Nostra. Lo ha confermato il mese scorso Andrea Bonaccorso, pentito del clan Lo Piccolo, ai magistrati. Il collaboratore ha raccontato che i Santapaola di Catania e i Fontana dell’Acquasanta avrebbero investito nel business dei centri scommesse a Bagheria ed ha ricordato quando Pino Scaduto, ritenuto il capomafia di Bagheria, mandò Sergio Flamia a riscuotere l’estorsione all’agenzia di bookmakers vicina ai Santapaola.
Anche un altro pentito, Maurizio Spataro, ha parlato dell’affare scommesse facendo riferimento al danneggiamento subito nel febbraio 2007 dall’agenzia palermitana “Forza 13” di Via De Gasperi. Nella sua recente relazione la Direzione Nazionale Antimafia evidenzia come poker on line, macchinette nei bar, sale giochi, sono indispensabili ai boss per riciclare denaro sporco ed avverte che le infiltrazioni mafiose possono interessare “sia l’assetto societario delle concessionarie, sia la possibilità che a soggetti incensurati, titolari di concessioni o di licenze per singole sale giochi, si affianchino soci occulti inseriti organicamente nella criminalità organizzata”.
La Guardia di Finanza di Agrigento indaga, anche per preservare tante famiglie letteralmente prese dal vizio del gioco che in tanti casi porta alla rovina sociale ed economica. Ed a Sciacca (così come in altri paesi9 abbiamo avuto esempi eclatanti, con gente che ha perso casa e lavoro.

sabato 7 marzo 2009

IL CIRCO PIERANTONI

di Accursio Soldano
C'era un tempo in cui quando arrivava il circo, eravamo tutti felici. Finalmente arrivava lo spettacolo, con numeri stupefacenti. I loro camion colorati e i clown dipinti sulle fiancate ravvivavano la città. Erano piccoli circhi, ma riuscivano a portare tanta felicità. Nella zona dove abitavo io c'era una piccola piazzetta, il rione fratelli bandiera, e ogni anno, puntualmente arrivava il Circo Pierantoni. Quattro tiranti piantati per terra e via al montaggio del tendone a strisce giallo e blu. La piazza era piccola, ma anche col tendone montato, c'era spazio per il traffico veicolare.
A quel tempo c'era solo un cinema che proiettava a settimane alterne le eroiche gesta di Maciste e di Ercole, e i film di Franchi e Ingrassia, non c'era internet, e in pochi avevano la televisione. Il circo era la novità che tutti aspettavano per un anno intero, e quando arrivava, in quella piazza posta al centro di un complesso di case popolari, la gente si lanciava in una spontanea gara di solidarietà.
Era come se la famiglia si allargasse, come se fossero arrivati i parenti da un'altra città.
Mia madre forniva l'elettricità per le luci lampeggianti della cassa, la nostra vicina di casa lasciava il cancello aperto, ed ogni tanto arrivava qualcuno del circo a riempire un bidone d'acqua, sia per gli animali che per il loro fabbisogno; non ci si poteva permettere il lusso di comprare l'acqua minerale. In cambio, i bambini curiosavano, chiedevano, volevano scoprire i segreti. Come faceva quella bella ragazza a camminare su quel filo posto a due metri di altezza? Qual era il segreto di quel ragazzo che si infilava in bocca una torcia e sputava fuoco? Mi svelò il trucco una mattina, dentro la sua roulotte, e fu per me la fine di un mito.
Ma il Circo Pierantoni era una famiglia, faceva parte della famiglia, di tutti, a volte rimaneva nella stessa piazza per quasi un mese. E ricordo ancora la gente che, seduta su quelle gradinate fatte con tavole di legno, seguiva attentamente, anche alla ventesima replica, “O zappatore”, la Cavalleria rusticana, o la storia di Peppino Musolino, ed alla fine del secondo tempo, quando la recita finiva, tirava fuori dalle tasche i fazzoletti. Poi tutti a casa. Anche oggi il circo aveva concluso il suo spettacolo. Pierantoni era il Mario Merola siciliano.
Giovanni Lozopone, ma come dichiara lui stesso, “nessuno mi conosce con questo nome”, è nato a Marsiglia, in Francia, ma dall'età di 8 anni abita in Sicilia e ha passato tutta la sua vita nel circo. Prima insieme al padre, poi, dal 1961 con un proprio circo regionale, ha cominciato a viaggiare per paesi e città portando in giro il nome di un colonnello della casa di Pinerolo.
“Quando mio nonno morì, cadendo dal trapezio, Rodolfo Pierantoni, anche lui circense e titolare del circo dove lavoravano i miei nonni, si offrì di fare da tutore a mio padre, mio zio e mia zia, che a quel tempo erano giovanissimi. Crescendo con lui, siamo stati, da sempre, conosciuti come i figli di Pierantoni”
Fino al 1993, quando, per ragioni d'età, deise di chiudere la sua attività circense. L'ultima serata è stata a Lentini, con un incasso di 3 milioni: un grande incasso per quei tempi. Quello fu l'ultimo spettacolo del Circo Pierantoni,
Oggi Giovanni Lozopone, meglio conosciuto come Gianni Pierantoni, ha 79 anni, vive a Francofonte dove ha acquistato un piccolo pezzo di terra e ci ha messo su le giostre per i bambini. Ma la tradizione continua, sua figlia Egle adesso fa parte della grande famiglia Togni.

