STORIE DI UN GIORNALISTA CON UNA LAUREA IN FILOSOFIA. Assioma di Cole "La somma dell'intelligenza sulla Terra è costante; la popolazione è in aumento"
mercoledì 30 marzo 2016
sabato 26 marzo 2016
IO MI CHIEDO...
Io mi chiedo e chiedo: scoppia la bomba al Bataclan in pieno concerto musicale, scoppia la bomba alla metro di Bruxelles e due all'aeroporto, le chiese sono piene di vittime. Ma è possibile che nessuno di fede musulmana era al concerto, o prende la metro o viaggia in aereo? Non voglio dire che mi auguro che ci fossero, ma vorrei sapere se fra le tante vittime, c'era per sbaglio (almeno per sbaglio) un fratello musulmano fra la folla!
BATACLAN
BATACLAN
- Alexander Nick: di origine inglese di 41 anni, esercitava per gli Eagles of Death Metal che si esibivano al teatro Bataclan;
- Ayad Thomas: operava per la casa discografica Universal e al momento dell'attentato si trovava al concerto;
- Ben Khalifa Saadi Halima: di origine tunisina di 36 anni;
- Ben Khalifa Saadi Houda: di origine tunisina di 35 anni;
- Decherf Guillaume B.: critico musicale e giornalista;
- De Peretti Aurélie: di origine francese di 33 anni;
- Diakite Asta: cugina del giocatore della nazionale francese Lassana Diarra;
- Dogan Elif: di orine belga, è deceduta assieme al compagno Milko Jozic;
- DuBois Fabrice: di origine francese;
- Elodie Breuil: di origine francese di 23 anni;
- Gil James Michelle: di origine messicana;
- González Juan Alberto: di origine spagnolo di 29 anni;
- Gonzalez Nohemi: studentessa della California State University di 20 anni;
- Hoche Mathieu: di origine francese di 38 anni;
- Houd Djamila: di origine francese di 41 anni;
- Jaimez Michelli Gil: di origine messicana di 27 anni;
- Jozic Milko: ingegnere di origine belga di 47 anni, è morto assieme alla compagnaElif Dogan;
- Mauduit Cedric: di origine francese;
- Mosser Marie: operava presso la casa discografica Universal e al momento dell'attentato terroristico si trovava al concerto;
- Perez Manu: operava presso la casa discografica Universal e al momento dell'attentato terroristico si trovava al concerto;
- Ribet Valentin: avvocato penalista di origine francese di 26 anni, al momento dell'attentato terroristico si trovava al concerto;
- San Martin Elsa Veronique Delplace: di origine cilena di 34 anni, deceduta con sua madre, Patricia San Martín Núñez, 58 anni;
- Salines Lola: di origine francese;
- Solesin Valeria: di origine italiana di 28 anni, dottorando alla Sorbona;
- Valle Luis Felipe Zschoche: musicista di origine cileno di 35 anni;
giovedì 17 marzo 2016
LA MALEDIZIONE DELL'ABBAZIA DI THELEMA (qualche rigo...)
A mantenere viva questa credenza erano i vecchi e soprattutto
quei pochi testimoni che ancora potevano raccontare del giorno in cui insieme
ai carabinieri scortarono fino al treno quei figli di satana e scacciarono il
diavolo che era arrivato in Sicilia per edificare il suo tempio in mezzo alla
campagna cefaludese. I giovani invece ci ridevano sopra, ne avevano sentito
parlare ma non ne avevano paura, anzi qualcuno ci andava apposta per pisciare
sui muri.
Il vecchio prete
gli raccomandò di tenere vivo il ricordo di quei tempi perché anche se quella
casa era mezza crollata e non ci abitava più nessuno da tanto tempo,
rappresentava un ottimo esempio per ricordare ai fedeli quanto il diavolo può
essere pericoloso e quanto è bravo ad avvicinarsi all'uomo senza che questi se
ne accorga.
Con la storia del
diavolo tentatore che era arrivato in paese con la faccia di un uomo elegante e
in compagnia di una donna e un bambino portando il suo influsso maligno in ogni
casa, Don Antonio ci aveva campato trent'anni continuando ad alimentare nei
parrocchiani il timore che quella situazione potesse ripetersi, sostenendo che
solo la vicinanza alla chiesa, la carità, la confessione e la comunione dei
peccati rendevano immuni dalle tentazioni. Ovviamente, le donne, proprio per la
loro natura peccaminosa che si tramandava dai tempi di Eva erano le più esposte
ad essere ammaliate e colpite da satana tentatore che le avrebbe trascinate
nelle fiamme dell'inferno, quindi, per essere sicure di non cadere nell'inganno
non potevano e non dovevano mancare ad una messa domenicale.
