martedì 16 giugno 2009

UN SALUTO A IVAN DELLA MEA

È morto sabato notte all'ospedale San Paolo di Milano il cantautore, poeta e scrittore Ivan Della Mea. Aveva 69 anni. La cerimonia per dargli e l’ultimo saluto è stata oggi, presso il Circolo Arci Corvetto, di cui è stato presidente, in via Oglio 21 a Milano. Non molto famoso per molti, ma un mito per alcuni. Comprai il primo disco di Ivan della Mea a Brescia, durante una "festa dell'unità", poi altri titoli, ma quello che amavo di più era il suo disco "il rosso è diventato giallo".
Nato a Lucca il 16 ottobre 1940, si era presto trasferito a Milano dove, insieme a Gianni Bosio, fu tra i fondatori del Nuovo canzoniere Italiano. Dagli anni '90 era direttore dell'Istituto Ernesto De Martino di Sesto Fiorentino.
Insieme a personaggi come Giovanna Marini, Paolo Pietrangeli, Della Mea con i Dischi del Sole, una collana fondamentale per la cultura italiana, ha documentato una stagione in cui la musica accompagnava, da un lato, i fermenti giovanili degli anni '60 e, dall'altro, testimoniava dello stretto legame tra la politica della sinistra e le lotte del nostro Paese. A quel tempo, alla fine degli anni 70 io viaggiavo fra Sciacca e Brescia, e avevo una idea precisa della sinistra. Erano i tempi delle lotte, degli articoli sul quotidiano "L'Ora" e di qualche telefonata di "minacce". Oggi siamo ridotti al "democratico" che per fortuna, non è ancora "cristiano"

Il suo vero nome era Luigi e la sua attività si è svolta pressoché interamente a Milano, dove si era trasferito giovanissimo e dove ha cominciato a scrivere canzoni. Di quel periodo, il brano più famoso è Cara Moglie. Per la sua carriera di autore e di militante l'incontro fondamentale è stato quello con Gianni Bosio. Negli anni '90 è stato anche il direttore dell'Istituto De Martino, uno delle più prestigiose istituzioni dell'antropologia musicale italiana. Tra i titoli più famosa della sua discografia il Rosso è diventato giallo, Se qualcuno ti fa morto, La nave dei folli, La piccola ragione di allegria.

Un saluto al grande Ivan Della Mea, che ha accompagnato con i suoi disci, insieme a Claudio Lolli e pochi altri, la mia gioventù.

lunedì 15 giugno 2009

NON C'E' DUE SENZA TRE?


Il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad il 25 maggio 2008 ha detto che le relazioni del suo Paese con l'Italia «sono buone”. Insomma, detto dall’ex pasdaran della rivoluzione di Khomeini, che partecipò nel 1979 al sequestro di 444 ostaggi americani nell’ambasciata a Teheran, c’è da credergli. Anche se la sua “vacanza romana” non è stata da ricordare.
Muammar Gheddafi che ha concluso da poco la sua vacanza a Roma, è venuto in Italia per "dare seguito al consolidamento delle relazioni tra i due Paesi, dopo la firma del Trattato di amicizia e cooperazione tra Italia e Libia il 30 agosto dello scorso anno a Bengasi da parte del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il colonnello". Anche qui, proteste. Però è venuto in Italia.
Adesso ci manca solo il generalissimo Than Shwe, capo della giunta militare in Birmania che viene in Italia ad incontrare il nostro premier, e forse, finalmente, molti capiranno che stiamo andando verso una repubblica di chiaro stampo fascista.

venerdì 12 giugno 2009

COLA PESCE ESISTE DAVVERO

di Accursio Soldano
Se navigando per il mediterraneo, lungo le coste della Sicilia, vi imbatterete in una forma strana di pesce, non preoccupatevi, potrebbero essere i figli di Cola e di una Ninfa. Perché, gli uomini pesce esistono veramente e già nel 1726, uno studio ne accertava l’esistenza.
In verità le leggende che riguardano la Sicilia sono molte. Secondo il poeta Pindaro (Pitiche, I, versi 13-28), come già Eschilo (Prometeo incatenato, versi. 351-372), il gigante Tifeo giaceva sotto l'intera regione compresa tra l'Etna e Cuma, collegando in questo modo i fenomeni vulcanici campani con quelli della Sicilia.
La leggenda dice che la Sicilia è sorretta da questo gigante, che osò lottare contro Zeus e impadronirsi della sede del cielo. E per questo motivo venne condannato a questo supplizio. Sopra la sua mano destra stava Peloro (Messina), sopra la sinistra Pachino, e mentre Lilibeo gli comprimeva le gambe, sopra la testa era posato l'Etna. Le eruzioni del vulcano, secondo la leggenda, erano dovute alla rabbia di Tifeo che dal fondo del mare proiettava sabbia e vomitava fiamme dalla bocca. Spesso si sforzava di smuovere il peso e di scrollarsi di dosso le città e le grandi montagne: allora la terra tremava. Il mito di Tifeo, venne citato e sfatato, addirittura da Dante Alighieri che lo inserì nella sua Divina Commedia in una quartina nell'ottavo canto del Paradiso.
Ma a sfatare ancor di più questa leggenda, arrivò un frate spagnolo, Benito Jeronimo Feijo che rivisitando le leggende siciliane scrisse un'opera in nove volumi pubblicati dal 1726 al 1740 e arrivò a sostenere l'esistenza degli uomini-pesci. Questi, in linea di principio, secondo le teorie del monaco, sono veri e propri esseri umani che un bel giorno hanno risposto alla chiamata delle acque.
Nel sesto volume del suo “Teatro Critico Universal”, pubblicato nel 1726, il frate abbonda in dettagli e addirittura svela i nomi di coloro che in qualche modo gli hanno fatto perdere quel carattere di scetticità che lo accompagnava, fino ad ammettere la possibilità dell'esistenza degli uomini pesce. Al punto che, per giustificare la leggenda di Francisco de La Vega, l’uomo-pesce di Lierganes, il frate porta come esempio, la storia di Cola Pesce.
La leggenda racconta che, Cola passava più tempo in mare che sulla terra ferma. Conosceva le ninfe e seguiva le sirene. Per questo motivo, i messinesi lo chiamarono Cola Pesce. Federico II, avendo ricevuto notizie delle strabilianti imprese di questo ragazzo, lo volle mettere alla prova promettendogli grandi doni e la mano della principessa se avesse superato tre prove. Il re, dal Palazzo Reale, gettò una prima volta, nel tratto di mare sottostante, un vaso d'oro e invitò Cola Pesce a ripescarlo. Il pescatore, dopo essersi tuffato, riaffiorò con in mano il vaso d'oro lanciato una prima e una seconda volta.
Al terzo tentativo, che era quello decisivo, Cola Pesce rimase in fondo al mare e non riapparve più in superficie. In realtà egli non era morto ma successe che, giunto in fondo al mare, si era accorto che una delle tre colonne, la colonna Peloro che, secondo la leggenda era sostenuta da Tifeo, si era incrinata e stava per spezzarsi con la conseguenza che Messina potesse sprofondare da un momento all'altro. Fu così che decise di rimanere in fondo al mare, per sostenere sulle sue spalle la colonna di Capo Pelòro.
Forte di questo racconto, e delle notizie apprese sul conto dell'uomo di Lierganes, fatti i dovuti riscontri con i testimoni oculari dell'epoca, il monaco spagnolo, lasciando da parte ogni inclinazione verso i dettami della dottrina della Chiesa, arrivò ad ammettere l'esistenza degli uomini pesce.
Secondo Feijoo, ad una naturale inclinazione verso il mare ed una speciale predisposizione per il nuoto, si aggiunge la pratica continuata, tanto dell'esercizio natatorio come della ritenzione della respirazione. Tutto questo porta a risultati sorprendenti, come quelli che riuscirono ad ottenere Francisco de la Vega e Cola Pesce. Che esistono veramente e vivono nelle profondità degli oceani.
In più, accertata la possibilità di esistenza di questi individui, secondo il monaco spagnolo risulta naturale che uomini e donne con queste abilità, avessero dato vita ad una razza di uomini-pesce.
Insomma, nel mediterraneo, ancora oggi ci si può imbattere in strani esseri, metà uomo e metà pesce. Niente di anormale: potrebbero essere i figli di Cola e di una Ninfa.

