martedì 12 maggio 2020

MAGGIO DEI LIBRI 2020: IL TEMPO E LA POESIA DI BRECHT


Continuano gli appuntamenti di #SciaccaLibriinFesta con la rubrica PROVA D’AUTORE!
Protagonista, per questa nuova puntata, sarà il giornalista e scrittore saccense, Accursio Soldano!
🔴12 Maggio alle 17.00.
Accursio Soldano è nato a Sciacca nel 1957.
Si è laureato alla facoltà di Filosofia dell’Università di Palermo con una tesi su Lenny Bruce.
Giornalista, ha iniziato con il quotidiano L’Ora di Palermo, collaborato con La Repubblica e Tele Radio Sciacca.
Ha pubblicato il romanzo “Il venditore di attimi” Graphofeel ed. (dal quale è stata tratta una commedia), “Aspettando Mr. Wolf” Ed. Graphofeel; “La maledizione dell’abbazia di Thelema” Ed. Leucotea; il saggio storico “Giuseppe Bellanca e i pionieri sulle macchine volanti” Ed. Epsylon; e “A viagem a Sicilia de Alberto Caeiro” Ed. Ler Devagar.
Ha inoltre pubblicato il racconto “Il quarto uovo” Babbomorto editore e la raccolta di testi teatrali “Commedie e altri incidenti” Aulino editore.
Il suo è un contributo è su Bertholt Brecht e il Tempo.

venerdì 3 aprile 2020

LA TROMBA DI DAVIDE TOSCHES UNISCE I POPOLI





In questi giorni di quarantena forzata (che alla fine diventerà una cinquantena e magari questa estate non andremo al mare, la gente usa i social in maniera, oserei dire spropositata. Gente che mette un post ogni venti minuti, non perché abbia novità da comunicare, ma semplicemente per sentirsi vivo e segnalare ai suoi amici facebucchiani che esiste.
Io, dal canto mio continuo ad essere isolato e a gironzolare per casa. Ancora non sono arrivato al punto da contare i passi, quando inizierò a farlo comincerò a preoccuparmi per il mio stato di salute mentale. Al momento mi tengo impegnato cucinando quel che capita e quando mi faccio prendere dal sentimentalismo telefono ad amici e parenti.
«Ciao nonna, sono io, come stai?»
«Come le vecchiette, come vuoi che stia»
«Ti ho disturbato, cosa stavi facendo?»
«Niente figlio mio, stavo guardando la televisione, guardavo Il segreto»
«Ah, quella soap opera spagnola? E come va?»
«Va che qui, con questo virus, moriamo tutti prima che finiscano le puntate e non sappiamo come va a finire la storia»
Lasciando da parte le telefonate e guardando i post nella bacheca di facebook ci si accorge che, rispetto a qualche mese fa, sono aumentati a dismisura, e quasi tutti con un unico monotono, logorroico argomento (state a casa). 
Perché i post su facebook dipendono dal momento sociale e i loro autori, come personaggi in cerca d'autore di Pirandelliana memoria si ergono a esperti in qualsiasi campo del sapere e non sapere umano. Nella maggior parte dei casi li trovo ridicoli, alcuni li definirei populisti, scritti solo per avere un like, altri simpatici, molti autoreferenziali. 
In pochi utilizzano i social per puro divertimento e in questi casi, non prendendosi troppo sul serio, i post hanno il sapore della genialità. Uno di questi geni è Davide Tosches.
Musicista, cantautore (vi consiglio di ascoltare i suoi CD) illustratore, collaboratore di altri musicisti, è (ovviamente) convinto che la musica unisce i popoli. E quale miglior popolo di quello facebucchiano! 
Ed allora, armato di occhiali con montatura rossa e di una tromba, inserisce ogni giorno i suoi “tentativi” di suonarla. 
All'aperto, in cucina, in garage, in mezzo ai boschi, sopra il tetto, da solo al tramonto o in compagnia di due banane (a caso) o del suo asino. 
Una performance al giorno, con esiti che… beh, bisogna ascoltare per capire. Posso solo dire che, fino ad oggi, il 22esimo giorno (a caso) sembrava che le sue performance fossero migliorate, ma poi è andato via via a peggiorare (per fortuna).
Insomma, se siete ancora convinti che la musica non unisca i popoli, e che non si possano usare i social in maniera intelligente, ascoltate (e guardate) le performance trombali di Tosches. 
Un genio!