giovedì 26 febbraio 2009

LA SICILIANA RIBELLE DI MARCO AMENTA

di Accursio Soldano

Esce il 27 febbraio, nei cinema di tutta Italia, il nuovo film del regista siciliano Marco Amenta, dal titolo "La siciliana ribelle" ispirato alla storia di Rita Atria, la ragazza di 17 anni che nel 1991 denunciò gli assassini del padre e del fratello. Rita veniva da una famiglia mafiosa di Partanna e rivelò al giudice Paolo Borsellino ciò che sapeva sugli uomini di Cosa nostra del suo paese. Dopo l'attentato a Borsellino, Rita si suicidò, a Roma, dove viveva sotto protezione. Il film non ricostruisce la cronaca ma è un omaggio alla memoria della Atria. La protagonista della pellicola si chiama Rita Mancuso: da bambina è convinta che suo padre sia un eroe e vuole solo vendicare la sua morte. Dovrebbe chiudere gli occhi, accettare le regole che governano il suo paese, come ha sempre fatto sua madre, ma non ci sta. Il film segue il suo avvicinamento allo Stato, il suo spaesamento quando viene trasferita a Roma sotto protezione, la sua ricostruzione insieme alle forze dell'ordine dei fatti che aveva appuntato sul suo diario. Fino al processo che, come nella realtà, portò all'incriminazione di molti mafiosi. Man mano che la storia si sviluppa il suo desiderio di vendetta si trasforma in desiderio di giustizia, ma quell'isolamento e l'uccisione del suo confidente le saranno fatali. Il regista palermitano Marco Amenta, da me intervistato, ci tiene molto a sottolineare che è importante non raccontare la mafia in maniera romantica.

venerdì 20 febbraio 2009

E ADESSO ASCOLTIAMO I SOLITI NOTI


E per la nota politica ascoltiamo adesso Cota, Quagliariello e Gasparri.
Pensi che domani si possa cambiare e vedere cosa hanno da dire anche gli altri 300 e passa deputati, e invece il giornalista della RAI, piazzato davanti alla Camera dei deputati, con uno sfondo di passanti che saluta i parenti a casa e li avvisa via cellulare che, “finalmente sono in TV, finalmente anche io ho i miei 15 minuti di popolarità” ci ripropone la stessa cosa. Tutti i giorni. Il “bravo” giornalista, che in questi casi ha solo il compito di piazzare il microfono davanti la bocca degli intervistati e prendere qualche appunto che possa servire da introduzione, dopo la sua breve presentazione sul fatto politico del giorno ci dice che ascolteremo… Cota, Quagliariello e Gasparri. Se poi siamo fortunati e c’è una nota di quel disgraziato di Di Pietro che si vanta di fare opposizione, potremo persino ascoltare Bonaiuti e ammirare le sua mani che gesticolano all’unisono con la bocca, come farebbe papa Benedetto XVI. Altrimenti ci dobbiamo accontentare di vederlo con gli occhialetti da sole e il sorrisino ebete, piazzato dietro Berlusconi.
E tutti i giorni ascoltiamo l’opinione di Cota, Quagliariello e Gasparri (simboli della cultura politica di questa nazione) che sono diventati così familiari da essere scambiati, a seconda della stagione, per i tre briganti della famosa canzone di Modugno, o per i re magi che annunciano solo cose buone e accusano Erode di chissà quale misfatto dialettico. Naturalmente, essendo sempre chiamati a parlare, rispondono quasi a memoria a qualsiasi domanda, e di solito la risposta si articola in una breve, brevissima dissertazione sull’argomento e poi una lunga lunghissima dissertazione su quelli della sinistra che non dialogano, che vanno sempre all’attacco e che… se non ci fossero loro che pensano per noi, saremmo ancora in mano a Che Guevara, Lenin, Topolino, Zagor e Gramsci.
Nei casi più eclatanti, quando il TG ha un po’ di tempo in più, ecco arrivare l’incravattato Capezzone che cerca in tutti i modi di darsi un tono ed una credibilità, ma soprattutto di far vedere a Berlusconi che lui si, adesso è allineato e coperto, (quale minchia di sinistra, ma quale radicali, quei morti di fame che ogni tanto digiunano e che al congresso erano in 39) e che sta prendendo lezioni di tonalità da Bonaiuti (non si sa mai, dovesse prenderne il posto). Naturalmente, qualunque sia l’argomento, la colpa è sempre della sinistra.
L’informazione politica, quella che ci propina la RAI, è un monopolio Cota-Quagliariello-Gasparri, il trio fantasticus, gli unici che hanno qualcosa da dire, ma soprattutto, gli unici che dicono sempre le stesse cose. E meno male che c’è l’inchiesta sugli appalti a Napoli, altrimenti avremmo ancora, tutti i giorni l’Italo Bocchino a parlare di quando ha perso le elezioni in Campania.
L’informazione fa il paese forte, diceva Lenny Bruce. Ma accidenti, quello era un comico!