giovedì 11 giugno 2009


di Accursio Soldano
Vito Bono, elegante medico, con la passione di camminare a piedi, comprare i giornali all’edicola Coco di via cappuccini e fare colazione nel bar di fronte, (pagando sovente caffè, più per gentilezza e bontà d'animo che per altro) è il nuovo sindaco di Sciacca ed è stato eletto direttamente al primo turno ottenendo il 51,5% dei consensi.La candidatura di Vito Bono, supportata da 5 liste, ha avuto la meglio su quelle di Mario Turturici, sindaco uscente e appoggiato dal PdL, che ha avuto il 33% dei voti, su quella di Giuseppe Bono, a capo della lista “Bono Sindaco” che ha superato il 6 %, su quella di Alfredo Ambrosetti, esponente dell’UdC che ha realizzato il 5,7%, su quella dell’avvocato Stefano Scaduto della lista “Popolari per Sciacca” (1,9%) e su quella, infine, di Simone Lucchesi Palli, candidato dell’IdV che, supportato dal deputato nazionale Ignazio Messina arriva solo all’1%, segnando la fine (almeno a Sciacca) dell'influenza messiniana.

Ma, a dispetto di quel che si possa pensare dai numeri, non è stata una battaglia politica. E’ stata la lotta fra il sindaco uscente Mario Turturici, accompagnato da diffusi commenti di "è antipaticu" e Vito Bono, accompagnato dall’epiteto di “bravu cristianu”.

Se lotta politica c’è stata, i simboli dei partiti erano veramente pochi.

Vito Bono ha già ringraziato quanti lo hanno sostenuto ed ha promesso che rimarrà quello di sempre, ossia “un sindaco tra la gente, il sindaco di tutti, anche di quelli che non lo hanno votato, e soprattutto, indipendente”.
Ma c’è un altro dato che accompagna le elezioni saccensi da almeno 20 anni a questa parte. Per battere il centro destra, non deve candidarsi la sinistra, quando l’ha fatto, ha sempre perso. Ha perso candidandosi contro Ignazio Messina che si presentava, prima con un movimento politico, La Rete, e poi con la Lista Messina, ha perso quando la sinistra si è schierata contro Ignazio Cucchiara che ha presentato una lista civica alternativa alla sinistra, ed ha perso contro Mario Turturici cinque anni fa. Siamo seri: l'ultimo candidato a sindaco, veramente di sinistra, è stato Siso Montalbano. Poi solo alieni!
Vito Bono ha dichiarato sin da subito che è il primo sindaco indipendente a vincere le elezioni. Elezioni nelle quali, ancora una volta, la sinistra di Sciacca, che oggi festegia, ha perso in partenza, non presentando neppure il simbolo del partito e con i suoi iscritti disseminati in varie liste. Se c’è qualcuno che ha vinto, parlando di partiti, questo è l’MPA di Marciante e Turco, che con Cusumano e Montalbano formano il “nuovo” che ritorna.
Tutti gli altri candidati si sono spartiti la parte rimanente della torta: accettabili i risultati di Giuseppe Bono e di Alfredo Ambrosetti, deludenti quelli di Stefano Scaduto, molto scarsi quelli di Simone Lucchesi Palli.Adesso, finiti i festeggiamenti, inizia la corsa alle poltrone e alle alleanze. Vito Bono ha dichiarato che è un uomo e un sindaco indipendente, senza nessuna tessera di partito, ed io gli credo perché l'ha dimostrato. Ciò significa che non dovrebbe tenere conto delle alleanze in campagna elettorale e scegliere gente competente in ogni settore della vita pubblica.
Ma naturalmente, tutti, i fantapolitici saccensi di sinistra, centrosinistra, centro del centro sinistra, di centro e di destra, fra poco cominceranno a portare le fatture per riscuotere la poltrona.
Una nota a margine molto personale. Mi sono accorto che il sindaco Vito Bono, nelle due o tre volte che ci siamo visti, mi ha appena accennato un saluto, quasi irritato.
Mi auguro che questo sia dovuto al fatto che IO abbia detto o fatto qualcosa che ha offeso la persona Vito Bono (cosa che non ho mai fatto) e che il passaggio da “accù, vuoi il caffè” ad un saluto appena accennato e infastidito non sia dovuto alla mia scelta di candidarmi in una lista contraria alla sua coalizione. Nel primo caso potrei anche accettare il cambio d'umore, nel secondo, mi verrebbe difficile capirlo.
In ogni caso, chiarisco fin da adesso (nel caso qualcuno avesse questo timore) che non ho nessuna intenzione di “presentarmi” davanti la porta a chiedere l'elemosina. Né come persona e tantomeno come giornalista. Per questo lascio il posto a qualche mio collega abituato alle questue.
Faccio gli auguri di buon lavoro al nuovo sindaco, sperando di incontrare al bar Vito Bono.