http://davidetosches.com/

lunedì 23 marzo 2020

L'ARMAMENTARIO CULINARIO AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Mi piace stare a casa. Certo, mi piacerebbe starci per diletto, perché ne ho voglia, per ascoltare musica o leggere un libro, e non per costrizione imposta da un minuscolo virus cinese che ha deciso di farsi il giro del mondo senza passaporto. Ma a volte, non tutto ciò che piace fare si fa per piacere.
Sto da solo. Ho deciso di mandare moglie e figlia dai miei suoceri pensionati perché il mio lavoro di giornalista mi impone di incontrare gente, e se devo portare a casa qualche ospite indesiderato preferisco che non ci sia nessuno a riceverlo. Sono sicuro che l'ospite non si offenderà se dovrà accontentarsi solo della mia compagnia. Che poi non è male, sono simpatico, ironico al punto giusto, faccio conversazione con una buona capacità di linguaggio, ho un ottimo e vario vocabolario e conosco a memoria tutte le canzoni degli Smiths.
Se proprio vogliamo trovare un difetto (che comunque non reputo tale), sono astemio, non bevo birra, vino e alcolici di ogni tipo e gradazione, e se vogliamo insistere nel trovare il pelo nell'uovo, non so cucinare molto bene. So fare le uova al tegamino, la solita pasta con sugo di pomodoro (imbottigliato e comprato al supermercato) e i tortellini con panna e prosciutto.
In conclusione, posso affermare senza ombra di dubbio che non potrei partecipare ad un concorso per aspiranti chef ma andrei forte in un reality di sopravvivenza estrema senza per questo dover stare quaranta giorni nel deserto.
Insomma, sto qui, da solo, approdato in questa mia Itaca senza Penelope per colpa di un microrganismo acellulare che non spiccica una parola di italiano circondato da pentole e padelle e solo adesso, andando in esplorazione solitaria mi accorgo che in casa abbiamo una quantità spropositata di arnesi per la cucina. Ho contato tre scolapasta, sei pentole di ogni forma, grandezza e profondità con relativo coperchio, cinque padelle, un servizio di dodici piatti fondi, piani e piattini, dieci bicchieri (forse due si sono rotti) e una quantità spropositata di cucchiai, forchette, palette, spatole e coltelli. Non oso aprire il forno ma dal vetro esterno vedo un bel po' di teglie una sull'altra da fare invidia ad una rosticceria.
A che serve tutto questo armamentario culinario? Ci sono più padelle che Proci, e se ci fossero, se la mia casa fosse invasa da parassiti che aspirano a prendere possesso della mia cucina li potrei affrontare e sconfiggere senza paura. Metterei uno dei tre scolapasta in testa (quello in alluminio), un coperchio come scudo e una paletta in legno come spada, e se qualcuno, nella lotta, riuscisse a disarmarmi, non avrei che da allungare la mano e afferrare uno di quei nove pezzi in legno duro di faggio infilati nel portamestolo di bambù poggiato accanto al lavandino oppure uno degli undici pezzi in silicone con manico di legno ad alta tolleranza al calore che mia moglie ha comprato chissà quando e se ne stanno tranquilli, ancora incellofanati, accanto ad un frullatore su una mensola della cucina; con tutte queste armi a disposizione posso tranquillamente affermare che sono armato e pericoloso come Don Chisciotte!
Ma non è questo il caso, per mia fortuna, la cucina non è invasa da centootto giovanotti che aspirano a mangiare i miei spaghetti al pomodoro, e il frullatore, sebbene faccia la sua parte, non somiglia ad un mulino a vento, quindi che io sia Ulisse o l'ingegnoso cavaliere Alonso Chisciano, dovrò rimboccarmi le maniche e prepararmi da mangiare con gli ingredienti che ho a disposizione. Da solo!

mercoledì 18 marzo 2020

IL QUARTO UOVO: RACCONTO BREVE POLITICAMENTE SCORRETTO


Questo racconto è stato pubblicato da "Babbomorto editore" di Antonio Castronuovo. A tiratura super limitata.


