STORIE DI UN GIORNALISTA CON UNA LAUREA IN FILOSOFIA. Assioma di Cole "La somma dell'intelligenza sulla Terra è costante; la popolazione è in aumento"
martedì 28 aprile 2020
venerdì 3 aprile 2020
LA TROMBA DI DAVIDE TOSCHES UNISCE I POPOLI
In questi giorni di
quarantena forzata (che alla fine diventerà una cinquantena e magari questa
estate non andremo al mare, la gente usa i social in maniera, oserei dire
spropositata. Gente che mette un post ogni venti minuti, non perché abbia
novità da comunicare, ma semplicemente per sentirsi vivo e segnalare ai suoi
amici facebucchiani che esiste.
Io, dal canto mio continuo
ad essere isolato e a gironzolare per casa. Ancora non sono arrivato al punto
da contare i passi, quando inizierò a farlo comincerò a preoccuparmi per il mio
stato di salute mentale. Al momento mi tengo impegnato cucinando quel che
capita e quando mi faccio prendere dal sentimentalismo telefono ad amici e
parenti.
«Ciao
nonna, sono io, come stai?»
«Come
le vecchiette, come vuoi che stia»
«Ti
ho disturbato, cosa stavi facendo?»
«Niente
figlio mio, stavo guardando la televisione, guardavo Il segreto»
«Ah,
quella soap opera spagnola? E
come va?»
«Va che qui, con
questo virus, moriamo tutti prima che finiscano le puntate e non sappiamo come
va a finire la storia»
Lasciando da parte le telefonate e guardando i post nella bacheca di
facebook ci si accorge che, rispetto a qualche mese fa, sono aumentati a
dismisura, e quasi tutti con un unico monotono, logorroico argomento (state a
casa).
Perché i post su facebook dipendono dal momento sociale e i loro autori,
come personaggi in cerca d'autore di Pirandelliana
memoria si ergono a esperti in qualsiasi campo del sapere e non sapere umano.
Nella maggior parte dei casi li trovo ridicoli, alcuni li definirei populisti,
scritti solo per avere un like, altri simpatici, molti autoreferenziali.
In
pochi utilizzano i social per puro divertimento e in questi casi, non
prendendosi troppo sul serio, i post hanno il sapore della genialità. Uno di
questi geni è Davide Tosches.
Musicista, cantautore (vi consiglio di ascoltare i suoi CD)
illustratore, collaboratore di altri musicisti, è (ovviamente) convinto che la
musica unisce i popoli. E quale miglior popolo di quello facebucchiano!
Ed
allora, armato di occhiali con montatura rossa e di una tromba, inserisce ogni
giorno i suoi “tentativi” di suonarla.
All'aperto, in cucina, in garage, in mezzo ai boschi, sopra il tetto, da
solo al tramonto o in compagnia di due banane (a caso) o del suo asino.
Una
performance al giorno, con esiti che… beh, bisogna ascoltare per capire. Posso solo dire
che, fino ad oggi, il 22esimo giorno (a caso) sembrava che le sue performance fossero
migliorate, ma poi è andato via via a peggiorare (per fortuna).
Insomma, se siete ancora convinti che la musica non unisca i popoli, e che non si possano usare i social in maniera intelligente, ascoltate (e guardate) le performance trombali di Tosches.
Un genio!
lunedì 23 marzo 2020
L'ARMAMENTARIO CULINARIO AI TEMPI DEL CORONAVIRUS
Mi piace stare a casa.
Certo, mi piacerebbe starci per diletto, perché ne ho voglia, per
ascoltare musica o leggere un libro, e non per costrizione imposta da
un minuscolo virus cinese che ha deciso di farsi il giro del mondo
senza passaporto.
Ma
a volte, non tutto ciò che piace fare si fa per piacere.
Sto da solo. Ho deciso di mandare moglie e figlia dai
miei suoceri pensionati perché il mio lavoro di giornalista mi
impone di incontrare gente, e se devo portare a casa qualche ospite
indesiderato preferisco che non ci sia nessuno a riceverlo. Sono
sicuro che l'ospite
non si offenderà se dovrà accontentarsi solo della mia compagnia.
Che poi non è male, sono simpatico, ironico al punto giusto, faccio
conversazione con una buona capacità di linguaggio, ho un ottimo e
vario vocabolario e conosco a memoria tutte le canzoni degli Smiths.
Se proprio vogliamo trovare un difetto (che comunque non
reputo tale), sono astemio, non bevo birra, vino e alcolici di ogni
tipo e gradazione, e se vogliamo insistere nel trovare il pelo
nell'uovo,
non so cucinare molto bene.
So fare le uova al tegamino,
la solita pasta con sugo di
pomodoro (imbottigliato e comprato al supermercato) e i tortellini
con panna e prosciutto.
In conclusione, posso affermare senza ombra di dubbio
che non potrei partecipare ad un concorso per aspiranti chef ma
andrei forte in un reality di sopravvivenza estrema senza per questo
dover stare quaranta giorni nel deserto.
Insomma, sto qui, da solo, approdato in questa mia Itaca
senza Penelope per colpa di un microrganismo acellulare che
non spiccica una parola di italiano circondato da pentole e padelle e
solo adesso, andando in esplorazione solitaria mi accorgo che in casa
abbiamo una quantità spropositata di arnesi per la cucina. Ho
contato tre scolapasta, sei pentole di ogni forma, grandezza e
profondità con relativo coperchio, cinque padelle, un servizio di
dodici piatti fondi, piani e piattini, dieci bicchieri (forse due si
sono rotti) e una quantità spropositata di cucchiai, forchette,
palette, spatole e coltelli. Non oso aprire il forno ma dal vetro
esterno vedo un bel po' di teglie una sull'altra
da fare invidia ad una rosticceria.