E quando diceva
questo alzava il dito indice della mano destra e guardava tutti con sguardo
severo.....
Il romanzo sarà nelle librerie a partire dal 12 aprile
Oppure potete richiederlo qui:
http://www.edizionileucotea.it/it/
LA CRUSCA DICE CHE CON L'ARANCINO SI PUO' COLAZIONARE
Ma
insomma, si dice arancino a arancina? Il presidente dell'Accademia
nazionale della Crusca Francesco Sabatini, intervenuto all'istituto
comprensivo Buonarroti di Palermo per presentare l'ultima edizione
del suo libro, Conosco la mia lingua propende per la prima forma
perché solitamente i diminutivi vanno al maschile. L'arancia è
femminile, ma la trasformazione in un'altra cosa dovrebbe far
cambiare il genere grammaticale. Alla fine però ha aggiunto che
l'importante non è come si pronuncia ma chi lo fa meglio. Che poi
maschio o femmina, a punta o rotonda, è sempre la fine del mondo.
Insomma,
ultimamente pare che i quesiti più importanti, a partire da
petaloso, siano legati alla lingua italiana, al modo di dire e alla
capacità di inventarsi parole nuove.
Fino
a poco tempo fa, ad esempio, nessuno usava il termine apericena,
adesso è diventato di uso comune, ma secondo una analisi della
stessa accademia della crusca, ogni giorno arrivano nuove
segnalazioni. Si parte da colazionare (termine molto in voga in
alcuni ambienti) a pisellabile (di cui non conosciamo il
significato), da patatoso a inzuppare a watszappare e via dicendo.
Per
tornare all'arancina o arancino, se vogliamo entrare in una
rosticceria o un bar e usare parole nuove potremmo chiedere quella
cosa profumosa pallinosa mandibolare di forma polpettosa che mangiano
tutti i babbani.
E se il barista non capisce, chiedete un'arancina
alla carne.
giovedì 10 marzo 2016
INTERVISTA SU AGRIGENTOSETTE
Dopo i sorprendenti successi de "Il venditore di
attimi" e "Aspettando Mr. Wolf", lo scrittore e giornalista
saccense racconta com'è nata la sua ultima fatica letteraria ambientata a
Cefalù e che si rifà alla vera storia del satanista inglese Aleister Crowley
di Michele Scimè - 10/03/2016
E’ in uscita il terzo romanzo dello scrittore e
giornalista Accursio Soldano. Dopo il fortunato esordio con “Il venditore di
attimi” (dal quale è stata tratta una commedia messa in scena al Fringe
Festival di Roma) e “Aspettando Mr. Wolf” (menzione d’onore al concorso
letterario UnicaMilano) ad aprile arriva nelle librerie “La maledizione
dell’Abbazia di Thelema” (Leucotea edizioni). E come negli altri due romanzi,
l’autore si “diverte” ad inserire personaggi inventati in contesti reali ed a
farli interagire con persone realmente esistite.
La vicenda si svolge all’ombra di una strana
maledizione che secondo la credenza popolare ha colpito il paese di Cefalù da
quando, nel 1920, il satanista Aleister Crowley decise di creare proprio lì la
sua Abbazia di Thelema, ovvero il “tempio” dove mettere in pratica le sue idee
e accogliere i suoi discepoli. La storia dice che alcuni anni dopo, nell’aprile
del 1923, Crowley e i suoi seguaci fuorno scacciati dietro ordine di Benito
Mussolini preoccupato dall’influsso negativo che lo stesso esercitava sugli
abitanti e sull’onda di alcuni articoli pubblicati dal giornale inglese Sunday Express che definiva
Crowley con l’appellativo di “La bestia 666”.
Il libro racconta la storia di quattro persone che in
età avanzata si ritrovano, nelle sere d’inverno, a giocare a carte per stare in
compagnia. In un modo o nell’altro, i quattro (tre donne e un uomo) hanno
trascorso tutta la loro esistenza da soli, non si sono mai sposati e hanno
vissuto tranquillamente la loro vita. Almeno così credono tutti. Ma una sera,
una di loro confessa che in gioventù, partita dal suo paesello prima dello
scoppio della seconda guerra mondiale, aveva fatto la prostituta in un bordello
parigino e che il padre di suo figlio non era un soldato francese morto in
guerra, ma frutto di una notte a pagamento al “One two two” uno dei più famosi
bordelli francesi di cui Soldano, con una ricerca attenta, descrive persino
l’arredamento delle stanze.