In una società che offre poche certezze, diventa fondamentale, se non altro, conoscere i propri polli. Ed io ho un grosso problema: ho quattro galline e tre uova al giorno, ergo una di loro non produce.
Il pollivendolo aveva assicurato che erano ovaiole e malgrado sia un uomo di poche parole non ho alcun motivo per dubitare della sua onestà intellettuale perché è lo stesso che aveva venduto le galline a mio padre e prima di lui a mio nonno e nessuno dei due ha mai lamentato carenze di vitamine. Oggi invece debbo constatare con mio enorme disappunto che la produzione di uova non è pari alla forza lavoro.
Essendo io un convinto democratico nonché signore, padrone e sindaco dell'appezzamento di terreno sul quale ho costruito il pollaio, per incentivarle ad una collaborazione con l'istituzione che rappresento avevo concesso ad ognuna di loro una delega assessoriale, e ovviamente, tutte, dietro mio disinteressato suggerimento hanno scelto la carica alle attività produttive.
Anche mio padre aveva fatto così, cioè aveva concesso ad ogni gallina un incarico politico e dopo alcuni anni di esperienza sul campo e di onorata produzione ovaiola dei suoi assessori, al grido di “Non siamo polli” lasciò la campagna per dedicarsi alla campagna elettorale candidandosi a sindaco nel Partito dei Lavoratori.
Non fu eletto perché i suoi compagni lo consideravano un nichilista e mia madre, che era una bolscevica convinta, votò il suo avversario adducendo come scusa il fatto che se fosse stato eletto nessuno si sarebbe occupato della terra, la produzione sarebbe crollata e ci saremmo trovati come ai tempi della grande depressione del 1929.
Mio nonno invece non si candidò mai perché per lui i polli erano semplicemente polli.
Forte dell’esperienza inversamente proporzionale fatta da mio nonno e poi da mio padre, anche io ho deciso di costruire un pollaio e avere le mie pollastre. All’interno ho costruito una bella mangiatoia, ho comprato due contenitori per l’acqua e mi sono fatto regalare dal fruttivendolo quattro cassette di legno per rendere agevole, oserei dire confortevole, la deposizione ovaiola. Il pollaio sembra un B&B a cinque stelle.
Malgrado tutte queste premure post moderne, una di loro non produce, non fa il suo dovere, mangia e beve a sbafo, si fa lunghe passeggiate in campagna e alla fine della giornata non contribuisce alla produzione.
E questo non lo trovo né giusto né onesto.
E' vero, come in ogni azienda o istituzione che si rispetti c'è chi lavora e chi no, chi contribuisce all'aumento del Pil e chi (come in questo caso) decide di mettere in atto una forma silenziosa di protesta, ma considerato che la mia unica richiesta di collaborazione alla squadra assessoriale era una produzione di uova uguale al numero di lavoratori, questo comportamento da fannullona, scansafatiche e lavativa di una di loro non solo non è giustificabile ma, inutile negarlo, danneggia gli altri tre compagni e mette in cattiva luce la mia democratica autorità di sindaco. Senza contare che in futuro, qualora il cattivo bipedo esempio perdurasse, potrebbero verificarsi casi di emulazione con conseguenze disastrose per tutto l'apparato.
E non si può dire che non ci abbia tentato!
Per sanare la situazione e portarla sui binari della normale normalità, ho tentato di instaurare un dialogo costruttivo basato su solidi, inconfutabili e fondamentali pensieri fisiologici che non valgono solo per l’essere galline ma per tutti i volatili, insomma, dogmi inconfutabili di aristotelica memoria. Ho cercato di motivarli e spingerli verso una sana assunzione di responsabilità, ho chiesto verso chi e per quale motivo si stava mettendo in atto questa pretestuosa protesta, ma finora i tentativi sono risultati vani come un appartamento sfitto.
Per rendere più confortevole il loro lavoro ho persino cambiato la fornitura dell’acqua da rubinetto con quella delle bottiglie di acqua minerale comprate al supermercato, il che, come facilmente intuibile, ha portato un aggravio non indifferente dei costi di gestione; ho ridotto l’ora di libertà campagnola solitamente usata per cercare vermetti e sassolini con un aumento della dose di mangime e aggiunta di un pizzico di peperoncino, ma il risultato non è cambiato: malgrado non debbano zampettare tutto il giorno alla ricerca di qualcosa da mangiare, come mendicanti sulla via francigena, sono sempre quattro galline e tre uova.
Ho persino considerato, in ultima analisi analizzata, la possibilità che tutto fosse riconducibile ad un eccessivo grado di timidezza di una di loro che la porterebbe a non produrre se non debitamente appartata quindi, dietro suggerimento di un mio amico che gestisce un pollaio di dimensioni industriali ho preso il vecchio paravento che mia madre teneva nella sua stanza e l’ho collocato in un angolo del pollaio. Niente da fare, non ha funzionato. Non voglio pensare, anzi lo escludo categoricamente che una di loro soffra di ansia da prestazione.
Dopo tutti questi tentativi andati a vuoto ho pensato di prendere il toro per le corna e convocare una riunione di Giunta, ma all’orario stabilito le ho trovate appollaiate, pronte al pisolino, poco inclini agli straordinari e per giunta tutte girate di spalle.
Per cui, l’unica soluzione che mi rimane, quella finale, è tirare il collo alla gallina che non ne vuol sapere di compiere il proprio dovere assessoriale. E considerato che fino ad oggi non ho potuto ricavarne un uovo, almeno ci ottengo un gustoso brodo di pollo.
Il dubbio è: quale delle quattro non fa l’uovo? Non posso tirare il collo alla prima gallina che incontro perché rischierei di ritrovarmi con tre galline e due uova, e poi con due galline e un uovo e infine con una gallina e nessun uovo, quindi la soppressione, o per meglio dire, il licenziamento forzato con trasferimento in pentola di uno degli assessori della mia giunta deve essere fatto con oculatezza e precisione chirurgica degna di un primario ospedaliero. Ma non un dottore qualsiasi, bensì uno che non sottovaluti il problema e non lo declassi ad aspetto secondario della crisi agricola ovaiola nazionale, ma prenda coscienza del fatto che, coscienziosamente non si può privare un sindaco (cioè io) di ciò che gli spetta di diritto: il completo e totale appoggio lavorativo della sua giunta.
Perché amici, è arrivato il momento di prendere atto della triste ma verace verità: non ci sono solo le pecore nere, esistono anche le galline politicizzate.
Un problema che dobbiamo risolvere!

sabato 9 novembre 2019

SIGNORE E SIGNORI: E' ARRIVATO IL CIRCO!