mercoledì 18 febbraio 2009

UNO PARTECIPA, UNO VINCE!


Uno partecipa, Uno vince. E' come quando vai dal tabaccaio e compri un Gratta e Vinci... uno gratta e (se capita) uno vince. Anche il comune di Santa Margherita dovrebbe attrezzarsi e mettere in vendita i gratta e vinci comunali. Il gioco è molto semplice: metti un premio in palio, lo pubblicizzi (si fa per dire) e inviti alcuni amici a grattare, per vedere se magari, ti viene fuori un incarico.

Stranamente, per l'organizzazione del Premio letteraio Tomasi di Lampedusa, hanno partecipato un concorrente per ogni sezione, manco il rischio che due partecipassero per la stessa figura professionale messa in palio...

E così, per il posto di direttore del premio ha partecipato il prof. Pasquale Hamel (solo lui ha saputo di questo bando di gara... come ha fatto a saperlo? qualcuno gliel'ha detto?). Per la figura denominata "Coordinatore e implementazione" (che cavolo vuol dire?) s'è presentato solo un concorrente Gregorio Sparacino (che il premio lo conosce benissimo) e per la figura professionale di "tecnico e assistenza" (a chi? tecnico di che? del suono, delle luci? assistenza agli anziani, ai due precedentemente citati? a chi doveva assistere?) anche qui, una sola concorrente, Rosy Abruzzo che, considerata la lunga gavetta nella presentazione dei carnevali di Sciacca poteva anche presentarsi come coordinatore. Invece no, guarda caso, anche qui, nessun conflitto di interessi e nessun rischio che due soggetti si presentino per la stessa figura professionale.

I tre si conoscono? Si sono parlati prima della presentazione dei vari curriculum? hanno deciso a priori o è stata una piacevole coincidenza che ha tolto dall'imbarazzo il sindaco di S. Margherita Belice?

Ormai è andata. Grazie per la trasparenza!

venerdì 6 febbraio 2009

L'arcigay contraria al carro allegorico sull'omosessualità

di Accursio Soldano
Parte la centonovesima edizione del carnevale saccense che quest’anno, dopo tre anni di esilio nel quartiere Perriera ritorna nel centro storico e rischia di diventare una edizione minore del Gay-Pride nazionale con tanti giovani mascherati da Platinette che cantano…”sono nato io, mezzo si e mezzo no, sono nato gay”
Risolti i problemi di viabilità, quest’anno i dieci carri allegorici, cinque di categoria “A” e altrettanti di seconda fascia, ritornano a far tappa in Piazza Scandaliato.
Ma sebbene tutti i carri siano ancora in fase di assemblaggio e nelle scuole di danza si provino le coreografie e gli inni, c’è già un carro allegorico che incuriosisce e fa discutere.
Si chiama “Un mondo diverso” ed è un carro di fascia B che, secondo le previsioni catalizzerà l’attenzione di tutti i partecipanti. A costruirlo, l’associazione culturale “Tira e molla” che nel suo mondo diverso, ha voluto affrontare il tema dell’omosessualità, con un inno, scritto da Giuseppe Gulino e Baldo Sclafani che inneggia all’omosessualità ed all’orgoglio di essere gay.
Sul carro, la maschera principale sarà quella di Lucio Carofiglio, barese di nascita e saccense di adozione, sosia di Platinette che dopo anni di partecipazione passiva al carnevale di Sciacca, quest’anno ha voluto impegnarsi in prima persona. La sua presenza l’ha confermata ai microfoni di Toni Fisco nello speciale “aspettando il carnevale” che andrà in onda stasera alle 21.