A che serve tutto questo armamentario culinario?
Ci sono più
padelle che Proci, e se ci fossero, se la mia casa fosse invasa da
parassiti che aspirano a prendere possesso della mia cucina li potrei
affrontare e sconfiggere senza paura. Metterei uno dei tre scolapasta
in testa (quello in alluminio), un coperchio come scudo e una paletta
in legno come spada, e se qualcuno, nella lotta, riuscisse a
disarmarmi, non avrei che da allungare la mano e afferrare uno di
quei nove pezzi in legno duro di faggio infilati nel portamestolo di
bambù
poggiato accanto al lavandino oppure uno
degli undici pezzi in silicone con manico di legno ad alta tolleranza
al calore che
mia moglie ha comprato chissà quando e se ne stanno tranquilli,
ancora incellofanati, accanto ad un frullatore su una mensola della
cucina; con tutte queste armi a disposizione posso tranquillamente
affermare che sono armato e pericoloso come Don Chisciotte!
Ma
non è questo il caso, per mia fortuna, la cucina non è invasa da
centootto giovanotti che aspirano a mangiare i miei spaghetti al
pomodoro, e il frullatore, sebbene faccia la sua parte, non somiglia
ad un mulino a vento, quindi che io sia Ulisse o l'ingegnoso
cavaliere Alonso Chisciano, dovrò rimboccarmi le maniche e
prepararmi da mangiare con gli
ingredienti che ho a disposizione. Da solo!
mercoledì 18 marzo 2020
IL QUARTO UOVO: RACCONTO BREVE POLITICAMENTE SCORRETTO
Questo racconto è stato pubblicato da "Babbomorto editore" di Antonio Castronuovo. A tiratura super limitata.
In una società che offre poche certezze, diventa fondamentale, se non
altro, conoscere i propri polli. Ed io ho un grosso problema: ho quattro
galline e tre uova al giorno, ergo una di loro non produce.
Il pollivendolo aveva assicurato che erano ovaiole e malgrado sia un uomo
di poche parole non ho alcun motivo per dubitare della sua onestà intellettuale
perché è lo stesso che aveva venduto le galline a mio padre e prima di lui a
mio nonno e nessuno dei due ha mai lamentato carenze di vitamine. Oggi invece
debbo constatare con mio enorme disappunto che la produzione di uova non è pari
alla forza lavoro.
Essendo io un convinto democratico nonché signore, padrone e sindaco
dell'appezzamento di terreno sul quale ho costruito il pollaio, per
incentivarle ad una collaborazione con l'istituzione che rappresento avevo
concesso ad ognuna di loro una delega assessoriale, e ovviamente, tutte, dietro
mio disinteressato suggerimento hanno scelto la carica alle attività produttive.
Anche mio padre aveva fatto così, cioè aveva concesso ad ogni gallina un
incarico politico e dopo alcuni anni di esperienza sul campo e di onorata
produzione ovaiola dei suoi assessori, al grido di “Non siamo polli” lasciò la
campagna per dedicarsi alla campagna elettorale candidandosi a sindaco nel
Partito dei Lavoratori.
Non fu eletto perché i suoi compagni lo consideravano un nichilista e mia
madre, che era una bolscevica convinta, votò il suo avversario adducendo come
scusa il fatto che se fosse stato eletto nessuno si sarebbe occupato della
terra, la produzione sarebbe crollata e ci saremmo trovati come ai tempi della
grande depressione del 1929.
Mio nonno invece non si candidò mai perché per lui i polli erano
semplicemente polli.
Forte dell’esperienza inversamente proporzionale fatta da mio nonno e poi
da mio padre, anche io ho deciso di costruire un pollaio e avere le mie
pollastre. All’interno ho costruito una bella mangiatoia, ho comprato due
contenitori per l’acqua e mi sono fatto regalare dal fruttivendolo quattro
cassette di legno per rendere agevole, oserei dire confortevole, la deposizione
ovaiola. Il pollaio sembra un B&B a cinque stelle.
Malgrado tutte queste premure post moderne, una di loro non produce, non fa
il suo dovere, mangia e beve a sbafo, si fa lunghe passeggiate in campagna e
alla fine della giornata non contribuisce alla produzione.
E questo non lo trovo né giusto né onesto.
E' vero, come in ogni azienda o istituzione che si rispetti c'è chi lavora
e chi no, chi contribuisce all'aumento del Pil e chi (come in questo caso)
decide di mettere in atto una forma silenziosa di protesta, ma considerato che
la mia unica richiesta di collaborazione alla squadra assessoriale era una
produzione di uova uguale al numero di lavoratori, questo comportamento da
fannullona, scansafatiche e lavativa di una di loro non solo non è
giustificabile ma, inutile negarlo, danneggia gli altri tre compagni e mette in
cattiva luce la mia democratica autorità di sindaco. Senza contare che in
futuro, qualora il cattivo bipedo esempio perdurasse, potrebbero verificarsi
casi di emulazione con conseguenze disastrose per tutto l'apparato.
E non si può dire che non ci abbia tentato!