C'era un tempo in cui quando arrivava il circo, erano tutti felici. Finalmente arrivava lo spettacolo, con numeri stupefacenti. I loro camion colorati e i clown dipinti sulle fiancate ravvivavano il paese. Erano piccoli circhi, ma riuscivano a portare tanta felicità. Dove abitavo io, nel Rione Fratelli Bandiera c'è una piccola piazzetta, e ogni anno, puntualmente arrivava il Circo Pierantoni. Quattro tiranti piantati per terra e via al montaggio del tendone a strisce giallo e blu. La piazza è piccola, ma anche col tendone montato, c'era spazio per il traffico veicolare.
A quel tempo c'era solo un cinema che proiettava a settimane alterne le eroiche gesta di Maciste e di Ercole e i film di Franchi e Ingrassia, non c'era internet, e in pochi avevano la televisione. Il circo era la novità che tutti aspettavano per un anno intero, e quando arrivava, in quella piazza posta al centro di un complesso di case popolari, la gente si lanciava in una spontanea gara di solidarietà. Era come se la famiglia si allargasse, come se fossero arrivati i parenti da un'altra città.
Mia madre forniva l'elettricità per le luci lampeggianti della cassa, la nostra vicina di casa lasciava il cancello aperto, ed ogni tanto arrivava qualcuno del circo a riempire un bidone d'acqua per il loro fabbisogno; non ci si poteva permettere il lusso di comprare l'acqua minerale. In cambio, i bambini curiosavano, chiedevano, volevano scoprire i segreti. Come faceva quella bella ragazza a camminare su quel filo posto a due metri (anche meno) di altezza? Qual era il segreto di quel ragazzo che si infilava in bocca una torcia e sputava fuoco? Mi svelò il trucco una mattina, dentro la sua roulotte, e fu per me la fine di un mito.
Ma il Circo Pierantoni era una famiglia e faceva parte della famiglia, di tutti, a volte rimaneva a Sciacca per quasi un mese. E ricordo ancora la gente che, seduta su quelle gradinate fatte con tavole di legno, seguiva attentamente, anche la ventesima replica di “O zappatore”, la Cavalleria rusticana, o la storia di Peppino Musolino (rigorosamente divisi in due atti) e alla fine del secondo tempo, quando la recita finiva, tirava fuori dalle tasche i fazzoletti. Poi tutti a casa. Anche oggi il circo aveva concluso il suo spettacolo. Pierantoni era il Mario Merola siciliano.
Giovanni Lozopone, ma come mi disse lui stesso, “nessuno mi conosce con questo nome”, era nato a Marsiglia, in Francia, ma dall'età di 8 anni ha sempre abitato in Sicilia e ha passato tutta la sua vita nel circo. Prima insieme al padre, poi, dal 1961 con un proprio circo regionale, ha cominciato a viaggiare per paesi e città portando in giro il nome di un colonnello della casa di Pinerolo.
“Quando mio nonno morì, cadendo dal trapezio, Rodolfo Pierantoni, anche lui circense e titolare del circo dove lavoravano i miei nonni, si offrì di fare da tutore a mio padre, mio zio e mia zia, che a quel tempo erano giovanissimi. Crescendo con lui, siamo stati, da sempre, conosciuti come i figli di Pierantoni”
Fino al 1993, quando, per ragioni d'età, deise di chiudere la sua attività circense. L'ultima serata è stata a Lentini, con un incasso di 3 milioni: un grande incasso per quei tempi. Quello fu l'ultimo spettacolo del Circo Pierantoni.
Che fine ha fatto? Non saprei dirlo, ma rimane sempre nella mia memoria e nel mio cuore.