L’associazione saccense che costruisce il carro, grazie anche a Carofiglio, ha coinvolto l’Arcigay nazionale, ma Agostino De Caro, neo presidente provinciale, ha declinato l’invito.
“La sede nazionale –di ha detto De Caro- ci ha trasmesso l’invito pervenuto dall’associazione di Sciacca che costruisce il carro, ma noi, in questo momento siamo impegnati ad organizzare il congresso fondativo ad Agrigento, che finalmente, dopo tanti anni, apre una propria sede nella città dei templi. Non credo che parteciperemo al carnevale, perché non ritengo che l’omosessualità sia un problema da mettere su un baraccone del carnevale con tante persone mascherate da Platinette. In questo momento –continua De Caro- abbiamo bisogno di fare lotte serie, se ci mettiamo su un carro di carnevale a fare la cretina, di sicuro perdiamo il rispetto della gente”.
Insomma, malgrado il rifiuto della neonata associazione agrigentina dell’arcigay, la sensazione è che i giorni di sfilata dei carri allegorici, si trasformeranno in una specie di gay-pride, con il coinvolgimento delle associazioni di categoria, che lottano per “un mondo diverso”.
La manifestazione si svolgerà dal 19 al 24 Febbraio. I primi due giorni sfileranno solo i gruppi mascherati, i successivi, a turno, tutti i carri allegorici con esibizione lungo le vie cittadine e sul palco allestito nella piazza principale. Rogo finale il martedì sera della maschera simbolo chiamata "Peppe Nappa".

lunedì 26 gennaio 2009

MARTA ABBA E LUIGI PIRANDELLO: STORIA DI UN AMORE

di Accursio Soldano
Sono ben 560 lettere, quelle che Luigi Pirandello scrisse a Marta Abba, e lei gli rispose ben 280 volte, a testimonianza di un rapporto che andava al di là della semplice collaborazione artistica. Musa ispiratrice del grande scrittore e commediografo agrigentino, Marta Abba fu una delle più grandi interpreti del Novecento, e soprattutto, una delle più grandi interpreti delle commedie del grande drammaturgo siciliano.
Nata a Milano il 25 giugno 1900, primogenita del commerciante Pompeo Abba e di Giuseppina Trabucchi, ebbe con Pirandello un rapporto molto intimo, al punto che lo stesso scrittore agrigentino in una delle sue lettere scriveva “…Marta non m’abbandonare,… non è possibile che tu non sia, come autrice vera e sola, in tutto quello che ancora faccio. Ma io sono la mano. Quella che in me detta dentro, sei tu”
Si è molto discusso, su una presunta storia d'amore, da alcuni ritenuta solo platonica, tra l'attrice e il grande scrittore siciliano, ma sebbene nessuno, ancora oggi sia in grado di affermare con certezza che fra i due non ci fosse solo un amore platonico, e che tutto fosse amplificato dalla celebrità raggiunta da Pirandello dopo il conferimento del premio Nobel, si può affermare con certezza che il rapporto fra i due fu di notevole intensità sentimentale. Senza contare che la loro collaborazione artistica regalò pagine importanti al teatro italiano.
Marta Abba cominciò a studiare recitazione presso l'Accademia dei Filodrammatici, ed esordì sulle scene teatrali nel 1922 nel Gabbiano di Cechov. Nel 1925 avvenne la svolta decisiva della sua carriera artistica. Luigi Pirandello, che l’anno prima grazie ad una sovvenzione di 50.000 lire concessagli da Benito Mussolini aveva creato il teatro “dei dodici”, letta una critica di Marco Praga che ne esaltava le qualità sceniche, la scritturò come prima attrice del suo nuovo Teatro d'Arte di Roma con un contratto che prevedeva una paga di 170 lire giornaliere. Da quel momento, la giovane attrice milanese divenne la musa e l'interprete preferita dal drammaturgo siciliano, portando in scena quasi tutti i suoi lavori. Da “Diana e la Tuda” a “L'amica delle mogli”, fino a “Come tu mi vuoi”. Marta Abba conquisterà il drammaturgo fino a identificarsi in una immagine vivente del teatro pirandelliano: il successo dell’uno sarebbe stato il successo dell’altra.
A testimonianza del rapporto con Pirandello, rimane un epistolario. Un carteggio di circa 560 lettere scritte dallo scrittore, alle quali l'attrice rispose per 280 volte, poi donato all'Università di Princeton nel New Jersey e pubblicato integralmente soltanto nel 1994 da Mursia “Caro maestro... lettere a Luigi Pirandello (1926-1936)”; mentre “Lettere di Luigi Pirandello a Marta Abba”, pubblicato da Mondadori nel 1995, contiene solo le lettere scritte da Pirandello all'attrice.
La pubblicazione avvenne tardi perché per decenni la grande attrice italiana aveva meditato sull'opportunità di mettere a disposizione degli studiosi quei documenti, e continuava a rimandare ogni decisione, combattuta tra il desiderio di rivelare al mondo un Pirandello intimo ed ancora ignoto, e il pudore d'infrangere il velo di riserbo sul loro rapporto.
Nel 1985, all'età di ottantacinque anni, finalmente l'attrice si mise in contatto con l'università di Princeton, che fu ben disposta ad accettare la donazione, garantendone la conservazione e la pubblicazione da parte della Princeton University Press.
Gli ultimi anni li trascorse a San Pellegrino Terme dove morì il 24 giugno 1988, il giorno prima di compiere 88 anni.