Per sanare la situazione e portarla sui binari della normale normalità, ho
tentato di instaurare un dialogo costruttivo basato su solidi, inconfutabili e
fondamentali pensieri fisiologici che non valgono solo per l’essere galline ma
per tutti i volatili, insomma, dogmi inconfutabili di aristotelica memoria. Ho
cercato di motivarli e spingerli verso una sana assunzione di responsabilità,
ho chiesto verso chi e per quale motivo si stava mettendo in atto questa
pretestuosa protesta, ma finora i tentativi sono risultati vani come un
appartamento sfitto.
Per rendere più confortevole il loro lavoro ho persino cambiato la
fornitura dell’acqua da rubinetto con quella delle bottiglie di acqua minerale
comprate al supermercato, il che, come facilmente intuibile, ha portato un
aggravio non indifferente dei costi di gestione; ho ridotto l’ora di libertà
campagnola solitamente usata per cercare vermetti e sassolini con un aumento
della dose di mangime e aggiunta di un pizzico di peperoncino, ma il risultato
non è cambiato: malgrado non debbano zampettare tutto il giorno alla ricerca di
qualcosa da mangiare, come mendicanti sulla via francigena, sono sempre quattro
galline e tre uova.
Ho persino considerato, in ultima analisi analizzata, la possibilità che
tutto fosse riconducibile ad un eccessivo grado di timidezza di una di loro che
la porterebbe a non produrre se non debitamente appartata quindi, dietro
suggerimento di un mio amico che gestisce un pollaio di dimensioni industriali
ho preso il vecchio paravento che mia madre teneva nella sua stanza e l’ho
collocato in un angolo del pollaio. Niente da fare, non ha funzionato. Non
voglio pensare, anzi lo escludo categoricamente che una di loro soffra di ansia
da prestazione.
Dopo tutti questi tentativi andati a vuoto ho pensato di prendere il toro
per le corna e convocare una riunione di Giunta, ma all’orario stabilito le ho
trovate appollaiate, pronte al pisolino, poco inclini agli straordinari e per
giunta tutte girate di spalle.
Per cui, l’unica soluzione che mi rimane, quella finale, è tirare il collo
alla gallina che non ne vuol sapere di compiere il proprio dovere assessoriale.
E considerato che fino ad oggi non ho potuto ricavarne un uovo, almeno ci
ottengo un gustoso brodo di pollo.
Il dubbio è: quale delle quattro non fa l’uovo? Non posso tirare il collo
alla prima gallina che incontro perché rischierei di ritrovarmi con tre galline
e due uova, e poi con due galline e un uovo e infine con una gallina e nessun
uovo, quindi la soppressione, o per meglio dire, il licenziamento forzato con
trasferimento in pentola di uno degli assessori della mia giunta deve essere
fatto con oculatezza e precisione chirurgica degna di un primario ospedaliero.
Ma non un dottore qualsiasi, bensì uno che non sottovaluti il problema e non lo
declassi ad aspetto secondario della crisi agricola ovaiola nazionale, ma
prenda coscienza del fatto che, coscienziosamente non si può privare un sindaco
(cioè io) di ciò che gli spetta di diritto: il completo e totale appoggio
lavorativo della sua giunta.
Perché amici, è arrivato il momento di prendere atto della triste ma verace
verità: non ci sono solo le pecore nere, esistono anche le galline politicizzate.
Un problema che dobbiamo risolvere!
sabato 9 novembre 2019
SIGNORE E SIGNORI: E' ARRIVATO IL CIRCO!
C'era
un tempo in cui quando arrivava il circo, erano tutti felici.
Finalmente arrivava lo spettacolo, con numeri stupefacenti. I loro
camion colorati e i clown dipinti sulle fiancate ravvivavano il
paese. Erano piccoli circhi, ma riuscivano a portare tanta felicità.
Dove abitavo io, nel Rione Fratelli Bandiera c'è una piccola
piazzetta, e ogni anno, puntualmente arrivava il Circo Pierantoni.
Quattro tiranti piantati per terra e via al montaggio del tendone a
strisce giallo e blu. La piazza è piccola, ma anche col tendone
montato, c'era spazio per il traffico veicolare.
A
quel tempo c'era solo un cinema che proiettava a settimane alterne le
eroiche gesta di Maciste e di Ercole e i film di Franchi e Ingrassia,
non c'era internet, e in pochi avevano la televisione. Il circo era
la novità che tutti aspettavano per un anno intero, e quando
arrivava, in quella piazza posta al centro di un complesso di case
popolari, la gente si lanciava in una spontanea gara di solidarietà.
Era come se la famiglia si allargasse, come se fossero
arrivati i parenti da un'altra città.
Mia
madre forniva l'elettricità per le luci lampeggianti della cassa, la
nostra vicina di casa lasciava il cancello aperto, ed ogni tanto
arrivava qualcuno del circo a riempire un bidone d'acqua per il loro
fabbisogno; non ci si poteva permettere il lusso di comprare l'acqua
minerale. In cambio, i bambini curiosavano, chiedevano, volevano
scoprire i segreti. Come faceva quella bella ragazza a camminare su
quel filo posto a due metri (anche meno) di altezza? Qual era il
segreto di quel ragazzo che si infilava in bocca una torcia e sputava
fuoco? Mi svelò il trucco una mattina, dentro la sua roulotte, e fu
per me la fine di un mito.
Ma
il Circo Pierantoni era una famiglia e faceva parte della famiglia,
di tutti, a volte rimaneva a Sciacca per quasi un mese. E ricordo
ancora la gente che, seduta su quelle gradinate fatte con tavole di
legno, seguiva attentamente, anche la ventesima replica di “O
zappatore”, la Cavalleria rusticana, o la storia di Peppino
Musolino (rigorosamente divisi in due atti) e alla fine del secondo
tempo, quando la recita finiva, tirava fuori dalle tasche i
fazzoletti. Poi tutti a casa. Anche oggi il circo aveva concluso il
suo spettacolo. Pierantoni era il Mario Merola siciliano.