Dopo questa “confessione” gli altri tre compagni di
briscola decidono di condividere i loro segreti più intimi e si scoprono man
mano particolari scabrosi. Così anche l'incontro quotidiano per una partita a
carte tra comari diventa la metafora di un ardito gioco della verità, che
lacera il velo di falso provincialismo e svela le vere motivazioni che stanno
dietro le scelte di ciascuno. Il ricordo di quei tempi, degli indicibili riti
satanici che vi si praticavano e l’influsso negativo che l’Abbazia,
nell’immaginario collettivo continua a trasmettere, servirà da
giustificazione per qualsiasi gesto compiuto e susciterà qualche preoccupazione
negli abitanti del paese quando uno dei quattro anziani sarà ritrovato morto
nella sua stanza.
Come è nata l’idea di questo nuovo
romanzo?
E’ nata per caso. Stavo parlando con un mio collega
giornalista di Fernando Pessoa e dei suoi molti eteronimi, così è venuto fuori
che lo stesso Pessoa aveva avuto a che fare con un “mago”. Ricordo che il mio
amico non volle dirmi il nome perché aveva quasi timore a pronunciarlo, e la
cosa mi incuriosì. Così cominciai a fare delle ricerche, a rileggere i libri di
Pessoa per trovare una traccia e… ho scoperto Crowley.
E dell’Abbazia?
L’Abbazia è esistita veramente. Sono stato anche a
Cefalù chiedendo in giro informazioni su come arrivarci, ma tutti quelli che ho
contattato mi dicevano di non saperne niente. O forse non volevano dirmi
niente. Alla fine è stata una signora che gestisce una tabaccheria a darmi
delle indicazioni mentre gli uffici, diciamo così, preposti, non avevano mai
sentito parlare dell’Abbazia. Comunque adesso, dopo anni di incuria qualcuno
sta cercando di portarla al “vecchio splendore”. Credo che sarebbe un buon biglietto
“turistico” per Cefalù e per chi ama l’esoterismo.
Ed hai fatto ricerche su Crowley?
Certo, ovviamente non approfondite come può farle uno
che vuole scrivere un saggio. Per me Crowley era, diciamo così, un pretesto per
giustificare determinati eventi che descrivo nel romanzo. Sai come funziona
nelle credenze popolari; quando qualcuno pensa di essere oggetto di malocchio e
maledizioni, anche se commette un omicidio trova il modo di giustificarlo. E ho
scoperto pure che Crowley ce l’avevo in casa perché la sua faccia è nella
copertina di “Sgt Pepper’s Lonely Heart club band” dei Beatles. Senza contare
che se qualcuno guarda attentamente il 33 giri “Led Zeppellin III” troverà due
frasi di Crowley che Jimmy Page fece scrivere nella parte non registrata. E gli
esempi potrebbero continuare fino a David Bowie.
Dopo il primo romanzo ambientato a
Brighton e un secondo, una intervista dentro un carcere, adesso l’ambientazione
è tipicamente siciliana, decisamente più familiare per te che sei di Sciacca...
Si, il romanzo è ambientato a Cefalù, ma il
riferimento all’Inghilterra c’è sempre. Crowley era inglese. Non so perché mi
ispirano le città e i personaggi inglesi. Oltretutto io in Inghilterra non ci
sono mai andato!
http://sciacca.agrigentosette.it/cultura/libri/maledizione-abbazia-thelema-romanzo-accursio-soldano-2016-9608.php
mercoledì 2 marzo 2016
martedì 1 marzo 2016
LA MALEDIZIONE DELL'ABBAZIA DI THELEMA (CAPITOLO VI)
Il Mistretta
prese in mano il mazzo di carte e cominciò a mischiarle. La mano precedente
l’aveva vinta Nina, forse perché era rimasta concentrata a contare il numero di
briscole che uscivano dal mazzo piuttosto che sul racconto della sua amica, o
forse perché così doveva andare. E mentre mischiava molto lentamente chiese
alle due sorelle se ci credevano veramente, se davvero credevano a quella
diceria della maledizione che gravava sul paese e se erano ancora convinte che
quell’uomo che sessantanni addietro era stato cacciato dal paese fosse davvero
un satanista.