venerdì 23 gennaio 2009

UN LIBRO SULLA STORIA DI GIUSEPPE BELLANCA

di Accursio Soldano
La vita di Giuseppe Bellanca, il siciliano che è entrato nella storia dell’aviazione mondiale, è fatta di grandi conquiste e di una grande delusione: non aver fornito a Lindberg il suo monoplano per la trasvolata in solitario da New York a Parigi, ma quando Clarence Chamberlin e Charles Levine con il loro “Miss Columbia” atterrarono a Eisbleden in Sassonia, a 170 chilometri da Berlino, alle 6,30 del 7 giugno 1927, dopo aver percorso, in 44 ore, quasi 6000 km. Chamberlin aveva battuto di ben 700 km il record di Lindberg (atterrato col suo Spirit of Saint Louis a Parigi). L’aeroplano sul quale viaggiavano i due aviatori, battezzato “Miss Columbia” era partito da New York alle 6 e 5 minuti (ora americana) del 4 giugno, e oltre al record di distanza, era il primo velivolo con passeggero a bordo.
Il “Miss Columbia”, entrato nella storia dell’Aviazione, era stato ideato e disegnato da un giovane ingegnere siciliano emigrato in America: Giuseppe Mario Bellanca.
Il volo, in realtà, doveva concludersi a Berlino, ma a causa del maltempo e per la fitta nebbia, i due piloti atterrano a Eisleben. La meta fu raggiunta il giorno 8, dopo un atterraggio a Klinge, in Prussia, dovuto ad un errore di rotta.
L’aeroplano ideato da Giuseppe Bellanca aveva un peso totale di quasi 2500 kg inclusi 1920 litri di benzina e 90 di olio, poteva viaggiare ad una velocità di 180 km/ora ed era munito di un motore Wright Whirlwind da 400 cavalli, raffreddato ad aria.
Una versione meno potente del “Columbia”, il Wright-Bellanca-2 equipaggiato di un motore di 200 cavalli, aveva già conquistato con Acosta e Chamberlin, il record di durata, volando per 51 ore 11 minuti e 25 secondi consecutive. E fu proprio con la conquista di questo record che il velivolo, dapprima chiamato col nome suggestivo di «Mistero», si impose all’attenzione di tutti, tanto che lo stesso Lindberg lo aveva scelto per la sua trasvolata oceanica da New York a Parigi.
Non se ne fece niente perché il socio di Bellanca non era convinto che Lindberg potesse riuscire nell’impresa di trasvolare l’Oceano.
Ma chi era questo ingegnere siciliano che aveva rivoluzionato il modo di volare e aperto all’aviazione la possibilità di nuovi orizzonti?
Giuseppe Mario Bellanca nacque nel 1886 a Sciacca. Da giovane frequentò l’Istituto Tecnico di Milano, laureandosi nel 1908 in matematica. Durante i suoi studi per la seconda laurea in ingegneria aeronautica decide di disegnare e costruire il suo primo aereo. Il primo disegno di Bellanca era un “pusher”, ma non avendo i fondi disponibili per la costruzione si associò con Enea Bossi e Paolo Invernizzi. L’unione dei tre produsse, all’inizio di dicembre del 1909, il primo volo di un aereo totalmente italiano (come disegno e costruzione). Il volo fu breve, ma fu l’inizio di un’epoca!
Il secondo aereo progettato da Bellanca, però, sebbene fosse stato costruito con successo, non volò mai perché non si trovarono i fondi sufficienti per comprare il motore.
Su pressioni di suo fratello Carlo che si era già stabilito a Brooklyn, nel 1911, a 25 anni, Giuseppe Bellanca decise di emigrare in America, e spinto dalla sua passione per il volo, prima della fine dell’anno cominciò a costruire il suo terzo aeroplano con il quale, dopo aver imparato a volare, per guadagnarsi da vivere decise di aprire una Scuola di volo. Uno dei suoi studenti era il giovane Fiorello La Guardia, futuro sindaco di New York City. In cambio delle lezioni di volo, La Guardia insegnò a Bellanca a guidare un’automobile.
Ma la scuola di volo non gli bastava, lui voleva disegnare e costruire aerei. L’occasione gli venne offerta da alcune società americane che lo ingaggiarono come consulente, e poi come progettista per gli aeroplani che montavano i motori Wright.
E fu proprio alla “Wright Aeronautical Corp.” che Bellanca rivoluziona il modo di volare. In controtendenza alla dominante formula biplana, disegna il primo di una serie di monoplani ad ala alta controventata e cabina chiusa. Ed è subito successo: il “Model CF” (poi migliorato e ribattezzato WB-1) vince tredici gare su tredici. Il WB-1 però ebbe vita breve. Il velivolo aveva già vinto una corsa e una competizione di efficienza, ma un incidente distrusse l’aereo durante la preparazione per un tentativo di battere il record mondiale di volo di durata senza rifornimento. Fortunatamente, Bellanca stava già lavorando su una versione migliorata che battezzò con semplice nome di WB-2.