Giovanni
Lozopone, ma come mi disse lui stesso, “nessuno mi conosce con
questo nome”, era nato a Marsiglia, in Francia, ma dall'età di 8
anni ha sempre abitato in Sicilia e ha passato tutta la sua vita nel
circo. Prima insieme al padre, poi, dal 1961 con un proprio circo
regionale, ha cominciato a viaggiare per paesi e città portando in
giro il nome di un colonnello della casa di Pinerolo.
“Quando
mio nonno morì, cadendo dal trapezio, Rodolfo Pierantoni, anche lui
circense e titolare del circo dove lavoravano i miei nonni, si offrì
di fare da tutore a mio padre, mio zio e mia zia, che a quel tempo
erano giovanissimi. Crescendo con lui, siamo stati, da sempre,
conosciuti come i figli di Pierantoni”
Fino
al 1993, quando, per ragioni d'età, deise di chiudere la sua
attività circense. L'ultima serata è stata a Lentini, con un
incasso di 3 milioni: un grande incasso per quei tempi. Quello fu
l'ultimo spettacolo del Circo Pierantoni.
Che
fine ha fatto? Non saprei dirlo, ma rimane sempre nella mia memoria e
nel mio cuore.
mercoledì 6 novembre 2019
UN VIAGGIO IN SICILIA NEI SET CINEMATOGRAFICI
Volete
sapere dove Anakin Skywalker diventa Darth Vader, passando al «lato
oscuro della forza»? Beh, accade in Sicilia, sull'Etna.
Sono state girate proprio sul vulcano catanese le immagini che fanno
da sfondo alla scena finale del terzo episodio di “Star Wars, La
vendetta dei Sith”. Quindi, se fate una capatina in Sicilia, oltre
ad ammirare le bellezze state attenti a chi incontrate. Ma volete
farvi una vacanza senza andare nei soliti posti ed essere “attori
protagonisti” della vostra vacanza? Ecco il viaggio che fa per voi.
Sono
numerosissimi i registi italiani e stranieri che hanno scelto la
Sicilia come luogo d'ambientazione per i loro film. Da “Il
gattopardo” di Visconti del 1963, a “Fratello sole sorella luna”
di Zeffirelli che girò a Palermo
ed a Monreale,
fino ai recenti successi cinematografici.
In
totale, nella nostra isola sono stati girati quasi 150 film e da
quasi tutti i migliori registi italiani. Da Luchino Visconti a Pietro
Germi, Francesco Rosi, i fratelli Paolo e Vittorio Taviani e Pier
Paolo Pasolini, che nel 1964 girò nei pressi dell'etna alcune scene
de “Il vangelo secondo Matteo”. A questi vanno aggiunti i "Premi
Oscar" Giuseppe Tornatore e Roberto Benigni, senza dimenticare i
palermitani Ciprì e Maresco, o Nanni Moretti che nell'isola, e
precisamente a Messina
ed a Lipari
ha girato alcune scene per il suo “Caro Diario” e poi anche
Acireale per “Palombella rossa”.
Fra
gli stranieri basta ricordare Michael Cimino che nel 1987 per la
realizzazione de "Il Siciliano" si trasferì con tutta la
sua troupe a Sutera
e Caltanissetta
e ancora prima Richard Fleischer che girò sull'etna alcune scene del
suo “Barabba”, Francis Ford Coppola che arrivò in Sicilia per
girare alcune scene del terzo capitolo del Padrino, fino a Anthony
Minghella che nel 1999 girò a Palermo alcune scene del suo “Il
talento di Mister Ripley”.
Ma
tutte le provincie siciliane sono state, nel tempo, teatro di set
cinematografici.
Un
ideale itinerario turistico-cinematografico inizia da Aci
Trezza, paesino che
nel 1948 ospitò Luchino Visconti ed il suo gruppo di lavoro per la
realizzazione de "La terra trema". Si continua con il
regista genovese Pietro Germi che nel 1949 scelse Sciacca
per realizzare "In nome della legge" e ci ritornò quindici
anni dopo, nel 1964 per il più famoso "Sedotta ed abbandonata"
In
Sicilia anche Michelangelo Antonioni che nel 1960 girò nelle Isole
Eolie,
a Palermo, Messina, Milazzo
e Bagheria
“L'avventura”, e nel 1962 Montelepre
e Castelvetrano
furono scelte da Francesco Rosi, per il suo film sulla storia del
bandito "Salvatore Giuliano".
Un
viaggio che prosegue verso Cefalù
dove nel 1988 Giuseppe Tornatore girò alcune scene di "Nuovo
Cinema Paradiso", film premiato con l'Oscar.
Un
piccolo paese da visitare è sicuramente Chiaramonte
Gulfi, in provincia
di Ragusa dove Roberto Faenza nel 1996 realizzò "Marianna
Ucria", tratto dall'omonimo romanzo di Dacia Maraini oppure la
spiaggia di Ragusa, location scelta da Gianni Amelio nel 1993 per "
Il ladro di bambini". A Ragusa
anche per rivedere alcune scene de “L'uomo delle stelle” (1995)
di Tornatore che a Bagheria girò alcune scene di “Baaria”. E a
Lampedusa
dove fu girato “Il postino” con Massimo Troisi o nel castello di
Donnafugata dove Matteo Garrone girò alcune scene del suo “il
racconto dei racconti”.
