Musicista
polistrumentista, Davide Tosches registra nel 2006 il CD autoprodotto
“Stressmog!” al quale seguono “Dove l’erba è alta” (2009),
“Il lento disgelo” (2012) e “Luci della città distante”
(2014). In questi anni ha collaborato con molti artisti della scena
musicale italiana e internazionale sia in qualità di musicista che
di illustratore, fotografo e grafico. Le sue canzoni trattano quasi
sempre temi legati alla natura, mantenendo però le distanze da
qualsiasi facile retorica ambientalista. “Sulla terra” è il
quarto album nato con un pianoforte degli anni venti, un quaderno per
scrivere i testi e la voglia di cantare come mai prima. In seguito,
dichiara Tosches, ho scritto le parti di tutti gli altri strumenti,
ad eccezione di quasi tutte le parti di archi scritte insieme ad
Andrea Ruggiero.
“Avevo
voglia di sentire queste canzoni da molti anni, avevo voglia di rimettere
le mani sul piano che è il mio strumento più di ogni altro. Sono
tutte canzoni d'amore, anche se non so veramente bene che cosa voglia
dire, perché parliamo di uno degli argomenti più banali, importanti
e complessi del mondo e in realtà forse tutte le canzoni che sono
state scritte sono canzoni d'amore in un modo o nell'altro”.
Questo
disco è per Davide Toches un nuovo inizio per tanti motivi, sono
canzoni molto diverse dal passato ma sono sempre “cariche di quella
ostinazione di dover dare un'opportunità al suono delle parole”.
“Sulla
terra” è stato scritto, prodotto, arrangiato e registrato da
Davide Tosches al "Confine del bosco" di, Cavagnolo in
provincia di Torino. Arrangiamenti di archi di Andrea Ruggiero e
Davide Tosches tranne:“Pioggia”, “Stelle nascoste” e “La
terra emersa”, arrangiati dallo stesso Davide Tosches,
arrangiamento e direzione coro su "Pioggia (abbazia)" di
Cosimo Morleo. Il disco è stato mixato e masterizzato da Gianluca
Patrito al G-Effect Mastering, di Torino.
Davide
Tosches. A sei anni di distanza dalle luci della città distante esce
questo nuovo album. Quasi un nuovo inizio.
Direi
proprio di sì, quasi un nuovo inizio, questo disco è stato composto
al pianoforte e così sono stato obbligato a cantare diversamente e
arrangiare diversamente. Tutte le cose che ho composto al piano in
passato non le ho mai pubblicate perché all'epoca non sapevo come
arrangiarle, credevo che il piano dovesse essere per forza molto
presente, invece non è necessario. Certo, c'è molto pianoforte ma
ha quasi sempre l'importanza di tutti gli altri strumenti. In questi
sei anni ho fatto altre cose a livello musicale, avevo un disco quasi
pronto, poi l'ho lasciato da parte perché era un po' troppo pesante,
sono diciotto brani ed è abbastanza sperimentale e dilatato, ma
prima o poi lo farò uscire. Poi ho ancora composto una colonna
sonora per il documentario “Accanto scorre il fiume” di Marco
Leone, che invece sarà pubblicata a breve, spero già a febbraio.
Cosa
vuol dire, dare un'opportunità al suono delle parole?
Ho
sempre cercato di far funzionare i testi sulla musica scrivendo
liberamente, con meno rime possibili. Non che non mi piacciano le
canzoni in rima, ma a me piace proprio partire dal suono delle
parole, tante mie canzoni nascono così, magari proprio con una
parola o due che canto e ricanto finché non succede qualcosa che mi
intriga a livello sonoro e così poi vado avanti a vedere cosa
succede, è un viaggio. Niente di innovativo o così strano
ovviamente, ma per ora è la sola strada che mi interessa, poi si
vedrà, sono sempre in evoluzione, sono molto curioso per mia natura.
Non
pensi che le canzoni d'amore siano fuori moda? E che cos'è una
canzone d'amore?
Fuori
moda non saprei, sicuramente oggi si tende di più a nascondere i
sentimenti un po' in tutta l'arte e così inevitabilmente ci
nascondiamo pure noi, sia artisti che ascoltatori. Oggi si cerca
molto il sensazionalismo, la roba originale fine a sé stessa, la
“figata”, qualcosa che faccia “hype”, ma in realtà non c'è
niente di più originale della verità, della propria visione
personale del mondo. La natura ce lo insegna tutti i giorni: ogni
tramonto è diverso, ogni frutto, seppur della stessa pianta, è
diverso. I miei spartiti sono albe e tramonti, alberi e suoni del
bosco, la pioggia, il vento, la vita insomma.
Sulla
terra è un disco auto prodotto. Questo rende il musicista più
libero di esprimersi e esteticamente l'arte rimane una prigione con
delle regole ben precise?
Sì,
ho prodotto il disco completamente, l'ho anche registrato nel mio
studio, sono stato autore, arrangiatore, fonico e musicista, questa
volta avevo necessità di avere tutto sotto controllo ed è stata
un'esperienza che mi ha strutturato molto. Se non si è liberi di
esprimersi non si può arrivare a realizzare opere d'arte, credo.
Regole nell'arte ce ne sono per forza, ma sono quattro in croce e poi
quando parti per questo viaggio in questa terra senza confini che è
la creatività devi vedere cosa succede sul percorso e quindi
adattarti, sognare, soffrire, gioire, sbagliare strada e magari
metterti in pericolo come in tutti gli altri viaggi.
Quanto
è difficile oggi presentare un nuovo lavoro?
Te
lo dirò meglio fra un po' di settimane, dalla pubblicazione di “Luci
della città distante” sono passati sei anni e sono cambiate molte
cose a livello tecnologico che hanno cambiato il mondo della musica
ma anche quello editoriale e di conseguenza le abitudini delle
persone. Per ora c'è abbastanza attenzione riguardo questo nuovo
lavoro per fortuna, ma è anche il quarto disco, quindi un pochino si
vive di rendita perché sono già nell'ambiente. Comunque cercherò
di fare del mio meglio, ovviamente.