lunedì 8 giugno 2009

LA "COSA BERLUSCONI" VISTO DA SARAMAGO


di Josè Saramago (Premio Nobel per la letteratura)

No veo qué otro nombre le podría dar. Una cosa peligrosamente parecida a un ser humano, una cosa que da fiestas, organiza orgías y manda en un país llamado Italia. Esta cosa, esta enfermedad, este virus amenaza con ser la causa de la muerte moral del país de Verdi si un vómito profundo no consigue arrancarlo de la conciencia de los italianos antes de que el veneno acabe corroyéndole las venas y destrozando el corazón de una de las más ricas culturas europeas. Los valores básicos de la convivencia humana son pisoteados todos los días por las patas viscosas de la cosa Berlusconi que, entre sus múltiples talentos, tiene una habilidad funambulesca para abusar de las palabras, pervirtiéndoles la intención y el sentido, como en el caso del Pueblo de la Libertad, que así se llama el partido con que asaltó el poder. Le llamé delincuente a esta cosa y no me arrepiento. Por razones de naturaleza semántica y social que otros podrán explicar mejor que yo, el término delincuente tiene en Italia una carga negativa mucho más fuerte que en cualquier otro idioma hablado en Europa. Para traducir de forma clara y contundente lo que pienso de la cosa Berlusconi utilizo el término en la acepción que la lengua de Dante le viene dando habitualmente, aunque sea más que dudoso que Dante lo haya usado alguna vez. Delincuencia, en mi portugués, significa, de acuerdo con los diccionarios y la práctica corriente de la comunicación, "acto de cometer delitos, desobedecer leyes o patrones morales". La definición asienta en la cosa Berlusconi sin una arruga, sin una tirantez, hasta el punto de parecerse más a una segunda piel que la ropa que se pone encima. Desde hace años la cosa Berlusconi viene cometiendo delitos de variable aunque siempre demostrada gravedad. Para colmo, no es que desobedezca leyes, sino, peor todavía, las manda fabricar para salvaguarda de sus intereses públicos y privados, de político, empresario y acompañante de menores, y en cuanto a los patrones morales, ni merece la pena hablar, no hay quien no sepa en Italia y en el mundo que la cosa Berlusconi hace mucho tiempo que cayó en la más completa abyección. Éste es el primer ministro italiano, ésta es la cosa que el pueblo italiano dos veces ha elegido para que le sirva de modelo, éste es el camino de la ruina al que, por arrastramiento, están siendo llevados los valores de libertad y dignidad que impregnaron la música de Verdi y la acción política de Garibaldi, esos que hicieron de la Italia del siglo XIX, durante la lucha por la unificación, una guía espiritual de Europa y de los europeos. Es esto lo que la cosa Berlusconi quiere lanzar al cubo de la basura de la Historia. ¿Lo acabarán permitiendo los italianos?

Articolo di El Pais 6 giugno 2009


Non vedo che altro nome si possa dare. Qualcosa di pericolosamente vicino ad un essere umano, una cosa che fa festival, organizza orge in un paese chiamato Italia. Questa cosa, questa malattia, è un virus che rischia di essere la causa di morte nel paese della morale, se non un grande inizio di vomito nella coscienza degli italiani, prima della fine, riempiendo le vene di veleno per distruggere il cuore di una delle le culture più ricche in Europa.

I valori fondamentali della convivenza umana sono calpestati ogni giorno con i piedi viscidi di Berlusconi, che tra i suoi molti talenti ha la capacità di essere un funambolo delle parole, di invertire l'intenzione e il significato, come nel caso del Popolo della Libertà, che è il nome del partito per l’assalto al potere. L'ho chiamato “criminale” e questa cosa non mi dispiace. Per motivi di natura sociale e semantici che altri possono spiegare meglio di me, il termine reato, in Italia, ha una più forte carica negativa che in qualsiasi altra lingua parlata in Europa.
Per tradurre in maniera chiara che cosa penso della “cosa Berlusconi” ho usato il termine nel senso che la lingua di Dante gli dà normalmente, anche se ho il dubbio che Dante l’abbia mai utilizzato. Criminalità nel mio portoghese, significa, secondo i dizionari e la pratica della comunicazione "atto di commettere reati, rompendo le leggi o le norme morali."
La definizione si basa su Berlusconi “cosa” senza una ruga, senza tensione, al punto da essere come una seconda pelle. Per anni, la cosa Berlusconi ha commesso crimini di gravità variabile. E se non bastasse, non solo disobbedisce alle leggi, ma, peggio ancora, fa fare leggi per salvaguardare i suoi interessi pubblici, privati di politico, d’uomo d'affari, di accompagnatore di bambini. E non vale la pena parlarne in termini di norme morali, poche persone nel mondo e in Italia non conoscono Berlusconi.
Questo è il Primo Ministro italiano, questa è la “cosa” che il popolo italiano ha eletto due volte per servire come modello, questa è la strada verso la rovina dove si stanno trascinando i valori di libertà e di dignità che hanno permeato la musica di Verdi e la politica di Garibaldi, quelli che hanno presentato l’Italia del XIX secolo, durante la lotta per l'unificazione. Una guida spirituale per l'Europa e per gli europei. Questo è quello che la “cosa” Berlusconi vuole buttare in un bidone dei rifiuti della storia. Gli italiani consentiranno questa fine?

sabato 6 giugno 2009

POCHE DONNE, NESSUN EXSTRACOMUNITARIO.