E
poi, come si fa a rinunciare ad un autografo di Brad Pitt, George
Clooney, o Chaterine Zeta-Jones che passeggiano per il lungomare di
Trapani,
nei momenti di pausa del loro “Ocean's Twelve” o ad una
fotografia con Hugh Grant che a Segesta
stava girando alcune scene di “Maurice” di James Ivory?
L'elenco
potrebbe essere più lungo, ma per una vacanza, credo possa bastare.
E SE COLAPESCE ESISTESSE DAVVERO?
Se navigando per il mediterraneo,
lungo le coste della Sicilia, vi imbatterete in una forma strana di
pesce, non preoccupatevi, potrebbero essere i figli di Cola e di una
Ninfa. Perché, gli uominipesce esistono veramente e già nel 1726,
uno studio ne accertava l’esistenza.
In verità le leggende che
riguardano la Sicilia sono molte. Secondo il poeta Pindaro (Pitiche,
I, versi 13-28), come già Eschilo (Prometeo incatenato, versi.
351-372), il gigante Tifeo giaceva sotto l'intera regione compresa
tra l'Etna e Cuma, collegando in questo modo i fenomeni vulcanici
campani con quelli della Sicilia.
La leggenda dice che la Sicilia è
sorretta da questo gigante, che osò lottare contro Zeus e
impadronirsi della sede del cielo. E per questo motivo venne
condannato a questo supplizio. Sopra la sua mano destra stava Peloro
(Messina), sopra la sinistra Pachino, e mentre Lilibeo gli
comprimeva le gambe, sopra la testa era posato l'Etna. Le eruzioni
del vulcano, secondo la leggenda, erano dovute alla rabbia di Tifeo
che dal fondo del mare proiettava sabbia e vomitava fiamme dalla
bocca. Spesso si sforzava di smuovere il peso e di scrollarsi di
dosso le città e le grandi montagne: allora la terra tremava. Il
mito di Tifeo, venne citato e sfatato, addirittura da Dante Alighieri
che lo inserì nella sua Divina Commedia in una quartina nell'ottavo
canto del Paradiso.
Ma a sfatare
questa leggenda, arrivò un frate spagnolo, Benito
Jeronimo Feijo
che rivisitando le
leggende siciliane scrisse un'opera in nove volumi pubblicati dal
1726 al 1740 e arrivò a sostenere l'esistenza degli uomini-pesci.
Questi, secondo le teorie del monaco, sono veri e propri esseri umani
che un bel giorno hanno risposto alla chiamata delle acque. Secondo
Feijoo, ad una naturale inclinazione verso il mare ed una speciale
predisposizione per il nuoto, si aggiunge la pratica continuata,
tanto dell'esercizio natatorio come della ritenzione della
respirazione. Tutto questo porta a risultati sorprendenti, come
quelli che riuscirono ad ottenere Francisco de la Vega e Cola Pesce.
In
più, accertata la possibilità di esistenza di questi individui,
secondo il monaco spagnolo risulta naturale che uomini e donne con
queste abilità, avessero dato vita ad una razza di uomini-pesce.
Nel sesto volume del suo “Teatro
Critico Universal”, pubblicato nel 1726, il frate abbonda in
dettagli e addirittura svela i nomi di coloro che in qualche modo gli
hanno fatto perdere quel carattere di scetticità che lo
accompagnava, fino ad ammettere la possibilità dell'esistenza degli
uomini pesce. Al punto che, per giustificare la leggenda di Francisco
de La Vega, l’uomo-pesce di Lierganes, il frate porta come esempio,
la storia di Cola Pesce.
La leggenda racconta che, Cola
passava più tempo in mare che sulla terra ferma. Conosceva le ninfe
e seguiva le sirene. Per questo motivo, i messinesi lo chiamarono
Cola Pesce. Federico II, avendo ricevuto notizie delle strabilianti
imprese di questo ragazzo, lo volle mettere alla prova promettendogli
grandi doni e la mano della principessa se avesse superato tre prove.
Il re, dal Palazzo Reale, gettò una prima volta, nel tratto di mare
sottostante, un vaso d'oro e invitò Cola Pesce a ripescarlo. Il
pescatore, dopo essersi tuffato, riaffiorò con in mano il vaso d'oro
lanciato una prima e una seconda volta.
Al terzo tentativo, che era quello
decisivo, Cola Pesce rimase in fondo al mare e non riapparve più in
superficie. In realtà egli non era morto ma successe che, giunto in
fondo al mare, si era accorto che una delle tre colonne, la colonna
Peloro che, secondo la leggenda era sostenuta da Tifeo, si era
incrinata e stava per spezzarsi con la conseguenza che Messina
potesse sprofondare da un momento all'altro. Fu così che decise di
rimanere in fondo al mare, per sostenere sulle sue spalle la colonna
di Capo Pelòro.
Forte di questo racconto, e delle
notizie apprese sul conto dell'uomo di Lierganes, fatti i dovuti
riscontri con i testimoni oculari dell'epoca, il monaco spagnolo,
lasciando da parte ogni inclinazione verso i dettami della dottrina
della Chiesa, arrivò ad ammettere l'esistenza degli uomini pesce.
Insomma, nel mediterraneo, ancora
oggi ci si può imbattere in strani esseri, metà uomo e metà pesce.
