domenica 21 febbraio 2016

LA MALEDIZIONE DELL'ABBAZIA DI THELEMA (PARTE II)

CAPITOLO I
(parte seconda) 

Più che una vera Abbazia, che a primo acchito può far pensare alla presenza di preti o di suore dediti alla vita monastica alla preghiera e all’agricoltura biologica, quella costruzione immersa in mezzo agli olivi era una casa ad un solo piano, costruita in pietra con mura spesse dipinte di bianco ed il tetto fatto con tegole di colore rosso. Di proprietà del Barone Carlo La Calce, grazie ai buoni uffici di Don Giosuè, un vecchio sensale che gestiva un piccolo negozio in centro, molti anni addietro era stata affittata ad un distinto signore inglese che un giorno di fine marzo arrivò in paese in compagnia di una donna e due bambini. Chi fossero in realtà quegli stranieri, i paesani lo scoprirono alcuni anni più tardi quando i carabinieri si presentarono con un ordine di sgombero firmato da Benito Mussolini e li cacciarono via.
Ma per il barone La Calce, quei due erano Sir Alastor de Kerval e la Contessa Leah Harcourt.
Almeno così c’era scritto nel contratto d’affitto.
  Di quella vicenda, così come di altri accadimenti della sua vita, nonna Peppina non ne aveva mai parlato con nessuno tranne che con sua nipote Rosalia, e una sera d’estate, stanca delle insistenze della ragazzina che voleva conoscere sempre nuove storie, gli raccontò della piccola Poupée e di come la vita in quella piccola casa di contrada Santa Barbara, dal giorno della morte di quella bambina cambiò radicalmente.
Non era una bella storia e nonna Peppina non la ricordava volentieri, ma gliela raccontò.
  La piccola Poupée arrivò a Cefalù che era ancora in fasce la mattina di mercoledì 14 aprile del 1920 insieme ad una giovane donna ben vestita e gentile nei modi che mostrava orgogliosamente il pancione. Aveva i capelli  neri corti, le labbra piccole e serrate e scese a fatica dal treno tenendola in braccio avvolta in una piccola coperta bianca e stringendola al petto quasi come a proteggerla dagli sguardi indiscreti dei paesani. Al loro arrivo c'era ad accoglierle quello che tutti conoscevano come Sir Alastor de Kerval che sorridendo diede un bacio sulla guancia alla donna e prese con se la bambina. Poi si incamminarono su per la salita che li avrebbe portati all'Abbazia dove ad attenderli c'era la contessa Leah Harcourt che aveva preparato il pranzo.
 Di Poupée, delle due donne e dei bambini per qualche mese non si seppe più niente, ma in paese erano tutti convinti che quelle femmine erano due prostitute con le quali quell'uomo andava a letto a piacimento.
Non si ebbero notizie fino a quando lo stesso Sir Alastor una mattina di maggio, alla buon'ora, scese in paese per spedire un telegramma ad un noto medico di Napoli chiedendogli di inviargli un farmaco. Solo allora si seppe che quella bambina scesa dal treno in braccio alla madre stava poco bene e peggiorava ogni giorno di più senza che nessuno riuscisse a trovare un rimedio. E d'altronde si poteva fare ben poco per salvare dalla morte una bimba che non riusciva ad assorbire quel poco che mangiava e che lentamente si stava consumando. Soprattutto se nessun dottore andava a visitarla ed era vietato persino avvicinarsi a quella casa.
 I vecchi del paese, che grazie all'impiegato delle poste erano venuti a conoscenza della tragica situazione in cui si trovava quella famiglia che abitava in contrada Santa Barbara non si lasciarono scappare l'occasione per mettere in mostra le loro conoscenze in fatto di medicinali e rimedi naturali, ma quando uno di loro, un pecoraio che pascolava le sue pecore vicino al cimitero asserì di aver visto quell'uomo consultare un vecchio libro ingiallito in cui c'erano raffigurati strani disegni e recitare incomprensibili riti magici, cominciarono a credere che la maledizione di Dio fosse caduta su quella famiglia e in quella casa e che per quella povera creatura non ci sarebbe stato niente da fare.
 Questa convinzione si rafforzò ancor di più nei giorni a venire quando il 14 ottobre videro scendere dal treno quella stessa donna che mesi prima era arrivata con la bimba in braccio. Stavolta era sola ed aveva gli occhi lucidi. Ci volle poco a capire che la medicina arrivata da Napoli non aveva sortito alcun effetto e che la piccola Poupée era deceduta in un lettino dell'ospedale di Palermo dove giorni prima era stata ricoverata.
 In verità ai paesani non interessava molto dello stato di salute di quella strana gente, anzi erano abbastanza contrariati dal fatto che se ne stessero sempre rinchiusi in quella casa di campagna e non dessero confidenza a chicchessia. Questo strano modo di comportarsi li faceva apparire eccentrici e pericolosi, roba da non averci niente a che fare.