Donne. Si parla tanto di donne in politica, delle quote rosa che dovrebbero esserci e che invece non ci sono, si parla della politica al femminile, e alla resa dei conti, si scopre che le donne, in ambito politico sono sempre una piccola parte. Insomma, una specie di precari della politica.
A guardare le liste per queste elezioni amministrative, si scopre che dei 379 candidati al consiglio comunale, le donne inserite nelle liste sono solo 53, insomma, solo il 14 per cento del totale. Un numero veramente esiguo, ma in linea con tutte le precedenti tornate elettorali. Come a dire, si parla, si parla, ma alla fine, per le donne in politica, almeno a Sciacca, non cambia niente e non c’è spazio. Sembra che la politica, tranne rari casi, sia un fatto prettamente maschile.
La maglia nera va a due liste civiche che appoggiano il candidato Vito Bono. “La tua Sciacca” e “Democratici e liberi”, presentano in lista solo una donna. Insomma nella tua sciacca fatta di persone libere e amanti della democrazia, su 61 candidati, solo 2 solo donne.
Non scherzano nemmeno i popolari per Sciacca, del candidato Scaduto che hanno inserito nella lista solo due donne, mentre PDL, Forza Sciacca e alleanza azzurra, tre liste che appoggiano Mario Turturici, possono contare su un totale di 9 donne. Tre per ogni lista.
Chi può contare su un vero e proprio esercito di donne, è il dandidato dell’Italia dei valori Simone Lucchesi Palli. Nella sua lista, su 21 candidati ben 9 sono donne. Insomma, il 42 % dei candidati appartiene al gentil sesso.
Buon numero anche per Giuseppe Bono che presenta 7 donne in lista, 5 sono nella lista Democratici per Sciacca, 4 nell’MPA e nelle liste autonoma saccense, Impegno comune, e Sciacca al centro.
Sempre 4 è il numero delle candidate al consiglio comunale, inserite nella Lista Casini che presenta come candidato a sindaco Alfredo Ambrosetti.
Non sappiamo quante di queste donne saranno elette al consiglio comunale, ma di certo, ancora una volta, il numero sarà esiguo.
Una nota a margine. Nelle 14 liste, non risulta nessun extracomunitario. Nessuno degli emigrati che abita a Sciacca e che magari lavora in qualche bar o in campagna, si presenta come candidato a sostenere le ragioni di una comunità che, inutile nasconderlo, a Sciacca esiste ed è pure numerosa. E nessun gay dichiarato. Eppure ad Agrigento hanno creato il circolo arcigay. Sarebbe stato interessante avere, un rappresentante in consiglio comunale.