Niente di anormale: potrebbero essere i figli di Cola e di una Ninfa.
venerdì 24 maggio 2019
COMMEDIE E ALTRI INCIDENTI (RACCOLTA DI TESTI TEATRALI)
Sarà in libreria a partire dall‘1 giugno 2019 il libro “Commedie e altri incidenti” pubblicato dalla Aulino editore. Si tratta di una raccolta di opere teatrali, già rappresentate e inedite, e per la prima volta raccolte in una pubblicazione.
E ci arrivo dopo la laurea in Filosofia con una tesi sul linguaggio teatrale di Lenny Bruce, e diversi riconoscimenti, tra i quali, nel Marzo 2017, in occasione della Giornata Mondiale del Teatro, il Premio per il contributo alla cultura e nell’ambito teatrale.
Da segnalare, inoltre, tra gli altri, il monologo “Ballata per comico solo” che ha vinto il Primo Premio al Concorso Internazionale “Navarro” e il cui testo sarà recitato, per la prima volta, in occasione del “Letterando in fest” il prossimo 1 giugno dall'attore Pippo Graffeo.
Per la copertina mi sono avvalso della collaborazione di uno dei migliori artisti italiani, @Mauro Di Silvestre.
sabato 30 marzo 2019
LA SICILIA SPIEGATA AGLI ESCHIMESI. UN LIBRO CHE SI LEGGE
La SEM, Società editrice milanese mi manda due libri. O meglio, io scrivo alla SEM chiedendo di mandarmi in visione un libro (non vi dico quale).
Parlo con una gentilissima
signorina della Casa editrice la quale, alla fine, mi comunica che me ne
spedirà due: uno è quello che ho chiesto, il secondo per gentile concessione. E
siccome un libro non si rifiuta mai, accetto volentieri.
Arriva il pacco e mi ritrovo con due libri ben
impaginati, belle copertine, per fortuna copertine rigide che non si piegano al
primo soffio di vento (questo è un ottimo motivo per comprare e conservare i
libri anche se avete umidità in casa) e con un prezzo abbordabile per tutte le tasche
(anche questa è un’ottima scelta).
Appena apro il pacco cominciano i problemi.
La mia attenzione
è catturata dalla copertina e dal titolo del romanzo non richiesto. Ma io, che
cavolo, devo prima leggere il libro che avevo scelto… e quindi sfoglio, a casaccio
il non richiesto che pretende (lui dice) di spiegare la Sicilia agli eschimesi…
e poi a tutti gli altri. Già il titolo è divertente e considerato che è diviso
in piccoli capitoli senza la necessità di mettere un segnalibro o di ricordarti
cosa avevi letto nelle pagine precedenti, comincio a leggerlo (e intanto mi
dico; posalo, devi prima leggere quell’altro).
Bah, alla fine mi son letto tutto “La Sicilia
spiegata agli eschimesi e a tutti gli altri” di Ottavio Cappellani e devo
cominciare… l’altro romanzo.
Voi direte: e quindi? Beh, in una congiuntura
editoriale dove se non scrivi di cose piagnucolose, di commissari, agenti
segreti, avvocati detective, il tuo libro rischia di passare inosservato,
questa spiegazione agli eschimesi non ha la pretesa di dare chissà quale “messaggio”
ai posteri, ma un solo scopo: avvicinare la gente alla lettura. Perché, adesso
ditemi: quanti libri avete iniziato a leggere e sono ancora lì in attesa della
vostra “ispirazione” a continuarli?
Ebbene, questo libro, se lo iniziate, lo finirete.
Ed è già una bella soddisfazione!
sabato 9 marzo 2019
CARLO GINZBURG VINCE IL PREMIO TOMASI DI LAMPEDUSA
E
anche al Premio Tomasi di Lampedusa arriva un vincitore che non ti
aspetti, Carlo Ginzburg con il saggio dal titolo Nondimanco,
sottotitolo, Macchiavelli, Pascal, edito da Adelphi è il vincitore
della sedicesima edizione del Premio letterario internazionale
Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Per la prima volta quindi, si premia un
saggio e non un romanzo.
Machiavelli, Pascal: un accostamento
inatteso e sorprendente. Machiavelli, frugando nella biblioteca di
suo padre, scopre la casistica medievale e mette il rapporto tra la
norma e l'eccezione al centro di un mondo inventato e di quello in
cui vive e agisce. Pascal, feroce avversario della casistica, legge
Machiavelli attraverso la lente di Galileo, e la realtà del potere
attraverso Machiavelli. Un viaggio negli intrichi della lettura,
sulle tracce di due lettori straordinari
A
decretarne la vittoria la giuria composta da Gioacchino Lanza Tomasi
(presidente), Salvatore Silvano Nigro, Giorgio Ficara, Mercedes
Monmany e Salvatore Ferlita. Con
Adelphi, Ginzburg ha pubblicato Paura reverenza terrore (2015) e una nuova
edizione di Storia notturna (2017).
Ma
cosa c'entrano Ginzburg, Pascal e Macchiavelli con Tomasi di
Lampedusa?
L’Appendice
del libro, una «noterella su Il Gattopardo» è dedicata proprio
alla lettura profonda del testi: Ginzburg opera un ribaltamento
dell’interpretazione della famosa frase di Tomasi di Lampedusa («Se
vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi»), che
sarebbe stata ispirata all’autore da un passaggio dei Discorsi
di Machiavelli e che quindi assume un altro netto significato.