Ma se è vero che senza una testimonianza diretta nessuno poté mai affermare con certezza cosa accadde in quei giorni dentro quelle stanze ciò non impedì loro di formulare ipotesi e lasciarsi andare alle più fantasiose teorie. Di una cosa erano sicuri: la morte della piccola aveva portato lo scompiglio in quella strana famiglia perché la madre, forse per gelosia o perché ne era veramente convinta, diede la colpa di quel decesso a quell'altra donna che abitava assieme a loro accusandola di avere esercitato delle terribili stregonerie non solo per far morire la bambina ma anche per farla abortire del figlio che portava in grembo....

sabato 20 febbraio 2016

LA MALEDIZIONE DELL'ABBAZIA DI THELEMA

CAPITOLO I

 Giuseppina Martorana morì venerdì 13 marzo 1991 con dieci anni di ritardo rispetto al previsto.
I dottori le avevano dato poco tempo da vivere quando un decennio prima era stata portata in ospedale per una caduta accidentale con conseguente frattura del femore. In più aveva un fastidioso principio di raffreddore. Fatto due più due, operata e ingessata, i medici dichiararono che l'operazione era andata bene, ma che considerata l'età e lo stato di salute cagionevole della donna potevano insorgere conseguenze abbastanza gravi e non prevedibili. E consigliarono ai parenti di riportarsela a casa. Quella scivolata non prevista causata dal pavimento ancora bagnato e il bollettino medico non certo incoraggiante fecero temere il peggio e suscitarono nella famiglia una forte preoccupazione buttando nello sconforto la piccola nipote Rosalia; una bimba di dieci anni diventata suo malgrado la confidente preferita della nonna alla quale raccontava momenti della sua vita.
Quando nonna Peppina, a causa del pavimento bagnato scivolò nel bagno e sbatté contro il bidet urlando qualcosa in francese, aveva compiuto da poco ottanta anni. Era nata il 28 giugno del 1901,  passato indenne due guerre, sopravvissuta ad anni di fame e privazioni, fatto tutti i lavori possibili e immaginabili e, considerato che suo figlio, per fortuna, aveva un buon lavoro e il resto della famiglia stava discretamente bene, passava il tempo a predire il futuro con i suoi tarocchi a chi glielo chiedeva ed a togliere il malocchio alle zitelle del paese che per accaparrarsi un fidanzato non esitavano a maledirsi a vicenda augurando alla potenziale rivale in amore tutti i peggiori mali esistenti al mondo. Quel giorno i medici non diedero un responso chiaro sulle condizioni di salute e su cosa intendessero con quel “preparatevi al peggio”, ma da quel “preparatevi” al giorno della sua morte passarono altri dieci anni.
  Quel venerdì, dopo aver finito di mangiare, la vecchia si alzò da tavola, chiuse la porta della sua camera, si sedette sulla vecchia sedia a dondolo e accese la tv per guardare l'ottava puntata dello sceneggiato “I miserabili”. Aveva una cotta per Gastone Moschin e quindi non perdeva nemmeno le repliche. Nessuno, tanto meno sua nipote Rosalia poteva immaginare che aprendo la porta l'avrebbe trovata con la testa reclinata e senza vita mentre sullo schermo del piccolo televisore scorrevano i titoli di coda.
Erano le tre e mezzo del pomeriggio e da quel momento in poi perse anche tutte le puntate di “Portobello”.
  Nonna Peppina viveva insieme a suo figlio Nicola, alla nuora Palmira e alla sua unica nipote Rosalia in una piccola casa di mattoni in Via dei Cipressi. Una viuzza stretta e polverosa, coi marciapiedi stretti e ammattonati male quasi all'uscita del paese ma molto trafficata perché oltre ad essere una via d’uscita per chi volesse andarsene, era anche quella che conduceva al cimitero. Insomma, era l’unica strada che si poteva percorrere sia da vivo che da morto.
Considerata la posizione geografica e la vicinanza al camposanto, era una delle poche zone del paese che aveva resistito alla cementificazione, conservava ancora le casette ad un piano con i tetti fatti di tegole gialle e alla fine della strada resisteva l’unica fontanella ancora intatta dalla quale (ogni tanto) sgorgava l’acqua che proveniva da una sorgente di montagna. Ed era anche per questo motivo che nessuno dei vecchi proprietari se n’era mai voluto andare. Ma la vera ragione, quella che li spingeva a rimanere nelle loro piccole casette e rifiutare un bell’appartamento in centro era la paura della solitudine, il non aver nessuno con cui parlare.
Via dei Cipressi era stretta si, ma dentro ognuna di quelle case ci abitava una famiglia che stava lì da decenni e bene o male (dall’inizio alla fine della strada) si conoscevano tutti. Erano (come dire) vicini di casa a distanza. E allora perché andarsi ad infilare in una di quelle nuove abitazioni a cinque o sei piani che erano spuntate come funghi, creato nuovi quartieri e rovinato la bellezza del paese? Palazzine dalle quali, anche affacciandosi al balcone non si vedeva né un filo d'erba né anima viva con cui parlare.
 In paese nonna Peppina era conosciuta da tutti, ma i giudizi su di lei, come capita spesso a chi si costruisce una certa fama, erano contrastanti e derivavano non solo dalla sua capacità di leggere i tarocchi, ma soprattutto dal fatto che nessuno dei compaesani conosceva il suo passato, quindi per uno strano codice etico non scritto, era lecito inventarsi di tutto. Qualcuno la identificava con una vecchia fattucchiera che aveva fatto un patto col diavolo, molti la consideravano una santa donna che con le sue carte aveva aiutato ed aiutava tante persone in difficoltà. Per i più giovani era semplicemente nonna Peppina, la madre di Nicola, quello che vendeva CD di canzone napoletane e ogni giorno girava il paese col suo piccolo carretto e la musica a tutto volume.
 Di Nonna Peppina si diceva che sapesse leggere i tarocchi perché da giovane aveva frequentato, seppur per poco tempo, quella vecchia villetta in contrada Santa Barbara che tutti conoscevano come l'Abbazia di Thelema. Ma erano solo voci, chiacchiere di paese non confermate e messe in giro da vecchie invidiose rincitrullite con gli anni...  