giovedì 23 aprile 2009

RICOSTRUZIONE DA RICOSTRUIRE

di Accursio Soldano
Il terremoto in Abruzzo ha riacceso, negli abitanti della valle del Belice colpita dal terremoto, vecchi dubbi, e riportato alla luce vecchie pratiche lasciate nei cassetti.
Nei paesi dove la ricostruzione, a quarant'anni dal sisma continua ancora, dove in alcune zone manca ancora l'illuminazione pubblica e le fognature, il recente terremoto che ha colpito la regione del centro Italia ha messo paura e posto delle domande: anche le abitazioni costruite dopo il terremoto del Belice sono state fatte usando materiale scadente?.
Nei paesi come Montevago, Santa Margherita Belice, Menfi e in tutti gli altri comuni dove la ricostruzione non è ancora finita, gli abitanti si ritrovano a guardare le loro abitazioni e gli edifici pubblici sperando che la ricostruzione post terremoto sia stata fatta bene e che gli edifici siano stati costruiti seguendo le regole. Ma così non è!
“Tutti i progetti presentati –ci dice il sindaco di Montevago Antonino Barrile che ha fatto parte della commissione ex articolo 5 ed aveva il compito di approvare i progetti– rispondevano alle normative antisismiche. Ma non credo che nessuno abbia mai fatto dei controlli sui materiali che venivano usati e non potrei garantire che al momento della ricostruzione siano state rispettate tutte le normative”.
Insomma, una cosa è il progetto presentato sulla carta ed approvato dalla commissione, altra cosa la messa in opera dello stesso. Nessun controllo da parte di nessuno.
La preoccupazione, che anche al sud, le abitazioni e gli edifici pubblici post-terremoto siano stati costruite male, ormai è diventata quasi certezza. Scuole, edifici comunali, chiese, asili, quasi tutti gli edifici pubblici del piccolo paese montano presentano crepe e, in molti casi, progetti di ristrutturazione presentati alla Regione e finiti nel dimenticatoio.
E se per la procura della Repubblica dell’Aquila l’ipotesi di reato è disastro colposo, eventuali crolli di edifici nei centri storici dei paesi del belice porterebbe a conseguenze ancora più gravi. Perché quelle case, quelle scuole e quelle chiese, costruite dopo il terremoto dovrebbero rispondere a criteri antisismici, dovrebbero essere sicure e figlie di una esperienza disastrosa, ed invece, così sembra che non sia.
A Montevago, paese completamente distrutto dal terremoto e ricostruito in una posizione diversa dall’originaria, i pilastri in cemento armato che sostengono una parte dell’edificio che ospita il comune presentano preoccupanti crepe. Uno di questi, è stato addirittura sostituito da un pilastro in ferro.
“Il problema del centro civico è serio, -ci dice l'ex sindaco Calogero Impastato- l'edificio che ospita il comune è seriamente danneggiato e pericolante. Ci sono dei pilastri collassati. Per evitare il crollo, c'era già stato un primo intervento con il posizionamento di pilastri in ferro ed avevamo presentato un progetto all'assessorato regionale ai lavori pubblici. Ma onestamente non so che fine abbia fatto e in quale cassetto sia stato buttato”
Insomma, malgrado la presentazione di due progetti di ristrutturazione, a Montevago si registra il silenzio da parte della Regione siciliana.
Ma non solo l'edificio comunale. La Chiesa, non ha uscite di sicurezza e gli edifici che ospitano scuole pubbliche hanno già subito interventi di restauro e consolidamento.
“Subito dopo la ricostruzione -continua l'ex sindaco Calogero Impastato- ci siamo accorti che c'erano edifici pubblici pericolanti. La scuola media era in uno stato di pericolo, presentava infiltrazioni d'acqua e siamo intervenuti con la redazione di progetti che poi abbiamo realizzato. Stessa situazione per quel che riguarda la scuola materna. Una cosa è sicura, gli edifici costruiti col denaro pubblico sono stati fatti, probabilmente, sia con materiale scadente, sia, da parte delle imprese, con poca attenzione. O almeno non tanto quanta ne meriterebbe una zona sismica come quella di Montevago.
Eppure, per quel che riguarda le opere pubbliche e private, ci doveva essere una commissione di vigilanza, ci dovrebbero essere prove di laboratorio, commissioni di collaudo, un sistema che garantisce che le imprese siano qualificate, una responsabilità del produttore di calcestruzzo, del costruttore, del direttore lavori. Ma quel che risulta chiaro a tutti è che, nella fretta e nella disperazione della ricostruzione, nessuno ha effettuato controlli e probabilmente molte costruzioni, oggi, come quarant'anni addietro, non resisterebbero ad una eventuale scossa tellurica.
“La situazione è quella che è -ci dice il sindaco Antonino Barrile- per chiudere la pratica servirebbero ancora 17 milioni di euro, ma se teniamo conto che dei 50 milioni previsti dalla Finanziaria Prodi, il governo Berlusconi ne ha tolti ben dodici, parlare di ricostruzione, diventa ridicolo. E' il momento di pensare ad uno sviluppo socio economico, e per questo ci vuole un intervento deciso dello Stato. In caso contrario, anche ricostruire le abitazioni diventa superfluo, perché senza futuro, la gente continuerà ad emigrare”.
Ma se la ricostruzione va avanti, nel marzo del 2006 si è chiuso il capitolo delle baraccopoli nei paesi della valle del Belice colpite dal sisma e se n’è aperto un altro: quello degli affitti a carico del bilancio della Regione.
Le ruspe, su indicazione del Dipartimento della Protezione civile della Regione siciliana demolirono le baracche ancora in piedi, e procedettero alla riqualificazione delle aree. Un costo di quasi 7 milioni di euro per eliminare definitivamente le baraccopoli esistenti nei comuni di Santa Margherita, Menfi, Vita e Partanna, mentre a Poggioreale e Salaparuta si è proceduto alla bonifica delle aree. Tutte le famiglie che ancora abitavano in baracche sono state trasferite in alloggi privati, con affitto a carico della Regione siciliana. E sono ancora lì.
A Menfi sono quasi 100 le famiglie in attesa della costruzione di 75 alloggi, ma la ditta che si è aggiudicata l’appalto e che doveva cominciare i lavori nel novembre scorso, ha poi rinunciato.
Ma se in questi paesi, dove le baracche avevano il tetto in eternit, il rischio era quello di contrarre malattie polmonari, a Montevago, dove ancora la ricostruzione non è finita, la situazione è diversa. Le vecchie baracche in legno del villaggio “Trieste”, nella maggior parte dei casi sono state trasformate in piccole villette unifamiliari con giardino intorno, buone per le vacanze estive o per brevi affitti mentre quelle del villaggio “Tempo” hanno ancora il tetto in amianto e aspettano solo un’opera di bonifica. Ma nessuno parla di demolizione.

venerdì 17 aprile 2009

PRIMA O POI... CROLLA TUTTO

di Accursio Soldano
Ponte della Perriera, città di Sciacca. Un serpentone di auto procede a passo di lumaca. Ci vogliono circa 15 minuti per arrivare dalla Perriera in via Ovidio, transitando sul ponte. Il motivo di questo traffico è presto detto: la frana di via Amendola, interrotta al traffico veicolare a seguito del cedimento del muro di sostegno che reggeva la strada. La strada, si sta spezzando a metà, a causa del peso che la frana sta provocando sul tratto di asfalto sano. Se non si interverrà in tempi brevissimi ci ritroveremo con una vera e propria voragine.
Località stazzone. Cosa impedisce di effettuare la manutenzione in località stazzone? I lavori in corso per il Parf? I consueti ritardi burocratici? La mancanza di soldi per comprare un po’ di asfalto?
E cosa impedisce di intervenire nei pressi del tribunale di Sciacca, in via Salvatore Allende? Proprio all’altezza del curvone panoramico che porta in via Giovanni Amendola un vistosissimo dislivello è sotto gli occhi di tutti. E, allora, ci si chiede, quale causa pendente impedisce di intervenire in quest’occasione?
E se la frana di via Amendola continua inarrestabile il suo lento declino, quale controversia giuridica è in atto in via Lido? Cosa impedisce un’attenta e immediata manutenzione in questo tratto di strada? L’asfalto non esiste più, il guard rail è sprofondato, e non è una situazione nuova. Quel tratto di via Lido è in questa condizione da anni, sembra che nessuno riesca a trovare una soluzione. Non l’ha trovata la vecchia amministrazione, non la trova l’attuale.

E non è migliore la situazione delle strade che costeggiano le nostre spiagge. Basta guardare come è ridotta via Ulisse, la strada che collega la città alla località balneare di San Marco, e come sono ridotte le strade, se così si possono chiamare, di località San Giorgio. La sensazione è che siamo in una situazione di lascismo totale. In attesa di tempi migliori.