Questa
annotazione funziona però anche come un suono di allarme verso il
pressappochismo dell’interpretazione, evidente in questo passaggio
del Gattopardo ma che coinvolge anche, per esempio, alcuni luoghi
cardine dell’opera di Machiavelli. La cerimonia di premiazione si
terrà sabato 3 agosto a Santa Margherita di Belìce.
sabato 2 febbraio 2019
COUP DE FOUDRE: A QUASI UN ANNO DALLA PRIMA USCITA
Fra poco l’avventura editoriale in cui mi sono
imbarcato, la collezione di racconti “coup de foudre” pubblicata dalla Aulino
editore, piccolo ma combattivo editore di Sciacca, cittadina affacciata sul mar
mediterraneo, compie un anno. E devo dire che i numeri (inaspettati, ma
rincorsi) mi stanno dando ragione.
In qualità di direttore editoriale mi sono preso la
libertà di decidere, personalmente e liberamente, gli autori da contattare e
dopo aver iniziato con l’adesione di alcuni amici ho deciso di (come dire)
alzare l’asticella e invitare a partecipare a questa avventura non solo
scrittori o aspiranti tali, ma tutti quelli che in qualche modo hanno a che
fare con la scrittura. Musicisti, registi, storici, giornalisti, sociologi,
docenti universitari, attori.
Ne è venuta fuori una collezione di racconti “unici”
con autori “unici” che hanno condiviso con me questo viaggio editoriale low
cost (sette euro il costo di ogni racconto) e che continua a riscuotere la
simpatia degli addetti ai lavori.
Ne hanno parlato, con una intervista al
sottoscritto, TGcom24, ne ha parlato in più occasioni il quotidiano “La Sicilia”,
gli appuntamenti con le presentazioni dei racconti dei nostri autori sono stati
annunciati dal Tg radiofonico di Rai3 e poi blogger, siti web, giornali on
line, pagine facebook ci hanno seguito sin dalla prima uscita dando spazio ai
nostri bravi autori.
Questo ha fatto della Aulino, l’editore indipendente più
cliccato nello scorso anno, portato la collezione in giro per l’Italia e fatto
conoscere al pubblico varie anime della scrittura che meritavano di venir fuori.
Non solo!
Nella mia convinzione che “nulla è impossibile” ho
provato a contattare anche autori stranieri e avuto (con enorme piacere e
soddisfazione) l’adesione di una delle scrittrici e filmaker più apprezzate in
Spagna che ha già spedito il suo racconto, pronto da impaginare e stampare.
Insomma, partiti con poco, la collezione “coup de
foudre” valica i confini nazionali e sbarca in Spagna.
Con mia grande soddisfazione.
Tutto questo però, non sarebbe stato possibile senza
l’adesione al progetto di tutti gli autori sin qui pubblicati (nuovi o già affermati) e quelli da
pubblicare in questo 2019.
Ed è giusto ringraziarli tutti, perché mi hanno
permesso di far diventare “coup de foudre” una raccolta non per tutti, ma solo
per chi sente, all’interno del proprio corpo, la voglia matta di raccontare, in
poche righe, la sua personale visione della vita.
E non tutti sono capaci di
scriverla in sole diecimila battute.
Ma come dichiarato durante una intervista il mio sogno è pubblicare un racconto di @Daniel Pennac. Chissà, magari riusciremo a convincerlo ad entrare in questa raccolta che ha come unico scopo... far felici chi ama la letteratura.
@Accursios
Ma come dichiarato durante una intervista il mio sogno è pubblicare un racconto di @Daniel Pennac. Chissà, magari riusciremo a convincerlo ad entrare in questa raccolta che ha come unico scopo... far felici chi ama la letteratura.
@Accursios
martedì 16 ottobre 2018
ANNA ROLLANDO: APPLAUDIRE CON I PIEDI... UN LIBRO DA ASCOLTARE
Ho
letto il libro di Anna Rollando “Applaudire con i piedi” edito
dalla Graphofeel, casa editrice romana con la quale ho iniziato la
mia ancora breve carriera di scrittore.
Potrei
chiudere questa recensione qui, perché considerati gli anni in cui
ho tentato di arrivare alla fine di un libro, leggerlo per intero è
già una gran cosa. E ci ho tentato, ho comprato di tutto e iniziato
a leggere di tutto (in verità, solo romanzi, ma quelli con una bella
copertina, un titolo accattivamente e magari con qualche super premio
in bella vista) ma la mia libreria (purtroppo) è contrassegnata da
variopinti segnalibri infilati dentro storie lacrimevoli, gente
depressa, oppressa e mal messa, donne alla ricerca di identità e di
amori, piene di sogni spezzati malandati e ritrovati nelle pagine di
Liala, uomini cattivi e altri ancor più cattivi (ma in fondo buoni)
che ritrovano l’amore come i super eroi trovano i cattivi. E
segnalibri dentro una fessura di una montagna rocciosa e nella tana
del bianconiglio di colline affettate, ammantate, lavate e ricoperte
di rifugi e pecore che neanche il nonno di Heidi possedeva. Insomma,
più che una libreria sembra un arcobaleno di segnalibri infilati chi
a pagina 30 chi a pagina 65 chi addirittura a pagina 100 (e questo è
quello che mi ha annoiato di meno).
L’ultimo
libro che avevo letto per intero era stato “La scopa del sistema”
di Wallace (ma questa è un'altra storia) e adesso, anche se non è
un cosiddetto romanzo, questo “Applaudire con i piedi” di Anna
Rollando. (Applausi).