Ma la grande avventura, quella che farà di Bellanca uno dei pionieri della storia dell’aviazione inizia nel 1926.
In quell’anno, il Wright-Bellanca-2 aveva vinto due gare di efficienza al National Air Races di Filadelfia e visto il successo, si pensava di mettere l’aereo in produzione, ma Wright per evitare di respingere altre compagnie aeree che erano potenziali acquirenti dei motori, decise di non dare seguito al progetto. Deluso da questa decisione Bellanca lasciò la Compagnia e si mise in società con un giovane uomo d’affari americano, Charles Levine creando la “Columbia Aircraft company”. L’unione con Levine è caratterizzata da grandi imprese e da grandi delusioni. Fu proprio lui, che nel 1926 respinse la richiesta di Charles Lindbergh di comprare il WB-2, per il volo da New York a Parigi.
Il velivolo, ribattezzato “Miss Columbia” si prese la rivincita pochi giorni dopo, attraversando l’Atlantico e Parigi e stabilendo il nuovo primato di distanza. Partito da New York, sorvolò Princetown, Harbour, Halifax, Terranova, Capo Race, Plymouth, Gand, Crefeld, Dortmund, Cassel e atterrò a Eisleden.
Malgrado il successo dell’impresa, che aveva portato due uomini al di là dell’Oceano, e ad una distanza superiore a quella di Lindgerg, dispiaciuto dal fatto che il Columbia non era stato il primo aereo a compiere la trasvolata oceanica, Bellanca troncò tutti i rapporti con Levine e creò la sua propria compagnia, la “Bellanca Aircraft Corporation of America”.
Con essa omologa il “Bellanca CH200”, monoplano a sei posti per trasporto passeggeri e con la versione successiva, il “CH300” del 1929, migliorata e rimotorizzata registra i primi, corposi ordini d'acquisto: 35 esemplari per varie compagnie di trasporto. Ormai, gli aerei costruiti da Giuseppe Bellanca sono richiesti e usati in tutta L’America.
Ma Bellanca non è contento e continua la sua ricerca per migliorare i suoi aerei. Tra il 1929 e il 1939 la Bellanca Corp. concepisce una serie incredibile di velivoli di successo: il “PM300 Freighter”, primo velivolo della storia a trasportare un carico pagante superiore al proprio peso e lo stesso PM 300 dotato di un motore Packard Diesel stabilisce il primato di durata senza scalo e rifornimenti in 84 ore e 33 minuti, mentre il “Model E Senior Pacemaker” avrà in dotazione i paracadute installati sotto i sedili, proprio come ancora oggi, in tutti gli aerei. Nel 1936 il “Model 28-70” compie la traversata da primato New York-Croydon in 17 ore e 13 min. e frutterà ordini per velivoli che parteciperanno alla Istres-Damasco-Parigi del 1937.
Ed è proprio con un monoplano disegnato da Bellanca e battezzato “Leonardo Da Vinci” che l'aviatore Cesare Sabelli varcherà l'oceano, diventando così il primo aviatore italiano a compiere la trasvolata.
All'inizio del secondo conflitto mondiale Bellanca varierà i progetti dei suoi aerei, realizzando addestratori militari come il “14-7” e il “14-9”, un triposto a doppio comando con posti affiancati anteriori e, subito dopo la seconda guerra mondiale crea il “14-19 Cruisemaster” che nel 1959 subirà la fortunata metamorfosi nel “Bellanca Viking”, monoplano che ancora oggi solca i cieli.
Giuseppe Bellanca, ammalatosi di Leucemia, morirà a NewYork nel 1960, ma la storia degli aerei disegnati e costruiti da questo giovane ingegnere sciacchitano, che a 25 anni emigrò in America in cerca di fortuna e di soldi per poter costruire i suoi monoplani, continua con la produzione odierna dei modelli Decathlon e Scout.
Nel 1993 suo figlio, August Bellanca ha donato i documenti professionali e personali di suo padre all’Archivio del Museo Nazionale dell’ Aria e dello Spazio di Washington (National Air and Space Museum), dove ogni anno, migliaia di visitatori rendono omaggio a questo piccolo uomo sciacchitano che, partito dalla Sicilia senza i soldi per poter comprare il motore del suo aereo, è diventato uno dei pionieri nella storia dell’aviazione.