sabato 6 febbraio 2016

UNA BELLA RECENSIONE DI ELENA MANCUSO SUL NUOVO ROMANZO DI SERGIO PALUMBO

Cita Shakespeare: “noi siamo della stessa sostanza di cui son fatti i sogni e la nostra breve vita è circondata da un sonno”, lo scrittore e giornalista Sergio Palumbo nelle prime pagine del suo libro “Tre sogni, tre racconti” edito da Le Farfalle, (35 pagine, 10 euro).
E da lì inizia un viaggio letterario che si articola in una terna di storie tra realtà e leggenda, sogno e fiaba. Da dove emerge “l’accuratezza per una Sicilia mitizzata e il gusto per una narrazione nitida”, come annota nella prefazione al testo arricchito da alcune immagini dal sapore onirico, Angelo Scandurra. Tra le pagine si dipana uno stupefacente mondo altro, parallelo, immaginifico, partendo da personaggi, oggetti e luoghi sensibili.
Ne “Il segreto del raggio verde”, prende corpo la stralunata figura del barone Casimiro Piccolo di Calanovella, cultore della metafisica e pittore di acquerelli “magici”. Le sue fate e i suoi gnomi si materializzano quando un eccezionale fenomeno naturale propizia l’incantesimo a Villa Piccolo, la solitaria magione orlandina in cui viveva l’aristocratico occultista. “Quel raro fenomeno ottico – scrive Palumbo – quel sottile strato luminoso verde-azzurro che dura pochi secondi ci aveva regalato un intimo infinito di magia e poesia”. Ed ecco in sogno spuntare il barone che “somigliava al mago di uno dei suoi acquarelli, col cappello a punta e una casacca blu che ricopriva l’intera figura. Il volto era la caricatura del vero Casimiro. Un naso aguzzo, enorme e sanguigno, sporgeva da una lunga barba d’avorio che terminava ad uncino lasciando intravedere appena il disegno della bocca”. Parlava piano e raccontò di un suo viaggio iniziatico che “lo portò a diventare come gli gnomi e a stare con loro ogni tanto nel villaggio di villa Piccolo”.
Nel secondo racconto “Visione al castagno dei cento cavalli” viene descritto un contatto sciamanico tra il protagonista della storia e una pianta cosmica, che è fonte di energia spirituale, come nella leggenda medievale. Il millenario, gigantesco albero che si trova ancora alle falde dell’Etna, rivela in sogno il prodigioso incontro con una regina che sotto di esso, per via di un furioso temporale, aveva trovato riparo molti secoli prima. “Guardandolo per l’ultima volta – scrive l’autore – fui preso dal dubbio: è stato un incantesimo a portarmi fin qui o sono stato io a volerlo? Ho visto degli spettri oppure è stato un sogno? Addio castagno dei cento cavalli e grazie per l’emozione che mi hai fatto provare”.
Prende le mosse da suggestioni letterarie lampedusiane, il terzo racconto “La sirena dalla coda rossa” dove viene narrata la storia di Porporina, fanciulla vittima di un crudele sortilegio, che, trasformata in pesce, vaga senza pace tra il lago elvetico Ceresio e Basiluzzo, un’isoletta disabitata nel mare delle Eolie. “Gli scenari sono autentici, molti particolari sono realistici, ma un altro tempo e un altro spazio proiettano in questo caso – annota Scandurra – in una dimensione favolistica e surreale”. “Ma per quale – si interroga Palumbo – altro sortilegio la sirena dalla coda rossa era finita nel mare di Sicilia e perché mai io, comune mortale, che appartenevo a un tempo e a un mondo tanto lontani dai suoi, avevo avuto il privilegio di udirne il malinconico sospiro, sono segreti che probabilmente non si potranno svelare”. Insomma è il sogno l’emblematico filo conduttore delle tre prose, ma si avverte comunque sullo sfondo, appena percepibile, una presenza di ombre femminili tutte legate alla memoria personale dell’autore. “E da tali fantasmi del passato Sergio Palumbo si è lasciato catturare – osserva Scandurra – per la stesura di questi testi che, dentro lo stile trasognato, fanno tralucere gli accadimenti di una vita vissuta, e ora reinventata”. (Foto Giovanni Franco)
Elena Mancuso