mercoledì 6 novembre 2019

UN VIAGGIO IN SICILIA NEI SET CINEMATOGRAFICI

Volete sapere dove Anakin Skywalker diventa Darth Vader, passando al «lato oscuro della forza»? Beh, accade in Sicilia, sull'Etna. Sono state girate proprio sul vulcano catanese le immagini che fanno da sfondo alla scena finale del terzo episodio di “Star Wars, La vendetta dei Sith”. Quindi, se fate una capatina in Sicilia, oltre ad ammirare le bellezze state attenti a chi incontrate. Ma volete farvi una vacanza senza andare nei soliti posti ed essere “attori protagonisti” della vostra vacanza? Ecco il viaggio che fa per voi.
Sono numerosissimi i registi italiani e stranieri che hanno scelto la Sicilia come luogo d'ambientazione per i loro film. Da “Il gattopardo” di Visconti del 1963, a “Fratello sole sorella luna” di Zeffirelli che girò a Palermo ed a Monreale, fino ai recenti successi cinematografici.
In totale, nella nostra isola sono stati girati quasi 150 film e da quasi tutti i migliori registi italiani. Da Luchino Visconti a Pietro Germi, Francesco Rosi, i fratelli Paolo e Vittorio Taviani e Pier Paolo Pasolini, che nel 1964 girò nei pressi dell'etna alcune scene de “Il vangelo secondo Matteo”. A questi vanno aggiunti i "Premi Oscar" Giuseppe Tornatore e Roberto Benigni, senza dimenticare i palermitani Ciprì e Maresco, o Nanni Moretti che nell'isola, e precisamente a Messina ed a Lipari ha girato alcune scene per il suo “Caro Diario” e poi anche Acireale per “Palombella rossa”.
Fra gli stranieri basta ricordare Michael Cimino che nel 1987 per la realizzazione de "Il Siciliano" si trasferì con tutta la sua troupe a Sutera e Caltanissetta e ancora prima Richard Fleischer che girò sull'etna alcune scene del suo “Barabba”, Francis Ford Coppola che arrivò in Sicilia per girare alcune scene del terzo capitolo del Padrino, fino a Anthony Minghella che nel 1999 girò a Palermo alcune scene del suo “Il talento di Mister Ripley”.
Ma tutte le provincie siciliane sono state, nel tempo, teatro di set cinematografici.
Un ideale itinerario turistico-cinematografico inizia da Aci Trezza, paesino che nel 1948 ospitò Luchino Visconti ed il suo gruppo di lavoro per la realizzazione de "La terra trema". Si continua con il regista genovese Pietro Germi che nel 1949 scelse Sciacca per realizzare "In nome della legge" e ci ritornò quindici anni dopo, nel 1964 per il più famoso "Sedotta ed abbandonata"
In Sicilia anche Michelangelo Antonioni che nel 1960 girò nelle Isole Eolie, a Palermo, Messina, Milazzo e Bagheria “L'avventura”, e nel 1962 Montelepre e Castelvetrano furono scelte da Francesco Rosi, per il suo film sulla storia del bandito "Salvatore Giuliano".
Un viaggio che prosegue verso Cefalù dove nel 1988 Giuseppe Tornatore girò alcune scene di "Nuovo Cinema Paradiso", film premiato con l'Oscar.
Un piccolo paese da visitare è sicuramente Chiaramonte Gulfi, in provincia di Ragusa dove Roberto Faenza nel 1996 realizzò "Marianna Ucria", tratto dall'omonimo romanzo di Dacia Maraini oppure la spiaggia di Ragusa, location scelta da Gianni Amelio nel 1993 per " Il ladro di bambini". A Ragusa anche per rivedere alcune scene de “L'uomo delle stelle” (1995) di Tornatore che a Bagheria girò alcune scene di “Baaria”. E a Lampedusa dove fu girato “Il postino” con Massimo Troisi o nel castello di Donnafugata dove Matteo Garrone girò alcune scene del suo “il racconto dei racconti”.
E poi, come si fa a rinunciare ad un autografo di Brad Pitt, George Clooney, o Chaterine Zeta-Jones che passeggiano per il lungomare di Trapani, nei momenti di pausa del loro “Ocean's Twelve” o ad una fotografia con Hugh Grant che a Segesta stava girando alcune scene di “Maurice” di James Ivory?
L'elenco potrebbe essere più lungo, ma per una vacanza, credo possa bastare.

E SE COLAPESCE ESISTESSE DAVVERO?