In preparazione un libro che racconta la storia di Giuseppe Bellanca, e dei piloti che, con i suoi aerei, batterono tutti i record mondiali. Il libro contiene anche articoli e foto dell'epoca d'oro dell'aviazione mondiale.

L'ATTUALITA' DEI VICERE' DI ... DE ROBERTO

di Accursio Soldano
Quando Federico De Roberto morì, a Catania, il 26 luglio del 1927, aveva la netta sensazione di essere un fallito. Era riuscito a superare brillantemente il boicottaggio degli ambienti più conservatori, ma non il giudizio del filosofo Benedetto Croce, che definì “I Vicerè” un feuiletton, un’opera farraginosa e cerebrale, tutta di intelletto e priva di sentimento. Denunciare il fallimento del Risorgimento, anche attraverso la storia di una immaginaria famiglia non era cosa facile per quei tempi: forse era questo, il maggior torto di De Roberto.
“I Vicerè” fu pubblicato nell'agosto del 1894 dall’editore Galli di Milano, e sebbene oggi sia considerato il capolavoro dello scrittore siciliano, per uno strano gioco del destino, a quel tempo, fu l'inizio del suo progressivo isolamento e la “conferma” che, malgrado i suoi sforzi letterari, nessuno avrebbe inserito il suo nome fra gli scrittori italiani. Su quel romanzo lo scrittore ci aveva lavorato per ben due anni. Due anni pieni di infinite ricerche, tanto da procurargli una fatica sia mentale che fisica, che lo psichiatra svizzero Dubois, al quale De Robertò si rivolse, definì, con una diagnosi alquanto approssimativa, come «uno dei più rari casi di isterismo mascolino». In realtà, al di là della diagnosi medica, i problemi erano da ricercare nella sua sensazione di fallimento, dovuta soprattutto alle critiche negative al suo romanzo. E pensare che Luigi Capuana stesso, il 5 ottobre del 1894 scrivendo all'amico ebbe a dire “Dall’Illusione ai Vicerè hai fatto non un salto, ma una volata lunga, meravigliosa.”
Ma non bastava il giudizio positivo del suo conterraneo Capuana. In una lettera all'amico Mario Puccini, De Roberto scriveva che “Nessuno sa meglio di me quanto poco ho fatto e quanto è giustificato il silenzio che mi circonda per ora e quello, più grande, che avvolgerà il mio nome. I sogni, sì, erano vasti e belli, ma ne tradussi, troppo male, troppa poca parte”. Una vera e propria dichiarazione di fallimento. Sia personale che come scrittore. Il risultato fu un progressivo isolamento da tutto e da tutti.
E pensare che oggi, quel romanzo, in cui le vicende del risorgimento meridionale sono narrate attraverso la storia della famiglia nobile degli Uzeda, è considerato uno dei capolavori del 900.
In realtà, nel progetto originale, quella degli Uzeda, questa immaginaria famiglia discendente dagli antichi Viceré di Sicilia, doveva essere una trilogia, ma De Roberto riuscì a completare solo i primi due volumi. “L'illusione” pubblicato nel 1891, è basato sul personaggio della ricca nobildonna Teresa Uzeda, che, dopo aver lasciato il marito e il figlio per inseguire i suoi sogni d’amore, scopre le illusioni della vita, “I Viceré”, che si chiudeva con l’elezione al Parlamento di Consalvo Uzeda nel 1882, e infine “L'imperio” che avrebbe raccontato la storia parlamentare di Consalvo e la sua vita a Roma, a partire dal 22 novembre 1882, giorno di inizio della XIV legislatura. Ma la freddezza e i giudizi negativi con il quale fu accolto il secondo capitolo della trilogia, e i pochi giudizi positivi alla sua precedente attività letteraria, fecero sì che De Roberto non completasse il terzo capitolo. Che sarà pubblicato postumo nel 1929 da Mondadori. Sebbene ci abbia provato.
Lo scrittore infatti, abbandonò il progetto dell'Imperio nel 1894 dopo aver scritto i primi cinque capitoli, e lo riprese nel 1908, quando si trasferì a Roma per frequentare gli ambienti parlamentari e giornalistici. In quell'anno, il giorno di Natale comunicò alla madre che “Ieri, vigilia di Natale, ho scritto la prima pagina del romanzo. Andrò avanti? Chi ne sa niente!”. Il trasferimento nella capitale era, si può dire, un atto dovuto. De Roberto aveva bisogno di toccare con mano quello che riportava nel suo romanzo, “Sono stato e starò ancora un pezzo alle calcagna di un redattore politico del Giornale d’Italia seguendolo per i ministeri, alla Camera e al Senato, perché il personaggio del mio libro si deve occupare di queste cose”. Ma alla fine, il romanzo non fu completato.