Ma una considerazione va fatta, e credo sia importante. Tutti i crolli, i cedimenti, gli avvallamenti, interessano strade costruite durante la speculazione edilizia degli anni 70, quando ci fu la corsa alla cementificazione della Perriera. In quei casi, basta buttare un po' di terra di riporto e creare una strada accanto al palazzone. Una strada che prima o poi crollerà.

E se le strade crollano, se rimangono nel dimenticatoio degli uffici tecnici, non meno preoccupante è la situazione degli edifici privati che, ormai vecchi e abbandonati, stanno crollando sotto il peso degli anni e delle piogge che si infiltrano nei muri.

Via cristoforo colombo: Due crolli nell’ultimo mese, l’ultimo ha interessato un pezzo di muro e una parte del tetto di una abitazione, e ha visto l’intervento dei vigili del fuoco e dei carabinieri. Due gli interventi messi in atto. Le strisce che delimitano la corsia di marcia in entrambi i lati della carreggiata e il transennameno con pali e recinsione dell’abitazione che, ancora oggi presenta punti critici.
Non è cessato il rischio crolli, e fino a quando non si risolve il problema, vento e pioggia possono indebolire ancora di più la struttura e far crollare quell’altra parte di tetto ancora in piedi, senza contare che la gran quantità di calcinacci e di travi che si trovano all’interno della struttura, derivanti da precedenti crolli, premono contro la facciata principale.
Ma non è la sola abitazione in quelle condizioni. Così come le strade, anche le vecchie abitazioni, al porto, nel rione San Michele, in via castello, crollano a pezzi e nessuno prende provvedimenti seri.
Speriamo di non arrivare al crollo totale. Non solo di quelle case, ma anche della speranza.

venerdì 10 aprile 2009

MANIFESTO CONTRO ARTICOLO: LA NUOVA FRONTIERA DELLA COMUNICAZIONE


La pubblicità, come si sa, è l’anima del commercio. E malgrado l’avvento del web, non si rinuncia al vecchio manifesto appeso nelle vie cittadine o nei bar, o negli esercizi commerciali. Capita quindi di trovare manifesti che invitano ad una petizione popolare contro la privatizzazione dell’acqua, quello che ti dice come curare l’influenza o, per restare in tema medico, il manifesto che ti annuncia la giornata del diabete. Tutti, in qualche modo, possono interessare i cittadini.
Ancora di più, se il manifesto ti dice che c’è un lavoro per te, o come fare per prendere la patente europea.
Li trovi dappertutto, in ogni città e dentro ogni bar per informare tutti i cittadini. Ma a Santa Margherita belice c’è una nuova frontiera del manifesto, quello a carattere personale.
Nei bar e negli esercizi commerciali infatti, l’amministrazione comunale ha fatto affiggere un manifesto che, lasciando da parte gli evidenti orrori di italiano, non interessava tutta la cittadinanza, ma era una evidente risposta ad un articolo pubblicato su un settimanale locale, la specula. Nell’articolo si parlava della biblioteca comunale. Per tutta risposta, l’amministrazione comunale, invece di scrivere alla redazione del giornale, ha stampato i manifesti e li ha fatto affiggere in città. Con sorpresa di quei cittadini che magari non leggono il giornale locale e si sono trovati di fronte un manifesto incomprensibile, e con maggiore sorpresa di quelli che, leggono il giornale e si chiedono perché spendere soldi comunali per rispondere ad un articolo su un giornale locale.
E meno male che era locale, dove sarebbero quei manifesti se l'articolo fosse stato pubblicato su un quotidiano nazionale?
Che sia questa la nuova frontiera della comunicazione globale?

martedì 31 marzo 2009

CHI E' SENZA PECCATO...


L'MPA e il PD di Sciacca, che nei giorni scorsi apparivano d'amore e d'accordo contro il sindaco uscente Mario Turturici, cominciano a fare i conti con la torta in palio e a porre paletti e condizioni. "Siamo pronti a dialogare con il Partito Democratico, ma solo partendo da un candidato a sindaco da noi proposto. Convergiamo su molti passaggi - dice Pippo Turco - ci siamo già incontrati e condividiamo le critiche all'attuale gestione politico amministrativa, ma si potrà discutere di alleanze solo se il Pd dirà di si ad un progetto che abbia come candidato a sindaco una personalità proposta dal Mpa. Come a dire: noi proponiamo un candidato a sindaco che il Popolo delle libertà non accetterebbe mai, voi ci aiutate e vediamo cosa si può fare!

La cosa buffa, indipendentemente da questi giochi politici che tutti ormai conoscono a memoria, è che l'MPA di Sciacca critica a Mario Turturici l'allenza con Ignazio Messina che sarebbe esponente dell'Italia dei valori, ma gli stessi esponenti dell'MPA non hanno remore ad un accordo trasversale con il maggior partito del centro-sinistra. Se valesse il detto: chi è senza peccato scagli la prima pietra, per alcuni ci sarebbe la lapidazione.

In tanti anni di campagne elettorali ne ho visti di tutti i colori. Gente che vuole assolutamente essere nominato assessore per meriti di partito, o di impegno auto-celebrativo, altri che si candidano a sindaco per "fari scrusciu" per poi sparire dietro un incarico ben retribuito in qualche provincia siciliana, altri ancora che minacciano di far perdere chissà quanti voti alla coalizione per poi ritrovarsi a non avere neppure i voti della famiglia e quelli che si vendono per un po' di visibilità.

