lunedì 16 maggio 2016

CANONE RAI IN BOLLETTA: UNA RAPINA MORALE E MATERIALE

Fra poco, nella bolletta della luce verrà addebitato il costo del canone Rai. L'assioma da cui è partito il Governo Renzi è semplice: se hai la luce hai un televisiore e se hai un televisiore vedi i programmi della Rai, quindi devi pagare il canone.
Ora io credo che questo assioma non sia valido e che la legge sia anticostituzionale. E spiego perché.
Io vado in un negozio e compro un televisiore, ovvero un elettrodomestico atto a ricevere segnali digitali delle TV, lo porto a casa, attacco la presa alla corrente elettrica (che ho) e lo collego ad una antenna che mi serve per captare i segnali video. Sullo schermo di questo elettrodomestico mi appare la scritta “ricerca” e do l'Ok. Il televisiore comincia a fare la ricerca dei canali e me ne trova, ad esempio, 160. Ben centosessanta canali televisivi e fra questi alcuni canali della Rai, ovvero la TV pubblica. Mi dicono che di questi 160 canali che la mia antenna ha captato ed il mio televisiore, quello dentro casa mia, ha memorizzato, bel 154 sono gratuiti, solo 6 sono a pagamento, ovvero quelli della Rai.
Siccome amo un certo tipo di programmazione è ovvio che di 160 TV che trasmettono un segnale e che si sono infilate nel mio televisiore di casa non ci faccio niente. Come fare? Grazie al telecomando ho la possibilità di rimediare a questa invasione.
Fra queste emittenti ce ne sono alcune che io decido di non guardare mai (tipo le tv che trasmettono solo televendite) e le cancello, mentre ce ne sono altre (Rai) che, indipendentemente dal fatto che decido di guardare o di cancellare dalla lista, devo pagare. Tutte le altre sono a gratis.
Insomma, il #GovernoRenzi, considerato che la Rai col suo segnale video arriva pure dentro casa mia e si infila (senza richiesta) nel mio elettrodomestico mi obbliga a pagare per il suo mantenimento (che io segua i suoi canali o decida di cancellarli dalla lista) togliendomi la libertà di scelta e il libero arbitrio.
Questo a me sembra una rapina: morale e materiale.
Sarebbe come se io andassi a comprare un'automobile e il concessionario mi dicesse: “Egregio signore, lei può decidere di mettere la benzina che vuole o lasciare la macchina in garage, ma siccome ha comprato un'auto, deve pagare una tassa fissa alla IP (tanto per fare un esempio).

O sarebbe come dire: “Può votare per il candidato che vuole, ma un voto a Matteo Renzi lo deve dare”

domenica 1 maggio 2016

UNA BELLA RECENSIONE DI ASPETTANDO MR.VOLF

https://escamontage.wordpress.com/2015/06/01/esca-rubrica-prosa-blues-aspettando-mr-woolf/