"Io non so se dentro quella casa si facevano riti
satanici" rispose Brigida "e nemmeno se quello era il figlio di
satana in persona, un adoratore del diavolo o solo un maledetto imbroglione e
pervertito, ma di certo sono successe un mucchio di cose strane. Sia quando era
abitata, che quando se ne andarono tutti. E saranno pure dicerie di
paese" aggiunse "ma una diceria non dura sessantanni, prima o
poi finisce. O No?"
"Prima o poi… " rispose Mistretta
"Beh, questa non è finita, né prima né poi"
"Lasciate questa condizione di innumerevoli
limiti" disse Peppina "sia così per tutto te stesso, non hai
altro diritto che fare la tua volontà"
Ci fu un attimo di silenzio.
"Non guardatemi malamente" aggiunse
"non sono diventata allitterata tutto d’un tratto, è scritto in un libro
che mi regalò Lea quando lavoravamo insieme, si chiama il libro della legge e
pare che l’abbia scritto quell’essere demoniaco. Ma siccome quella frase mi
piaceva l’ho imparata a memoria"
Ci fu ancora un attimo di silenzio rotto dalla voce di
Brigida che invitò Michele Mistretta a distribuire le carte.
Si ricominciava a giocare sul serio.
E nessuno aveva
fatto commenti sul suo passato da prostituta.
Il romanzo sarà nelle librerie a partire da Aprile 2016
Potete prenotarlo qui: http://www.edizionileucotea.it
domenica 21 febbraio 2016
LA MALEDIZIONE DELL'ABBAZIA DI THELEMA (PARTE II)
CAPITOLO I
(parte seconda)
Più che una vera Abbazia, che a primo acchito può far
pensare alla presenza di preti o di suore dediti alla vita monastica alla
preghiera e all’agricoltura biologica, quella costruzione immersa in mezzo agli
olivi era una casa ad un solo piano, costruita in pietra con mura spesse
dipinte di bianco ed il tetto fatto con tegole di colore rosso. Di proprietà
del Barone Carlo La Calce, grazie ai buoni uffici di Don Giosuè, un vecchio
sensale che gestiva un piccolo negozio in centro, molti anni addietro era stata
affittata ad un distinto signore inglese che un giorno di fine marzo arrivò in
paese in compagnia di una donna e due bambini. Chi fossero in realtà quegli stranieri,
i paesani lo scoprirono alcuni anni più tardi quando i carabinieri si
presentarono con un ordine di sgombero firmato da Benito Mussolini e li
cacciarono via.
Ma per il barone La Calce, quei due erano Sir Alastor de
Kerval e la Contessa Leah Harcourt.
Almeno così c’era scritto nel contratto d’affitto.
Di quella
vicenda, così come di altri accadimenti della sua vita, nonna Peppina non ne
aveva mai parlato con nessuno tranne che con sua nipote Rosalia, e una sera
d’estate, stanca delle insistenze della ragazzina che voleva conoscere sempre
nuove storie, gli raccontò della piccola Poupée e di come la vita in quella
piccola casa di contrada Santa Barbara, dal giorno della morte di quella
bambina cambiò radicalmente.
Non era una bella storia e nonna Peppina non la ricordava
volentieri, ma gliela raccontò.
La piccola Poupée
arrivò a Cefalù che era ancora in fasce la mattina di mercoledì 14 aprile del
1920 insieme ad una giovane donna ben vestita e gentile nei modi che mostrava
orgogliosamente il pancione. Aveva i capelli
neri corti, le labbra piccole e serrate e scese a fatica dal treno
tenendola in braccio avvolta in una piccola coperta bianca e stringendola al
petto quasi come a proteggerla dagli sguardi indiscreti dei paesani. Al loro
arrivo c'era ad accoglierle quello che tutti conoscevano come Sir Alastor de
Kerval che sorridendo diede un bacio sulla guancia alla donna e prese con se la
bambina. Poi si incamminarono su per la salita che li avrebbe portati all'Abbazia
dove ad attenderli c'era la contessa Leah Harcourt che aveva preparato il
pranzo.
Di Poupée, delle
due donne e dei bambini per qualche mese non si seppe più niente, ma in paese
erano tutti convinti che quelle femmine erano due prostitute con le quali
quell'uomo andava a letto a piacimento.