lunedì 28 dicembre 2015

LE CICATRICI DI SAL CAT E IL DOLORE DI GEORG TRAKL

Ho visto i lavori di Sal Cat che sono esposti da alcuni giorni nel Centro d’arte Temporaneo che si trova in piazzetta Purgatorio. 
Scrivo “lavori” perché credo che il termine “opere” sia troppo abusato. Ormai tutti fanno “opere” come se la loro produzione (artistica, musicale, teatrale, poetica) meriterebbe di essere tramandata ai posteri; io non lo credo, anzi, molte volte mi sono chiesto chi ha convinto o quale strano meccanismo sia scattato nella mente di certi soggetti affinché mettessero in pubblico le loro “opere”. 
E siccome per questi ho uno spontaneo rigetto, scrivendo di Sal Cat parlerò di “lavori”.
La mostra si chiama “cicatrici”. Non voglio tediare chi leggerà questo articolo con lo spiegare quale significato possa avere questo termine, ma chiarire perché trovo interessanti i lavori di Catanzaro. Non tanto per l’uso di vari materiali (questo lo abbiamo visto in tanti altri lavori) non tanto per l’uso dei colori che già di per sé potrebbero essere il tratto distintivo di un artista né tanto meno per l’uso dei chiodi a “segnare” le cicatrici sulla tela, ma per l’Idea stessa di rappresentare la separazione, la distanza o l’unione, con un oggetto (il chiodo) che nell’immaginario collettivo rappresenta qualcosa di doloroso (i chiodi cantati nel venerdì santo quando affondano nella carne dell’uomo sulla croce) e di contro, qualcosa di “semplicemente” utile (per appendere un quadro).
Visitando la mostra ho avuto una sensazione strana. Per la prima volta dopo tanti anni mi è tornato in mente un saggio di Martin Heidegger (In cammino verso il linguaggio) e la spiegazione che il filosofo tedesco dava ad una frase (una sola frase) di una poesia di Georg Trakl.
La frase diceva “Il dolore ha pietrificato la soglia” che letta così, “semplicemente” potrebbe essere una conseguenza, un rimanere pietrificati da un inaspettato evento doloroso, ovvero il dolore pietrifica tutto ciò che il dolore stesso ha colpito, ma ad una più attenta analisi linguistica risulta chiaro che evoca un fatto già accaduto, qualcosa che dovrebbe appartenere al passato ma che come una “cicatrice” è presente e ben visibile nella soglia davanti casa. 
Che essa sia vista dall’interno o dall’esterno, testimonia il dolore.
E siccome ogni dolore lascia una “cicatrice” che il tempo (malgrado gli sforzi che potremo fare) potrà solo affievolire ma mai coprire completamente, mi sono chiesto da quale prospettiva Sal Cat guardava il mondo mentre sistemava i suoi “chiodi” al centro della sua personale “scena”. 
Si trovava all’interno della casa, impossibilitato come gli invitati di “L’angelo sterminatore” di Bunuel ad uscire? Oppure si trovava all’esterno? E se fosse stato fuori, sarebbe stato capace di entrare?
Ecco l’uso dei chiodi nei lavori di Sal Cat messi lì a dividere e al tempo stesso unire due superfici, due colori, due anime, mi ha fatto ricordare che puoi cercare di unire le due parti di uno stesso lavoro, ma non sempre hai la fortuna di avere una prospettiva privilegiata, e se non sei nelle condizioni di poter scegliere il posto giusto da dove osservare o “parlare” l’importante è trovare qualcosa (un chiodo) o qualcuno (una persona) che riesca a unire le due anime. 