Credo
che la conoscenza del senso estetico di Fernando Pessoa mi abbia
“rovinato” le letture. Perché se è vero (ed è vero) che
“scrivere è una presa di posizione fra due idee”, la maggior
parte degli scrittori di oggi mette su carta la prima ideuzza che gli
passa per la mente e ci ricava una storia con un lui, una lei e
magari qualche altro che (malgrado gli sforzi, le sofferenze e gli
occhiali da vista nuovi) non riesci ad arrivare alla fine perché
già, dopo 30 pagine sai come finisce, e ti sei annoiato così tanto
a leggere le disgrazie altrui che le tue sembrano gioie della vita.
“Applaudire
con i piedi” non è un romanzo e nemmeno un saggio, si potrebbe
definire un dialogo sulla musica fra la Rollando e chi legge. Un
dialogo che inizia con un “Ciao, mi chiamo Anna e suono la viola”
e l’altro, con il libro in mano risponde: “Ciao, piacere di
conoscerti, vediamo che hai da dire” e finisce (manco a farlo
apposta) con la spiegazione di cos’è un virtuosismo, ovvero la
necessità (in tempi antichi, ma anche no!) di stupire il pubblico.
Il
libro, si legge in quarta di copertina, “si propone come una guida
semplice per chi intende accostarsi alla musica classica” ma in
realtà è una serie di domande alle quali la Rollando risponde con
esempi semplici che persino un amante delle canzoni melodiche
napoletane può capire. (con tutto il rispetto per i melodici
napoletani e nessuno per il tizio che passa con la sua auto
stereotizzata sotto la tua finestra con le casse a tutto volume e ti
fa sentire il nuovo successo dell'insuccesso melodico).
Ma
cos'è che spinge a non chiudere il libro della Rollando prima della
fine? Manco a farlo apposta è un sostantivo femminile: la curiosità.
Leggendolo, o sarebbe meglio dire, ascoltandolo, non si sa mai quali
conoscenze nuove faremo nel prossimo capitolo. Conoscenze, segreti e
curiosità della musica “colta” che vengono svelati e che ti
fanno riascoltare Tom Waits in maniera diversa, Lakme di Delibes
tutto per intero e rimettere nello stereo quel cd delle sorelle Katia
e Marielle Labéque dedicato a Erik Satie che da anni non ascoltavi
più.
E
questo, assieme al fatto che arrivi alla fine del libro, credo sia un
successo.
lunedì 27 agosto 2018
BEPPE GRILLO: PERCHE' PAGARE IL BIGLIETTO PER ASCOLTARE IL COMIZIO
#Beppe Grillo è l'unico leader politico che fa pagare il biglietto per assistere ai suoi comizi.
Mediamente, per ascoltarlo, mentre mette in mostra tutto il suo disagio sociale dovuto a decenni di emarginazione dalla TV e dai giornali, il costo è di 25 euro.
Mediamente, per ascoltarlo, mentre mette in mostra tutto il suo disagio sociale dovuto a decenni di emarginazione dalla TV e dai giornali, il costo è di 25 euro.
Di mestiere faceva il comico, ma visto che non faceva ridere nessuno si è costruito un blog e in associazione con Casaleggio (prima il padre, poi il figlio e in futuro il nipote) e in mancanza di altri mezzi di informazione controlla, attraverso il web, l'umore umorale degli italiani del cambiamento.
Il web controller (come spiegato nel post precedente) potrebbe
sembrare un lavoro difficile e per certi versi una manipolazione
dell’informazione, ma in realtà non lo è. Si lancia in rete un argomento sul quale dibattere ed intervenire e si lascia agli utenti (dal neonato al pensionato, dal giurista al contadino, dall'incazzato al riflessivo) la libertà
di esprimere la propria opinione indipendentemente dalla conoscenza in materia.
Questa opinione verrà monitorata e
registrata in un database (un profilo per ogni cittadino che liberamente decide
di intervenire) così da poter conoscere i bisogni, le speranze e
le aspettative che la gente ha.
Ma oltre a questi vantaggi governativi ce n’è
uno anche per gli utenti, che non ha prezzo, ed è il tempo. Vi faccio un esempio
pratico.
Una volta la gente leggeva i libri e i giornali, poi si è scoperto che
questi mezzi non solo erano obsoleti, ma per poter attingere informazioni da essi
bisognava sprecare il doppio se non il triplo del tempo che si impiega nel
leggere o commentare una notizia sul web. Non solo, dopo tutto questo spreco temporale
il cittadino non riceveva niente in cambio, non poteva esprimere il proprio
pensiero e tutto rimaneva nell’ambito di un monologo fra un giornalista che si
era arrogato il ruolo di opinionista infallibile (chi cazzo si crede di essere questo?) e un lettore passivo che non
aveva alcuna possibilità di dialogo. Perché, diciamocelo francamente, il
lettore di un quotidiano è solo, senza nessuna compagnia e se un articolo non
gli piace non può replicare perché l’autore del pezzo non c’è fisicamente (a volte non c’è
neanche la foto di chi ha scritto).
A poco a poco, come logica
conseguenza della necessità di partecipazione alla vita sociale e politica, in forza della crescente necessità di
sentirsi protagonisti, spinti dall'irrefrenabile desiderio di lasciare un proprio contributo ai posteri, ricordandosi che ad ogni uomo non si possono negare i famosi 15 minuti di notorietà, e come soggetti facenti parte di una comunità, tutti, ma proprio tutti esprimeremo la nostra (anche se non richiesta) opinione sul web e libri e giornali spariranno, diventeranno roba da nostalgici e archeologi e i cittadini, finalmente, non pagheranno 25 euro per ascoltare Beppe Grillo a teatro.
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