Per anni ho fatto campagna elettorale per il candidato di sinistra o di centro-sinistra o per l'amico o il conoscente, risultato? la convinzione che se mi fossi candidato io avrei fatto una figura migliore! Magari non sarei stato eletto... non ho una grande famiglia alle spalle, né sindacati o mutuati o clienti, ma di certo, anche da non eletto la convinzione che negli ultimi 15 anni, almeno 6 assessori e 20 consiglieri se ne potevano stare a casa, non me la toglie nessuno.

sabato 14 marzo 2009

IL BRIGANTE VINCENZO CAPRARO


Il termine "brigante", che comunemente designa chi vive fuori legge o comunque un nemico dell'ordine pubblico, ha acquistato nel tempo anche un significato ideologico e indica, in senso spregiativo, chi si è opposto con le armi ad un nuovo ordine e venne usato in Italia per indicare i componenti delle bande che si sollevavano in armi contro gli invasori. Il fenomeno assume rilievo particolare nelle province napoletane, dove, sia nel 1799 sia nel 1806, le bande - guidate da popolani, da borghesi e anche da sacerdoti, e che raccolgono impiegati, soldati sbandati, contadini e pastori – erano a difesa della loro patria e la loro religione.
Per comprendere il brigantaggio bisogna partire da un cambio dinastico: i Savoia presero il posto dei Borboni, ed assoggettarono l’intero Mezzogiorno al Regno di Sardegna. Ciò comportò una serie di "cause immediate", che associate a quelle "già in atto" generarono il brigantaggio. Tra le cause immediate vanno annoverate il vuoto di forze politiche e militari filopiemontesi, la linea politica antidemocratica ed impopolare voluta dal governo di Torino con aumento del prezzo del pane, dell’olio e del sale e la coscrizione militare, e i forti e laceranti contrasti sociali tra "cafoni e galantuomini.
La legge sull’obbligo di leva poi, favorì il fenomeno della diserzione, e, dal 1861 al 1863, vi furono circa 25.000 disertori. Il Governo però fece votare la legge marziale (legge Pica) che portò alla repressione, provocando 2.500 morti e la condanna di 2.800 ribelli. Molti briganti vennero fucilati prima di un processo perché l’ordine dato ai generali era quello di spargere al Sud un “salutare terrore”.
In Tale condizione i siciliani all'ingiustizia statale cominciarono a preferire la giustizia semplice e, ai loro occhi, efficace, di organizzazioni settarie come l'onorata società" che almeno in quel periodo toglieva al ricco per dare al povero. La mafia che si sviluppò nella parte occidentale dell’Isola era società segreta in cui regnava l’illegalità e in cui il coraggio individuale suscitava il favore e la stima.
Ma queli erano le ragione che spingevano un uomo a diventare brigante?
Fra questi briganti, ce n’era uno sciacchitano. Vincenzo Capraro. Figlio di pastori, anche lui aveva seguito il mestiere del genitore e come tutti i pastori intelligenti e laboriosi ottenne la sua promozione a fattore nella fattoria del signor Casandra. Il fattore però, scrisse il giornale di Sicilia nell’autunno del 1978, scoprì ben presto che Capraro era un malandrino di prim’ordine

Il malandrino di prim’ordine era Vincenzo Capraro, un brigante a capo di una banda. I suoi quattordici gregari erano di Sambuca, di Contessa, di Giuliana, Santa Margherita e Castronuovo comuni posti sui confini della provincia di Girgenti con quella di Palermo. Nessuno dei gregari era di Sciacca.
Le devastazioni, ribellioni armate, estorsioni e ricatti della banda Capraro dal 1868 al 1878 furono innumerevoli, i soli reati principali denunciati e conosciuti, in questi 10 anni di brigantaggio, furono quasi 40 e fra essi erano ben nove sequestri di persona. Il quartiere generale di Capraro era ubicato nelle montagne tra Giuliana, Burgio e S. Margherita, al confine tra le province di Agrigento, Palermo e Trapani. Come altri briganti, Capraro aveva scelto una località di confine fra diverse province per sottrarsi alla sfera di competenza delle relative polizie.
Craparo brigante o semplice delinquente?

Sulla banda Capraro sul mutuo soccorso fra le bande armate operanti nelle province occidentali dell'isola sulle protezioni che le stesse bande godevano, il Prefetto di Palermo, in un rapporto di Gabinetto del 30 luglio 1874, scriveva: "L’unica vera banda, composta non si sa con precisione se di 9 o più malfattori tutti a cavallo, sarebbe quella comandata dal Capraro nella provincia di Girgenti e questa, com’è solito fare appena passato l’inverno, è a fare le sue scorrerie in questa provincia. La banda di Capraro divenne ancora più potente e pericolosa, quando vi si unirono i banditi Leone, Di Pasquale, Rocca e Rinaldi.
Con Placido Rinaldi, nell’aprile del 1875, spalleggiato dai briganti Alfano e Merlo, Vincenzo Capraro cercò di sequestrare, il possidente Stivala di Cerami. Fu quello, l’ultimo atto del brigante sciacchitano. Nel giugno del 1875 infatti, Capraro cadde nella trappola tesagli dalle forze dell’ordine e venne ucciso nel conflitto a fuoco che ne seguì; i giornali riportarono con rilievo la notizia della fine del pericoloso elemento.
Il "Giornale di Sicilia" del 4 Ottobre seguente, riferendosi a quanto aveva pubblicato la "Gazzetta di Girgenti" del 2 Ottobre, scrieva fra l’altro: "Il feroce e famigerato Vincenzo Capraro che da molti anni teneva in allarme con le sue audaci e sanguinarie imprese la provincia di Palermo, la nostra e quella di Trapani, e nel quale era personificata la vera mafia malandrinesca militante, quest’uomo insozzato dei più audaci e nefandi misfatti, che viveva coi suoi di ogni sorta di ruberie, che negli scontri frequenti con la forza pubblica vide in passato cadere a sé d’intorno ed arrestati e uccisi i più audaci e feroci briganti della Sicilia senza incapparvi esso mai, fece anch’egli la fine comune ed inevitabile a tutti i masnadieri, vale a dire cadde ucciso sotto il piombo della forza pubblica".
A.S.