Se navigando per il mediterraneo, lungo le coste della Sicilia, vi imbatterete in una forma strana di pesce, non preoccupatevi, potrebbero essere i figli di Cola e di una Ninfa. Perché, gli uominipesce esistono veramente e già nel 1726, uno studio ne accertava l’esistenza.
In verità le leggende che riguardano la Sicilia sono molte. Secondo il poeta Pindaro (Pitiche, I, versi 13-28), come già Eschilo (Prometeo incatenato, versi. 351-372), il gigante Tifeo giaceva sotto l'intera regione compresa tra l'Etna e Cuma, collegando in questo modo i fenomeni vulcanici campani con quelli della Sicilia.
La leggenda dice che la Sicilia è sorretta da questo gigante, che osò lottare contro Zeus e impadronirsi della sede del cielo. E per questo motivo venne condannato a questo supplizio. Sopra la sua mano destra stava Peloro (Messina), sopra la sinistra Pachino, e mentre Lilibeo gli comprimeva le gambe, sopra la testa era posato l'Etna. Le eruzioni del vulcano, secondo la leggenda, erano dovute alla rabbia di Tifeo che dal fondo del mare proiettava sabbia e vomitava fiamme dalla bocca. Spesso si sforzava di smuovere il peso e di scrollarsi di dosso le città e le grandi montagne: allora la terra tremava. Il mito di Tifeo, venne citato e sfatato, addirittura da Dante Alighieri che lo inserì nella sua Divina Commedia in una quartina nell'ottavo canto del Paradiso.
Ma a sfatare questa leggenda, arrivò un frate spagnolo, Benito Jeronimo Feijo che rivisitando le leggende siciliane scrisse un'opera in nove volumi pubblicati dal 1726 al 1740 e arrivò a sostenere l'esistenza degli uomini-pesci. Questi, secondo le teorie del monaco, sono veri e propri esseri umani che un bel giorno hanno risposto alla chiamata delle acque. Secondo Feijoo, ad una naturale inclinazione verso il mare ed una speciale predisposizione per il nuoto, si aggiunge la pratica continuata, tanto dell'esercizio natatorio come della ritenzione della respirazione. Tutto questo porta a risultati sorprendenti, come quelli che riuscirono ad ottenere Francisco de la Vega e Cola Pesce. In più, accertata la possibilità di esistenza di questi individui, secondo il monaco spagnolo risulta naturale che uomini e donne con queste abilità, avessero dato vita ad una razza di uomini-pesce.
Nel sesto volume del suo “Teatro Critico Universal”, pubblicato nel 1726, il frate abbonda in dettagli e addirittura svela i nomi di coloro che in qualche modo gli hanno fatto perdere quel carattere di scetticità che lo accompagnava, fino ad ammettere la possibilità dell'esistenza degli uomini pesce. Al punto che, per giustificare la leggenda di Francisco de La Vega, l’uomo-pesce di Lierganes, il frate porta come esempio, la storia di Cola Pesce.
La leggenda racconta che, Cola passava più tempo in mare che sulla terra ferma. Conosceva le ninfe e seguiva le sirene. Per questo motivo, i messinesi lo chiamarono Cola Pesce. Federico II, avendo ricevuto notizie delle strabilianti imprese di questo ragazzo, lo volle mettere alla prova promettendogli grandi doni e la mano della principessa se avesse superato tre prove. Il re, dal Palazzo Reale, gettò una prima volta, nel tratto di mare sottostante, un vaso d'oro e invitò Cola Pesce a ripescarlo. Il pescatore, dopo essersi tuffato, riaffiorò con in mano il vaso d'oro lanciato una prima e una seconda volta.
Al terzo tentativo, che era quello decisivo, Cola Pesce rimase in fondo al mare e non riapparve più in superficie. In realtà egli non era morto ma successe che, giunto in fondo al mare, si era accorto che una delle tre colonne, la colonna Peloro che, secondo la leggenda era sostenuta da Tifeo, si era incrinata e stava per spezzarsi con la conseguenza che Messina potesse sprofondare da un momento all'altro. Fu così che decise di rimanere in fondo al mare, per sostenere sulle sue spalle la colonna di Capo Pelòro.
Forte di questo racconto, e delle notizie apprese sul conto dell'uomo di Lierganes, fatti i dovuti riscontri con i testimoni oculari dell'epoca, il monaco spagnolo, lasciando da parte ogni inclinazione verso i dettami della dottrina della Chiesa, arrivò ad ammettere l'esistenza degli uomini pesce.
Insomma, nel mediterraneo, ancora oggi ci si può imbattere in strani esseri, metà uomo e metà pesce. Niente di anormale: potrebbero essere i figli di Cola e di una Ninfa.

venerdì 24 maggio 2019

COMMEDIE E ALTRI INCIDENTI (RACCOLTA DI TESTI TEATRALI)

Sarà in libreria a partire dall‘1 giugno 2019 il libro “Commedie e altri incidenti”  pubblicato dalla Aulino editore. Si tratta di una raccolta di opere teatrali, già rappresentate e inedite, e per la prima volta raccolte in una pubblicazione.
E ci arrivo dopo la laurea in Filosofia con una tesi sul linguaggio teatrale di Lenny Bruce, e diversi riconoscimenti, tra i quali, nel Marzo 2017,  in occasione della Giornata Mondiale del Teatro, il Premio per il contributo alla cultura e nell’ambito teatrale.
Da segnalare, inoltre, tra gli altri, il monologo “Ballata per comico solo” che  ha vinto il Primo Premio al Concorso Internazionale “Navarro” e il cui testo sarà recitato, per la prima volta, in occasione del “Letterando in fest” il prossimo 1 giugno dall'attore Pippo Graffeo.
Per la copertina mi sono avvalso della collaborazione di uno dei migliori artisti italiani, @Mauro Di Silvestre.

sabato 30 marzo 2019

LA SICILIA SPIEGATA AGLI ESCHIMESI. UN LIBRO CHE SI LEGGE


La SEM, Società editrice milanese mi manda due libri. O meglio, io scrivo alla SEM chiedendo di mandarmi in visione un libro (non vi dico quale).
 Parlo con una  gentilissima signorina della Casa editrice la quale, alla fine, mi comunica che me ne spedirà due: uno è quello che ho chiesto, il secondo per gentile concessione. E siccome un libro non si rifiuta mai, accetto volentieri.

Arriva il pacco e mi ritrovo con due libri ben impaginati, belle copertine, per fortuna copertine rigide che non si piegano al primo soffio di vento (questo è un ottimo motivo per comprare e conservare i libri anche se avete umidità in casa) e con un prezzo abbordabile per tutte le tasche (anche questa è un’ottima scelta).

Appena apro il pacco cominciano i problemi. 
La mia attenzione è catturata dalla copertina e dal titolo del romanzo non richiesto. Ma io, che cavolo, devo prima leggere il libro che avevo scelto… e quindi sfoglio, a casaccio il non richiesto che pretende (lui dice) di spiegare la Sicilia agli eschimesi… e poi a tutti gli altri. Già il titolo è divertente e considerato che è diviso in piccoli capitoli senza la necessità di mettere un segnalibro o di ricordarti cosa avevi letto nelle pagine precedenti, comincio a leggerlo (e intanto mi dico; posalo, devi prima leggere quell’altro).