A quel punto, la soglia sarà solo un passaggio verso l’oltre. O per dirla con Heidegger, un cammino verso il linguaggio.


giovedì 26 novembre 2015

PREMIATA DITTA "SEPULVEDA ANIMALI & Co"

Luis Sepulveda ha riscosso un grande successo editoriale con il suo romanzo "Storia di una gabbianella e del gatto che gli insegnò a volare" e considerato che, squadra che vince non si tocca ha continuato con la "Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico", poi è arrivata la "Storia di una lumaca che scoprì l'importanza della lentezza" e adesso arriva la "Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà". 
Ora dico io, capisco che bisogna cavalcare l'onda e scrivere romanzi come se fosse una soap opera, ma a quale altro animale Sepulveda dovrà rompere i cabbasisi nel prossimo romanzo?

sabato 21 novembre 2015

A PROPOSITO DI FRANCO IACCH

Una intervista al quotidiano indipendente “L'indro” è stata rilasciata ieri dal nostro collega giornalista Franco Iacch a Denise Serangelo, analista politico-militare che collabora con il quotidiano. L'intervista rilasciata da Franco Iacch riguardava i famosi F35.
L'articolo della giornalista (e non è la prima volta che intervista Iacch) inizia così: Considerati i recenti fatti di Parigi e l’allarme stagnante del prossimo attacco in Europa, parlare di armamenti e militare sembra scontato. I bombardieri francesi, russi, e americani sorvolano la Siria con lucida spietatezza; e l’Italia? L’Italia vive ancora nell’ambigua disquisizione sul progetto F-35”.
Per capire meglio la situazione, la giornalista si è quindi affidata a Franco Iacch. “Cerchiamo di comprendere come stanno davvero le cose con Franco Iacch, il primo italiano ad aver testato il software dell’F-35 nello scorso maggio in Turchia nel simulatore Lockheed per 25 minuti”.
A parte il fatto che non può che essere motivo di orgoglio (per tutti!) che un giornalista saccense venga additato come esperto in un settore difficile e complicato come l'aeronautica, da segnalare che Iacch scrive anche per “Difesaonline.it” e molti suoi articoli e riflessioni sono ripresi in toto da quotidiani italiani non certo accreditati per analisi militari. Ma se vogliono capirci qualcosa copiano i suoi articoli.
Senza contare che Il sito specializzato russo Gunportal.com.ua, ha tradotto e titolato in prima pagina la sua analisi sulla nave più potente mai realizzata dall'uomo, la Zumwalt, che Radio Iran ha ripreso il suo articolo sui missili Iskander e che suoi articoli sono stati tradotti in diverse lingue per altri importanti siti web e quotidiani.
E siamo qui!
Non voglio fare commenti e chiedermi perché Franco Iacch non ha, a Sciacca e dintorni (visto che nel mondo lo conoscono) quel ruolo che gli compete in campo giornalistico. 
Forse perché non scrive poesie in dialetto? Non scrive canzoni per il carnevale? Non ha vinto nessun premio organizzato da saccensi? Ha una pagina facebook in cui coglioneggia e accanto al nome non ha scritto nessun titolo tipo: "esperto", "critico", "studioso". O semplicemente perché chi emerge dalla mediocrità viene isolato?