Non si ebbero notizie fino a quando lo stesso Sir Alastor
una mattina di maggio, alla buon'ora, scese in paese per spedire un telegramma
ad un noto medico di Napoli chiedendogli di inviargli un farmaco. Solo allora
si seppe che quella bambina scesa dal treno in braccio alla madre stava poco
bene e peggiorava ogni giorno di più senza che nessuno riuscisse a trovare un
rimedio. E d'altronde si poteva fare ben poco per salvare dalla morte una bimba
che non riusciva ad assorbire quel poco che mangiava e che lentamente si stava
consumando. Soprattutto se nessun dottore andava a visitarla ed era vietato
persino avvicinarsi a quella casa.
I vecchi del
paese, che grazie all'impiegato delle poste erano venuti a conoscenza della
tragica situazione in cui si trovava quella famiglia che abitava in contrada
Santa Barbara non si lasciarono scappare l'occasione per mettere in mostra le
loro conoscenze in fatto di medicinali e rimedi naturali, ma quando uno di
loro, un pecoraio che pascolava le sue pecore vicino al cimitero asserì di aver
visto quell'uomo consultare un vecchio libro ingiallito in cui c'erano
raffigurati strani disegni e recitare incomprensibili riti magici, cominciarono
a credere che la maledizione di Dio fosse caduta su quella famiglia e in quella
casa e che per quella povera creatura non ci sarebbe stato niente da fare.
Questa convinzione
si rafforzò ancor di più nei giorni a venire quando il 14 ottobre videro
scendere dal treno quella stessa donna che mesi prima era arrivata con la bimba
in braccio. Stavolta era sola ed aveva gli occhi lucidi. Ci volle poco a capire
che la medicina arrivata da Napoli non aveva sortito alcun effetto e che la
piccola Poupée era deceduta in un lettino dell'ospedale di Palermo dove giorni
prima era stata ricoverata.
In verità ai
paesani non interessava molto dello stato di salute di quella strana gente,
anzi erano abbastanza contrariati dal fatto che se ne stessero sempre rinchiusi
in quella casa di campagna e non dessero confidenza a chicchessia. Questo
strano modo di comportarsi li faceva apparire eccentrici e pericolosi, roba da
non averci niente a che fare.
Ma se è vero che senza una testimonianza diretta nessuno
poté mai affermare con certezza cosa accadde in quei giorni dentro quelle
stanze ciò non impedì loro di formulare ipotesi e lasciarsi andare alle più
fantasiose teorie. Di una cosa erano sicuri: la morte della piccola aveva
portato lo scompiglio in quella strana famiglia perché la madre, forse per
gelosia o perché ne era veramente convinta, diede la colpa di quel decesso a
quell'altra donna che abitava assieme a loro accusandola di avere esercitato
delle terribili stregonerie non solo per far morire la bambina ma anche per
farla abortire del figlio che portava in grembo....
sabato 20 febbraio 2016
LA MALEDIZIONE DELL'ABBAZIA DI THELEMA
CAPITOLO I
Giuseppina
Martorana morì venerdì 13 marzo 1991 con dieci anni di ritardo rispetto al
previsto.
I dottori le avevano dato poco tempo da vivere quando un
decennio prima era stata portata in ospedale per una caduta accidentale con
conseguente frattura del femore. In più aveva un fastidioso principio di
raffreddore. Fatto due più due, operata e ingessata, i medici dichiararono che
l'operazione era andata bene, ma che considerata l'età e lo stato di salute
cagionevole della donna potevano insorgere conseguenze abbastanza gravi e non
prevedibili. E consigliarono ai parenti di riportarsela a casa. Quella
scivolata non prevista causata dal pavimento ancora bagnato e il bollettino
medico non certo incoraggiante fecero temere il peggio e suscitarono nella
famiglia una forte preoccupazione buttando nello sconforto la piccola nipote
Rosalia; una bimba di dieci anni diventata suo malgrado la confidente preferita
della nonna alla quale raccontava momenti della sua vita.