Bah, alla fine mi son letto tutto “La Sicilia spiegata agli eschimesi e a tutti gli altri” di Ottavio Cappellani e devo cominciare… l’altro romanzo.

Voi direte: e quindi? Beh, in una congiuntura editoriale dove se non scrivi di cose piagnucolose, di commissari, agenti segreti, avvocati detective, il tuo libro rischia di passare inosservato, questa spiegazione agli eschimesi non ha la pretesa di dare chissà quale “messaggio” ai posteri, ma un solo scopo: avvicinare la gente alla lettura. Perché, adesso ditemi: quanti libri avete iniziato a leggere e sono ancora lì in attesa della vostra “ispirazione” a continuarli?

Ebbene, questo libro, se lo iniziate, lo finirete. Ed è già una bella soddisfazione!

sabato 9 marzo 2019

CARLO GINZBURG VINCE IL PREMIO TOMASI DI LAMPEDUSA


E anche al Premio Tomasi di Lampedusa arriva un vincitore che non ti aspetti, Carlo Ginzburg con il saggio dal titolo Nondimanco, sottotitolo, Macchiavelli, Pascal, edito da Adelphi è il vincitore della sedicesima edizione del Premio letterario internazionale Giuseppe Tomasi di Lampedusa. 
Per la prima volta quindi, si premia un saggio e non un romanzo. 
Machiavelli, Pascal: un accostamento inatteso e sorprendente. Machiavelli, frugando nella biblioteca di suo padre, scopre la casistica medievale e mette il rapporto tra la norma e l'eccezione al centro di un mondo inventato e di quello in cui vive e agisce. Pascal, feroce avversario della casistica, legge Machiavelli attraverso la lente di Galileo, e la realtà del potere attraverso Machiavelli. Un viaggio negli intrichi della lettura, sulle tracce di due lettori straordinari
A decretarne la vittoria la giuria composta da Gioacchino Lanza Tomasi (presidente), Salvatore Silvano Nigro, Giorgio Ficara, Mercedes Monmany e Salvatore Ferlita. Con Adelphi, Ginzburg ha pubblicato Paura reverenza terrore (2015) e una nuova edizione di Storia notturna (2017).
Ma cosa c'entrano Ginzburg, Pascal e Macchiavelli con Tomasi di Lampedusa?
L’Appendice del libro, una «noterella su Il Gattopardo» è dedicata proprio alla lettura profonda del testi: Ginzburg opera un ribaltamento dell’interpretazione della famosa frase di Tomasi di Lampedusa («Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi»), che sarebbe stata ispirata all’autore da un passaggio dei Discorsi di Machiavelli e che quindi assume un altro netto significato. 
Questa annotazione funziona però anche come un suono di allarme verso il pressappochismo dell’interpretazione, evidente in questo passaggio del Gattopardo ma che coinvolge anche, per esempio, alcuni luoghi cardine dell’opera di Machiavelli. La cerimonia di premiazione si terrà sabato 3 agosto a Santa Margherita di Belìce.

sabato 2 febbraio 2019

COUP DE FOUDRE: A QUASI UN ANNO DALLA PRIMA USCITA


Fra poco l’avventura editoriale in cui mi sono imbarcato, la collezione di racconti “coup de foudre” pubblicata dalla Aulino editore, piccolo ma combattivo editore di Sciacca, cittadina affacciata sul mar mediterraneo, compie un anno. E devo dire che i numeri (inaspettati, ma rincorsi) mi stanno dando ragione.

In qualità di direttore editoriale mi sono preso la libertà di decidere, personalmente e liberamente, gli autori da contattare e dopo aver iniziato con l’adesione di alcuni amici ho deciso di (come dire) alzare l’asticella e invitare a partecipare a questa avventura non solo scrittori o aspiranti tali, ma tutti quelli che in qualche modo hanno a che fare con la scrittura. Musicisti, registi, storici, giornalisti, sociologi, docenti universitari, attori.

Ne è venuta fuori una collezione di racconti “unici” con autori “unici” che hanno condiviso con me questo viaggio editoriale low cost (sette euro il costo di ogni racconto) e che continua a riscuotere la simpatia degli addetti ai lavori.

Ne hanno parlato, con una intervista al sottoscritto, TGcom24, ne ha parlato in più occasioni il quotidiano “La Sicilia”, gli appuntamenti con le presentazioni dei racconti dei nostri autori sono stati annunciati dal Tg radiofonico di Rai3 e poi blogger, siti web, giornali on line, pagine facebook ci hanno seguito sin dalla prima uscita dando spazio ai nostri bravi autori. 
Questo ha fatto della Aulino, l’editore indipendente più cliccato nello scorso anno, portato la collezione in giro per l’Italia e fatto conoscere al pubblico varie anime della scrittura che meritavano di venir fuori.
Non solo!

Nella mia convinzione che “nulla è impossibile” ho provato a contattare anche autori stranieri e avuto (con enorme piacere e soddisfazione) l’adesione di una delle scrittrici e filmaker più apprezzate in Spagna che ha già spedito il suo racconto, pronto da impaginare e stampare.
Insomma, partiti con poco, la collezione “coup de foudre” valica i confini nazionali e sbarca in Spagna.
Con mia grande soddisfazione.