mercoledì 11 marzo 2009

GIOCHI E AFFARI DI MAFIA


In provincia di Agrigento, ci sono almeno tre sale da gioco in ogni paese. Un giro di denaro ammontante a svariati milioni, in una provincia in cui il tasso di disoccupazione è il più alto d’italia e dove tanti padri di famiglia non arrivano a fine mese. Eppure le sale da gioco sono sempre piene. La Guardia di Finanza del comando provinciale, agli ordini del tenente colonnello Vincenzo Raffo, ha avviato una indagine proprio nel campo della gestione di questo nuovo businnes fatto da macchinette mangiasoldi, poker on line e giochi vari.
Ma non solo per preservare i padri di famiglia da eventuali irreparabili danni, ma soprattutto perché le sale da gioco sono tra gli affari più redditizi di Cosa Nostra. Lo ha confermato il mese scorso Andrea Bonaccorso, pentito del clan Lo Piccolo, ai magistrati. Il collaboratore ha raccontato che i Santapaola di Catania e i Fontana dell’Acquasanta avrebbero investito nel business dei centri scommesse a Bagheria ed ha ricordato quando Pino Scaduto, ritenuto il capomafia di Bagheria, mandò Sergio Flamia a riscuotere l’estorsione all’agenzia di bookmakers vicina ai Santapaola.
Anche un altro pentito, Maurizio Spataro, ha parlato dell’affare scommesse facendo riferimento al danneggiamento subito nel febbraio 2007 dall’agenzia palermitana “Forza 13” di Via De Gasperi. Nella sua recente relazione la Direzione Nazionale Antimafia evidenzia come poker on line, macchinette nei bar, sale giochi, sono indispensabili ai boss per riciclare denaro sporco ed avverte che le infiltrazioni mafiose possono interessare “sia l’assetto societario delle concessionarie, sia la possibilità che a soggetti incensurati, titolari di concessioni o di licenze per singole sale giochi, si affianchino soci occulti inseriti organicamente nella criminalità organizzata”.
La Guardia di Finanza di Agrigento indaga, anche per preservare tante famiglie letteralmente prese dal vizio del gioco che in tanti casi porta alla rovina sociale ed economica. Ed a Sciacca (così come in altri paesi9 abbiamo avuto esempi eclatanti, con gente che ha perso casa e lavoro.

sabato 7 marzo 2009

IL CIRCO PIERANTONI

di Accursio Soldano
C'era un tempo in cui quando arrivava il circo, eravamo tutti felici. Finalmente arrivava lo spettacolo, con numeri stupefacenti. I loro camion colorati e i clown dipinti sulle fiancate ravvivavano la città. Erano piccoli circhi, ma riuscivano a portare tanta felicità. Nella zona dove abitavo io c'era una piccola piazzetta, il rione fratelli bandiera, e ogni anno, puntualmente arrivava il Circo Pierantoni. Quattro tiranti piantati per terra e via al montaggio del tendone a strisce giallo e blu. La piazza era piccola, ma anche col tendone montato, c'era spazio per il traffico veicolare.
A quel tempo c'era solo un cinema che proiettava a settimane alterne le eroiche gesta di Maciste e di Ercole, e i film di Franchi e Ingrassia, non c'era internet, e in pochi avevano la televisione. Il circo era la novità che tutti aspettavano per un anno intero, e quando arrivava, in quella piazza posta al centro di un complesso di case popolari, la gente si lanciava in una spontanea gara di solidarietà.
Era come se la famiglia si allargasse, come se fossero arrivati i parenti da un'altra città.
Mia madre forniva l'elettricità per le luci lampeggianti della cassa, la nostra vicina di casa lasciava il cancello aperto, ed ogni tanto arrivava qualcuno del circo a riempire un bidone d'acqua, sia per gli animali che per il loro fabbisogno; non ci si poteva permettere il lusso di comprare l'acqua minerale. In cambio, i bambini curiosavano, chiedevano, volevano scoprire i segreti. Come faceva quella bella ragazza a camminare su quel filo posto a due metri di altezza? Qual era il segreto di quel ragazzo che si infilava in bocca una torcia e sputava fuoco? Mi svelò il trucco una mattina, dentro la sua roulotte, e fu per me la fine di un mito.
Ma il Circo Pierantoni era una famiglia, faceva parte della famiglia, di tutti, a volte rimaneva nella stessa piazza per quasi un mese. E ricordo ancora la gente che, seduta su quelle gradinate fatte con tavole di legno, seguiva attentamente, anche alla ventesima replica, “O zappatore”, la Cavalleria rusticana, o la storia di Peppino Musolino, ed alla fine del secondo tempo, quando la recita finiva, tirava fuori dalle tasche i fazzoletti. Poi tutti a casa. Anche oggi il circo aveva concluso il suo spettacolo. Pierantoni era il Mario Merola siciliano.
Giovanni Lozopone, ma come dichiara lui stesso, “nessuno mi conosce con questo nome”, è nato a Marsiglia, in Francia, ma dall'età di 8 anni abita in Sicilia e ha passato tutta la sua vita nel circo. Prima insieme al padre, poi, dal 1961 con un proprio circo regionale, ha cominciato a viaggiare per paesi e città portando in giro il nome di un colonnello della casa di Pinerolo.
“Quando mio nonno morì, cadendo dal trapezio, Rodolfo Pierantoni, anche lui circense e titolare del circo dove lavoravano i miei nonni, si offrì di fare da tutore a mio padre, mio zio e mia zia, che a quel tempo erano giovanissimi. Crescendo con lui, siamo stati, da sempre, conosciuti come i figli di Pierantoni”
Fino al 1993, quando, per ragioni d'età, deise di chiudere la sua attività circense. L'ultima serata è stata a Lentini, con un incasso di 3 milioni: un grande incasso per quei tempi. Quello fu l'ultimo spettacolo del Circo Pierantoni,
Oggi Giovanni Lozopone, meglio conosciuto come Gianni Pierantoni, ha 79 anni, vive a Francofonte dove ha acquistato un piccolo pezzo di terra e ci ha messo su le giostre per i bambini. Ma la tradizione continua, sua figlia Egle adesso fa parte della grande famiglia Togni.