Boh?

sabato 14 novembre 2015

ATTACCO ALLA FRANCIA. MI CHIEDO...

Ma veramente potenze militari ed economiche mondiali come la Francia, l'America, la Russia, la Gran Bretagna e l'Italia non riescono a spazzare via dalla faccia della terra questi esaltati dell'Isis? 
Ma per curiosità, a questi, chi gli vende le armi che mettono in bella mostra durante le loro sfilate? e chi gli vende tutte quelle belle automobili tutte colorate uguali che sembrano appena uscite da un concessionario che per fare un favore al cliente ha incaricato una nota agenzia di stampa per mettergli gli adesivi sugli sportelli?
Ma non basta. A poche ore dall'assedio di Parigi, l'ISIS non solo rivendica la strage (chissà che godimento c'è a svelare di avere ammazzato centinaia di persone innocenti), ma su Twitter scrivono "Ora tocca a Roma, Londra e Washington".
Su Twitter. Ovvero su un social network, uno di quegli strumenti moderni che dovrebbero avvicinare le persone, farli dialogare a distanza e invece serve come scatola di pubblicità per proclami.
Beh, continuiamo ad indignarci mentre ci fanno saltare in aria, continuiamo a incazzarci mentre ci ridono alle spalle, ma qualcuno gli spieghi a questi coglioni che Hallah in paradiso accoglie i martiri, chi muore per la propria fede, e manda all'inferno gli assassini che ammazzano per la brama di potere di qualche vecchio califfo. 
E spiegategli anche che non ci sono vergini in Paradiso. Si scopa in terra!

lunedì 26 ottobre 2015

FEMMINICIDIO: SE NE PARLA A BURGIO


Passando ad esaminare le caratteristiche e le dimensioni del femminicidio in Italia nel 2013, anche attraverso il confronto con l’anno precedente, una prima indicazione riguarda il significativo aumento dei casi nell’ultimo anno (+14%, passando le vittime da 157 a 179). Per quanto riguarda l’ambito omicidiario in cui maturano i femminicidi, si conferma anche nel 2013 come oltre il 70% delle vittime (122, pari al 70,5%) sia stata
uccisa dal proprio compagno, ex compagno o da un familiare (padre, madre, figlio, ecc.), registrando peraltro il numero delle vittime in famiglia una significativa crescita (pari al 16,2%) rispetto alle 105 vittime del 2012.
Circa una donna su 5 è stata inoltre uccisa nell’ambito della criminalità (comune in primo luogo), che registra un numero di vittime crescente nel 2013 (29, a fronte delle 27 vittime nel 2012). Si tratta nella prevalenza dei casi di omicidi a seguito di rapina, nei quali le donne (soprattutto anziane) rappresentano una quota significativa del totale.

sabato 24 ottobre 2015

TROVO STRANO CHE...