Quando nonna Peppina, a causa del pavimento bagnato scivolò
nel bagno e sbatté contro il bidet urlando qualcosa in francese, aveva compiuto
da poco ottanta anni. Era nata il 28 giugno del 1901, passato indenne due guerre, sopravvissuta ad
anni di fame e privazioni, fatto tutti i lavori possibili e immaginabili e,
considerato che suo figlio, per fortuna, aveva un buon lavoro e il resto della
famiglia stava discretamente bene, passava il tempo a predire il futuro con i
suoi tarocchi a chi glielo chiedeva ed a togliere il malocchio alle zitelle del
paese che per accaparrarsi un fidanzato non esitavano a maledirsi a vicenda
augurando alla potenziale rivale in amore tutti i peggiori mali esistenti al
mondo. Quel giorno i medici non diedero un responso chiaro sulle condizioni di
salute e su cosa intendessero con quel “preparatevi al peggio”, ma da quel
“preparatevi” al giorno della sua morte passarono altri dieci anni.
Quel venerdì,
dopo aver finito di mangiare, la vecchia si alzò da tavola, chiuse la porta
della sua camera, si sedette sulla vecchia sedia a dondolo e accese la tv per
guardare l'ottava puntata dello sceneggiato “I miserabili”. Aveva una cotta per
Gastone Moschin e quindi non perdeva nemmeno le repliche. Nessuno, tanto meno
sua nipote Rosalia poteva immaginare che aprendo la porta l'avrebbe trovata con
la testa reclinata e senza vita mentre sullo schermo del piccolo televisore
scorrevano i titoli di coda.
Erano le tre e mezzo del pomeriggio e da quel momento in
poi perse anche tutte le puntate di “Portobello”.
Nonna Peppina
viveva insieme a suo figlio Nicola, alla nuora Palmira e alla sua unica nipote
Rosalia in una piccola casa di mattoni in Via dei Cipressi. Una viuzza stretta
e polverosa, coi marciapiedi stretti e ammattonati male quasi all'uscita del
paese ma molto trafficata perché oltre ad essere una via d’uscita per chi
volesse andarsene, era anche quella che conduceva al cimitero. Insomma, era
l’unica strada che si poteva percorrere sia da vivo che da morto.
Considerata la posizione geografica e la vicinanza al
camposanto, era una delle poche zone del paese che aveva resistito alla
cementificazione, conservava ancora le casette ad un piano con i tetti fatti di
tegole gialle e alla fine della strada resisteva l’unica fontanella ancora
intatta dalla quale (ogni tanto) sgorgava l’acqua che proveniva da una sorgente
di montagna. Ed era anche per questo motivo che nessuno dei vecchi proprietari se
n’era mai voluto andare. Ma la vera ragione, quella che li spingeva a rimanere
nelle loro piccole casette e rifiutare un bell’appartamento in centro era la paura
della solitudine, il non aver nessuno con cui parlare.
Via dei Cipressi era stretta si, ma dentro ognuna di
quelle case ci abitava una famiglia che stava lì da decenni e bene o male
(dall’inizio alla fine della strada) si conoscevano tutti. Erano (come dire)
vicini di casa a distanza. E allora perché andarsi ad infilare in una di quelle
nuove abitazioni a cinque o sei piani che erano spuntate come funghi, creato
nuovi quartieri e rovinato la bellezza del paese? Palazzine dalle quali, anche
affacciandosi al balcone non si vedeva né un filo d'erba né anima viva con cui
parlare.
In paese nonna
Peppina era conosciuta da tutti, ma i giudizi su di lei, come capita spesso a
chi si costruisce una certa fama, erano contrastanti e derivavano non solo
dalla sua capacità di leggere i tarocchi, ma soprattutto dal fatto che nessuno
dei compaesani conosceva il suo passato, quindi per uno strano codice etico non
scritto, era lecito inventarsi di tutto. Qualcuno la identificava con una
vecchia fattucchiera che aveva fatto un patto col diavolo, molti la
consideravano una santa donna che con le sue carte aveva aiutato ed aiutava
tante persone in difficoltà. Per i più giovani era semplicemente nonna Peppina,
la madre di Nicola, quello che vendeva CD di canzone napoletane e ogni giorno
girava il paese col suo piccolo carretto e la musica a tutto volume.
Di Nonna Peppina si diceva che
sapesse leggere i tarocchi perché da giovane aveva frequentato, seppur per poco
tempo, quella vecchia villetta in contrada Santa Barbara che tutti conoscevano
come l'Abbazia di Thelema. Ma erano solo voci, chiacchiere di paese non
confermate e messe in giro da vecchie invidiose rincitrullite con gli anni...
sabato 6 febbraio 2016
UNA BELLA RECENSIONE DI ELENA MANCUSO SUL NUOVO ROMANZO DI SERGIO PALUMBO
Cita Shakespeare: “noi siamo della stessa sostanza di cui son fatti i sogni e la nostra breve vita è circondata da un sonno”, lo scrittore e giornalista Sergio Palumbo nelle prime pagine del suo libro “Tre sogni, tre racconti” edito da Le Farfalle, (35 pagine, 10 euro).