Ma a cosa erano dovuti quei giudizi negativi ai primi due libri della trilogia degli Uzeda, tanto da condizionarne la produzione letteraria, e al punto da attirarsi la critica negativa del filosofoBenedetto Croce? Una delle cause è da ricercare nella non-scelta della scrittura.
Salta subito agli occhi che, mentre nel primo romanzo la protagonista, presumibilmente ispirata dal romanzo “Madame Bovary” di Flaubert, si allontana dalla morale pubblica per compiere una sorta di percorso formativo al contrario, gli altri due romanzi della trilogia hanno un impianto scenico corale, nel quale è vero, spicca come attore protagonista il principe Consalvo, che, per reagire al declino della sua casata, decide di darsi alla politica.
Il primo romanzo è, come lo definì lo stesso scrittore siciliano “un monologo di 450 pagine” dove sia la narrazione che il linguaggio sono prevedibili. Teresa Uzeda, la protagonista, è una donna superficiale, testarda e capricciosa la cui cultura è fondata sulle favole della vecchia nutrice, sul melodramma e sulla cattiva letteratura. Far parlare una simile donna significa riempire il libro di stereotipi e di banalità: cosa che De Roberto fa!
E allora, per certi versi, non si può dare torto a Croce quando dichiara che “pare, come se tutte le donne e gli uomini dei racconti di questa sorta di passioni e avventure amorose, siano convenute nel romanzo a ripetere stancamente le parti da loro innumerevoli volte recitate”
De Roberto era convinto che l’osservazione realistica fosse possibile solo nel dialogo, e che l’indagine della sfera psicologica, invece, coincidesse con l’auto-osservazione dello scrittore, riflesso nei personaggi come in un gioco di specchi. Questa specie di doppio binario creativo mischiava un linguaggio e un modo narrativo, che era allo stesso tempo di stampo verista e psicologistica .
Un punto d'unione fra Verga e Bourget.
Ne “I vicerè” De Roberto segue gli Uzeda, li spia, nel descriverli li rappresenta avari, feroci, smaniosi di primeggiare fino al grottesco. Ma non c’è più, come nel primo libro un singolo personaggio, una prospettiva ristretta del mondo, stavolta è il narratore che si sposta sulla scena, come il regista di una piece teatrale, da un personaggio all’altro, da un punto all’altro dello spazio e del tempo.
Amico di Giovanni Verga e sostenitore della poetica verista, De Roberto applica rigorosamente i dettami linguistici del verismo, portandoli però alle estreme conseguenze. Ne risulta, come ovvio, una totale impersonalità del narratore e una precisa osservazione dei fatti. E, nonostante le dichiarazioni in senso contrario, subisce l’influenza dello psicologismo di Paul Bourget che lo scrittore conobbe di persona e frequentò in Sicilia.
Proveniente da una nobile famiglia catanese, Federico De Roberto nacque a Napoli il 16 gennaio 1861, ed alla sua prima formazione scientifica affiancò l'interesse per gli studi classici.
Giornalista e scrittore, Federico De Roberto iniziò a scrivere per “L'illustrazione italiana” descrivendo la traslazione delle ceneri di Vincenzo Bellini nella cattedrale di Catania. Poi collaborò con importanti riviste e quotidiani. Da “Il Don Chisciotte”, di cui fu direttore dal 1881 al 1883, a “Il Fanfulla della Domenica”, nel quale si firmava con lo pseudonimo di Hamlet, fino a La Domenica Letteraria, Il Giornale di Sicilia, Il Giornale d'Italia e Il Corriere della Sera.
Oggi si discute dei Vicerè come uno dei capolavori del verismo, con tutta la sua piena attualità.
“E vedi lo zio come fa onore alla famiglia? Quando c'erano i Viceré, i nostri erano Viceré; adesso che abbiamo il Parlamento, lo zio è deputato!”