Tutto questo però, non sarebbe stato possibile senza l’adesione al progetto di tutti gli autori sin qui pubblicati (nuovi o già affermati) e quelli da pubblicare in questo 2019. 
Ed è giusto ringraziarli tutti, perché mi hanno permesso di far diventare “coup de foudre” una raccolta non per tutti, ma solo per chi sente, all’interno del proprio corpo, la voglia matta di raccontare, in poche righe, la sua personale visione della vita. 

E non tutti sono capaci di scriverla in sole diecimila battute.
Ma come dichiarato durante una intervista il mio sogno è pubblicare un racconto di @Daniel Pennac. Chissà, magari riusciremo a convincerlo ad entrare in questa raccolta che ha come unico scopo... far felici chi ama la letteratura.
@Accursios

martedì 16 ottobre 2018

ANNA ROLLANDO: APPLAUDIRE CON I PIEDI... UN LIBRO DA ASCOLTARE

Ho letto il libro di Anna Rollando “Applaudire con i piedi” edito dalla Graphofeel, casa editrice romana con la quale ho iniziato la mia ancora breve carriera di scrittore.
Potrei chiudere questa recensione qui, perché considerati gli anni in cui ho tentato di arrivare alla fine di un libro, leggerlo per intero è già una gran cosa. E ci ho tentato, ho comprato di tutto e iniziato a leggere di tutto (in verità, solo romanzi, ma quelli con una bella copertina, un titolo accattivamente e magari con qualche super premio in bella vista) ma la mia libreria (purtroppo) è contrassegnata da variopinti segnalibri infilati dentro storie lacrimevoli, gente depressa, oppressa e mal messa, donne alla ricerca di identità e di amori, piene di sogni spezzati malandati e ritrovati nelle pagine di Liala, uomini cattivi e altri ancor più cattivi (ma in fondo buoni) che ritrovano l’amore come i super eroi trovano i cattivi. E segnalibri dentro una fessura di una montagna rocciosa e nella tana del bianconiglio di colline affettate, ammantate, lavate e ricoperte di rifugi e pecore che neanche il nonno di Heidi possedeva. Insomma, più che una libreria sembra un arcobaleno di segnalibri infilati chi a pagina 30 chi a pagina 65 chi addirittura a pagina 100 (e questo è quello che mi ha annoiato di meno).
L’ultimo libro che avevo letto per intero era stato “La scopa del sistema” di Wallace (ma questa è un'altra storia) e adesso, anche se non è un cosiddetto romanzo, questo “Applaudire con i piedi” di Anna Rollando. (Applausi).
Credo che la conoscenza del senso estetico di Fernando Pessoa mi abbia “rovinato” le letture. Perché se è vero (ed è vero) che “scrivere è una presa di posizione fra due idee”, la maggior parte degli scrittori di oggi mette su carta la prima ideuzza che gli passa per la mente e ci ricava una storia con un lui, una lei e magari qualche altro che (malgrado gli sforzi, le sofferenze e gli occhiali da vista nuovi) non riesci ad arrivare alla fine perché già, dopo 30 pagine sai come finisce, e ti sei annoiato così tanto a leggere le disgrazie altrui che le tue sembrano gioie della vita.
“Applaudire con i piedi” non è un romanzo e nemmeno un saggio, si potrebbe definire un dialogo sulla musica fra la Rollando e chi legge. Un dialogo che inizia con un “Ciao, mi chiamo Anna e suono la viola” e l’altro, con il libro in mano risponde: “Ciao, piacere di conoscerti, vediamo che hai da dire” e finisce (manco a farlo apposta) con la spiegazione di cos’è un virtuosismo, ovvero la necessità (in tempi antichi, ma anche no!) di stupire il pubblico.
Il libro, si legge in quarta di copertina, “si propone come una guida semplice per chi intende accostarsi alla musica classica” ma in realtà è una serie di domande alle quali la Rollando risponde con esempi semplici che persino un amante delle canzoni melodiche napoletane può capire. (con tutto il rispetto per i melodici napoletani e nessuno per il tizio che passa con la sua auto stereotizzata sotto la tua finestra con le casse a tutto volume e ti fa sentire il nuovo successo dell'insuccesso melodico).
Ma cos'è che spinge a non chiudere il libro della Rollando prima della fine? Manco a farlo apposta è un sostantivo femminile: la curiosità. Leggendolo, o sarebbe meglio dire, ascoltandolo, non si sa mai quali conoscenze nuove faremo nel prossimo capitolo. Conoscenze, segreti e curiosità della musica “colta” che vengono svelati e che ti fanno riascoltare Tom Waits in maniera diversa, Lakme di Delibes tutto per intero e rimettere nello stereo quel cd delle sorelle Katia e Marielle Labéque dedicato a Erik Satie che da anni non ascoltavi più.
E questo, assieme al fatto che arrivi alla fine del libro, credo sia un successo.