E da lì inizia un viaggio letterario che si articola in una terna di storie tra realtà e leggenda, sogno e fiaba. Da dove emerge “l’accuratezza per una Sicilia mitizzata e il gusto per una narrazione nitida”, come annota nella prefazione al testo arricchito da alcune immagini dal sapore onirico, Angelo Scandurra. Tra le pagine si dipana uno stupefacente mondo altro, parallelo, immaginifico, partendo da personaggi, oggetti e luoghi sensibili.
Ne “Il segreto del raggio verde”, prende corpo la stralunata figura del barone Casimiro Piccolo di Calanovella, cultore della metafisica e pittore di acquerelli “magici”. Le sue fate e i suoi gnomi si materializzano quando un eccezionale fenomeno naturale propizia l’incantesimo a Villa Piccolo, la solitaria magione orlandina in cui viveva l’aristocratico occultista. “Quel raro fenomeno ottico – scrive Palumbo – quel sottile strato luminoso verde-azzurro che dura pochi secondi ci aveva regalato un intimo infinito di magia e poesia”. Ed ecco in sogno spuntare il barone che “somigliava al mago di uno dei suoi acquarelli, col cappello a punta e una casacca blu che ricopriva l’intera figura. Il volto era la caricatura del vero Casimiro. Un naso aguzzo, enorme e sanguigno, sporgeva da una lunga barba d’avorio che terminava ad uncino lasciando intravedere appena il disegno della bocca”. Parlava piano e raccontò di un suo viaggio iniziatico che “lo portò a diventare come gli gnomi e a stare con loro ogni tanto nel villaggio di villa Piccolo”.
Nel secondo racconto “Visione al castagno dei cento cavalli” viene descritto un contatto sciamanico tra il protagonista della storia e una pianta cosmica, che è fonte di energia spirituale, come nella leggenda medievale. Il millenario, gigantesco albero che si trova ancora alle falde dell’Etna, rivela in sogno il prodigioso incontro con una regina che sotto di esso, per via di un furioso temporale, aveva trovato riparo molti secoli prima. “Guardandolo per l’ultima volta – scrive l’autore – fui preso dal dubbio: è stato un incantesimo a portarmi fin qui o sono stato io a volerlo? Ho visto degli spettri oppure è stato un sogno? Addio castagno dei cento cavalli e grazie per l’emozione che mi hai fatto provare”.
Prende le mosse da suggestioni letterarie lampedusiane, il terzo racconto “La sirena dalla coda rossa” dove viene narrata la storia di Porporina, fanciulla vittima di un crudele sortilegio, che, trasformata in pesce, vaga senza pace tra il lago elvetico Ceresio e Basiluzzo, un’isoletta disabitata nel mare delle Eolie. “Gli scenari sono autentici, molti particolari sono realistici, ma un altro tempo e un altro spazio proiettano in questo caso – annota Scandurra – in una dimensione favolistica e surreale”. “Ma per quale – si interroga Palumbo – altro sortilegio la sirena dalla coda rossa era finita nel mare di Sicilia e perché mai io, comune mortale, che appartenevo a un tempo e a un mondo tanto lontani dai suoi, avevo avuto il privilegio di udirne il malinconico sospiro, sono segreti che probabilmente non si potranno svelare”. Insomma è il sogno l’emblematico filo conduttore delle tre prose, ma si avverte comunque sullo sfondo, appena percepibile, una presenza di ombre femminili tutte legate alla memoria personale dell’autore. “E da tali fantasmi del passato Sergio Palumbo si è lasciato catturare – osserva Scandurra – per la stesura di questi testi che, dentro lo stile trasognato, fanno tralucere gli accadimenti di una vita vissuta, e ora reinventata”. (Foto Giovanni Franco)
Elena Mancuso
lunedì 28 dicembre 2015
LE CICATRICI DI SAL CAT E IL DOLORE DI GEORG TRAKL
Ho visto i lavori di Sal Cat che sono esposti da alcuni giorni nel Centro
d’arte Temporaneo che si trova in piazzetta Purgatorio.