Leggo su facebook di un centinaio che ammazzerebbero senza pietà una ragazza che butta i cani nel fiume e i dentisti che ammazzano un leone (senza contare le maledizioni che inviano). E conosco migliaia di persone che sparerebbero a vista al primo intruso o ammazzerebbero l'ubriaco che investe una persona. Tutti questi, di sicuro, firmerebbero la petizione contro la pena di morte!
Accursio Soldano

giovedì 22 ottobre 2015

ASPETTANDO MR. WOLF SU: ITALIA NOTIZIE

Mi è stato fatto dono di questo libro che ho letto con estremo piacere e grande interesse senza voler sapere prima, come mia abitudine, niente né dell’autore né delle recensioni precedenti.
Mi ha attratto subito “a pelle” per due elementi che mi “riguardano”: la sicilianità mia e dell’autore e l’essere stata per due anni volontaria in un carcere siciliano (esperienza su cui ho scritto e pubblicato il mio secondo libro).
Questa è la sinossi in breve (ma che non rende l’idea della bellezza del testo): un giornalista siciliano di provincia, Aristotele Giordano (credo che anche la scelta di nome e cognome non siano casuali da parte dell’autore) decide di dare una svolta alla sua carriera e riesce, grazie a una caparbietà non comune, a ottenere di intervistare un boss mafioso, don Fofò Catanzaro, in un carcere di Palermo per poi trarne, questo è il suo sogno, un libro che gli darà finalmente quella fama che sente di meritare.
L’intervista prenderà una piega diversa da quella immaginata da Aristotele e quando lui deciderà di andarsene ponendo fine a quella sorta di confessione-delirio del boss arriva un finale a sorpresa degno del miglio thriller nelle ultime 8 righe che, naturalmente, non vi svelerò.
Vorrei estrapolare un paragrafo dalle ultime pagine del libro che mi è particolarmente piaciuto, è una riflessione di Aristotele appena salutato il boss alla fine dell’intervista: “…è tutto falso, pensò, credi di essere solo e hai tanti occhi che ti spiano, pensi di stare bene e il male ti cova dentro, pensi di aver vissuto la tua vita e invece hai solo rimpianti e occasioni perse. La verità è che siamo tutti alla ricerca dell’applauso, ne abbiamo bisogno come l’aria che respiriamo, abbiamo, almeno una volta in tutta la nostra vita, bisogno del consenso, tanto per non guardarci alo specchio e dirci che abbiamo sbagliato tutto. Il fatto è che siamo solo spettacolo, puro e semplice spettacolo per il pubblico che ci circonda”.
Formidabile la preparazione da cinefilo doc dell’autore con continue citazioni disseminate nel corso della storia compreso il titolo che ha dato a questa sua opera che rimanda (e, lo confesso, mi sono dovuta documentare per saperlo) al film “Pulp Fiction”.
di Daniela Dominici
http://www.italianotizie.it/?p=33895 

A BURGIO SI PARLA DI FEMMINICIDIO

Si svolgerà a Burgio domenica prossima nell’ambito delle manifestazioni “L’arte è donna”, nella sede del Circolo Pd “Nilde Iotti”, la presentazione del libro di Donatella Falco “Prigioniera del passato”. Alla manifestazione parlerò del femminicidio in Italia
Un romanzo che tratta un argomento impegnativo ed attuale come lo stalking e la violenza sulle donne, in una maniera semplice e accessibile a tutti. Un tema da trattare con delicatezza ma allo stesso tempo affrontarlo con aspra rigorosità per dare alla nuove generazioni un nuovo modo di concepire la “Donna”, sia essa madre, sorella, amica o compagna.
Innescare una cultura del rispetto, della persona, delle idee e della libertà personali, senza prevaricarle perché la violenza su una donna non avviene solo in maniera fisica, ma forse più di tutto avviene quella sottomissione ai voleri di un uomo che ne plagia la personalità tanto da far credere che anche ciò è una forma d’amore.
Un amore malato, contorto, subdolo; un uomo malato che non conosce il vero senso dell’amore e del rispetto.
Al dibattito, dopo i saluti del sindaco Vito Ferrandelli prenderanno parte oltre all’autrice, Giuseppe Zambito, segretario provinciale Pd, la psicologa Mirella Cudia  e l’ex assessore regionale Nelli Scilabra. Modera la giornalista Letizia Bilella.

lunedì 19 ottobre 2015

QUELLO CHE TROVO STRANO

Io non ci trovo niente di strano in un gay. 
Penso che sia un uomo che ha dei gusti sessuali diversi dai miei.
Quello che trovo strano è che un Paese possa pensare di cambiare usi, costumi e Leggi in base alle inclinazioni sessuali di una parte dei suoi abitanti.
Accursio Soldano