Scrivo “lavori” perché
credo che il termine “opere” sia troppo abusato. Ormai tutti fanno “opere” come
se la loro produzione (artistica, musicale, teatrale, poetica) meriterebbe di essere
tramandata ai posteri; io non lo credo, anzi, molte volte mi sono chiesto chi
ha convinto o quale strano meccanismo sia scattato nella mente di certi
soggetti affinché mettessero in pubblico le loro “opere”.
E siccome per questi
ho uno spontaneo rigetto, scrivendo di Sal Cat parlerò di “lavori”.
La mostra si chiama “cicatrici”. Non voglio tediare chi leggerà questo
articolo con lo spiegare quale significato possa avere questo termine, ma
chiarire perché trovo interessanti i lavori di Catanzaro. Non tanto per l’uso
di vari materiali (questo lo abbiamo visto in tanti altri lavori) non tanto per
l’uso dei colori che già di per sé potrebbero essere il tratto distintivo di un
artista né tanto meno per l’uso dei chiodi a “segnare” le cicatrici sulla tela,
ma per l’Idea stessa di rappresentare la separazione, la distanza o l’unione,
con un oggetto (il chiodo) che nell’immaginario collettivo rappresenta qualcosa
di doloroso (i chiodi cantati nel venerdì santo quando affondano nella carne
dell’uomo sulla croce) e di contro, qualcosa di “semplicemente” utile (per
appendere un quadro).
Visitando la mostra ho avuto una sensazione strana. Per la prima volta dopo
tanti anni mi è tornato in mente un saggio di Martin Heidegger (In cammino
verso il linguaggio) e la spiegazione che il filosofo tedesco dava ad una
frase (una sola frase) di una poesia di Georg Trakl.
La frase diceva “Il dolore ha pietrificato la soglia” che letta
così, “semplicemente” potrebbe essere una conseguenza, un rimanere pietrificati
da un inaspettato evento doloroso, ovvero il dolore pietrifica tutto ciò
che il dolore stesso ha colpito, ma ad una più attenta analisi linguistica
risulta chiaro che evoca un fatto già accaduto, qualcosa che dovrebbe appartenere
al passato ma che come una “cicatrice” è presente e ben visibile nella soglia
davanti casa.
Che essa sia vista dall’interno o dall’esterno, testimonia il
dolore.
E siccome
ogni dolore lascia una “cicatrice” che il tempo (malgrado gli sforzi che potremo
fare) potrà solo affievolire ma mai coprire completamente, mi sono chiesto da
quale prospettiva Sal Cat guardava il mondo mentre sistemava i suoi “chiodi” al
centro della sua personale “scena”.
Si trovava all’interno della casa,
impossibilitato come gli invitati di “L’angelo
sterminatore” di Bunuel ad uscire? Oppure si trovava all’esterno? E se
fosse stato fuori, sarebbe stato capace di entrare?
Ecco l’uso
dei chiodi nei lavori di Sal Cat messi lì a dividere e al tempo stesso unire
due superfici, due colori, due anime, mi ha fatto ricordare che puoi cercare di
unire le due parti di uno stesso lavoro, ma non sempre hai la fortuna di avere
una prospettiva privilegiata, e se non sei nelle condizioni di poter scegliere
il posto giusto da dove osservare o “parlare” l’importante è trovare qualcosa
(un chiodo) o qualcuno (una persona) che riesca a unire le due anime.
A quel
punto, la soglia sarà solo un passaggio verso l’oltre. O per dirla con Heidegger, un cammino verso il linguaggio.
giovedì 26 novembre 2015
PREMIATA DITTA "SEPULVEDA ANIMALI & Co"
Luis Sepulveda ha riscosso un grande successo editoriale con il suo romanzo "Storia di una gabbianella e del gatto che gli insegnò a volare" e considerato che, squadra che vince non si tocca ha continuato con la "Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico", poi è arrivata la "Storia di una lumaca che scoprì l'importanza della lentezza" e adesso arriva la "Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà".
Ora dico io, capisco che bisogna cavalcare l'onda e scrivere romanzi come se fosse una soap opera, ma a quale altro animale Sepulveda dovrà rompere i cabbasisi nel prossimo romanzo?
Ora dico io, capisco che bisogna cavalcare l'onda e scrivere romanzi come se fosse una soap opera, ma a quale altro animale Sepulveda dovrà rompere i cabbasisi nel prossimo romanzo?
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