Dove si risolve il conflitto tra bene e male, tra giusto o sbagliato? E dove alberga la verità?
L’ultimo romanzo di Accursio Soldano “Aspettando Mr. Wolf” (Graphofeel Edizioni) si interroga su questi grandi temi esistenziali, raccontando la giornata particolare di un giornalista siciliano a cui è stato concesso di intervistare in carcere un mafioso, che non si è mai pentito dei suoi delitti.
Ne verrà fuori un dialogo serrato, in cui Aristotele Giordano, un corrispondente per la sezione regionale di una testata nazionale, alla ricerca dello scoop per poter scrivere un libro, si troverà a mettere a dura prova tutte le sue convinzioni, incalzato da Don Fofò Catanzaro, un assassino che sembra avere un concetto di giustizia molto più chiaro di lui.
L’autore utilizza un gergo incalzante, dai dialoghi al cardiopalmo, e manifesta la padronanza del linguaggio teatrale, campo in cui si è distinto come autore.
Il romanzo è anche una dura critica al mondo del giornalismo, un ambito fatto di pezzi cancellati all’ultimo momento perché soverchiati da gossip o da casi più succulenti per la vendita, di bocconi amari da ingoiare, di tentativi di emergere fiaccati dal potere dei raccomandati, che mettono a dura prova l’anelito proprio della professione giornalistica, ovvero la ricerca della verità.
Ed è proprio su questi principi logorati che l’esuberanza e la chiarezza di Don Fofò faranno presa su Giordano, mettendo in crisi le sue idee e lasciandolo debole rispetto alla forza con cui il mafioso ha condotto i suoi delitti.
Il romanzo obbliga ad una verifica anche il lettore che, pur non volendo, si trova a dover guardare i processi del pensiero cosciente sul concetto di giustizia (che mai si ammetterebbe essere a favore della mafia), e, anche non condividendo i metodi, si vede invitato a trovare e fare emergere dalle proprie zone d’ombra, principi ed idee che sembrano essere in perfetta linea col modo di pensare mafioso.
Accursio Soldano
Accursio Soldano
Accursio Soldando è giornalista, scrittore ed autore di teatro. Lavora a Tele Radio Sciacca, città in cui è nato. Ha collaborato con “Repubblica” ed ha vinto premi in campo giornalistico e teatrale.
Il suo primo romanzo è “Il venditore di attimi” (Graphofeel Edizioni) dal quale è stata tratta l’omonima pièce teatrale. E’ autore del saggio “Giuseppe Bellanca e i pionieri sulle macchine volanti” (Epsylon Editrice), eletto libro dell’anno dall’ Associazione Tradizioni Popolari e di Cultura d’Arte di Sicilia.
E’ autore cinematografico: il suo cortometraggio sui pupi siciliani “Don Turi e Gano di Magonza”, che contiene una delle ultime apparizioni in pubblico del grande Ciccio Ingrassia, ha vinto il Premio Speciale della Giuria per l’eccellenza culturale al Parma International Music Film Festival 2014.
di Laura Bonelli

mercoledì 27 aprile 2016

BALLATA PER COMICO SOLO: SEGNALAZIONE SPECIALE DELLA GIURIA AL PREMIO TEATRO AURELIO

Dicevo ad una mia amica, giorni addietro, che non bisogna mai partecipare ad un concorso dove, negli anni passati si è usciti vincitori. Però ho partecipato lo stesso con questa mia nuova commedia in due atti e devo dire che aver ricevuto la Segnalazione Speciale della Giuria mi inorgoglisce.
"Ballata per comico solo" è una commedia "diversa" con cinque personaggi in scena. Ed io (sarà per un eccesso di campanilismo avevo immaginato nei ruoli gli attori Michele Cirafisi, Pippo Graffeo, Franco Bruno e Salvatore Monte.
Questo perché ognuno di loro ha una gestualità e un modo di stare in scena molto personale.
Il quinto personaggio è una donna... beh, non avevo nessuna idea di quale attrice saccense potesse ricoprire quel ruolo, ma se metteremo in scena questa commedia, una brava la troviamo!

sabato 26 marzo 2016

IO MI CHIEDO...

 Io mi chiedo e chiedo: scoppia la bomba al Bataclan in pieno concerto musicale, scoppia la bomba alla metro di Bruxelles e due all'aeroporto, le chiese sono piene di vittime. Ma è possibile che nessuno di fede musulmana era al concerto, o prende la metro o viaggia in aereo? Non voglio dire che mi auguro che ci fossero, ma vorrei sapere se fra le tante vittime, c'era per sbaglio (almeno per sbaglio) un fratello musulmano fra la folla!
BATACLAN
  • Alexander Nick: di origine inglese di 41 anni, esercitava per gli Eagles of Death Metal che si esibivano al teatro Bataclan;
  • Ayad Thomas: operava per la casa discografica Universal e al momento dell'attentato si trovava al concerto;
  • Ben Khalifa Saadi Halima: di origine tunisina di 36 anni;
  • Ben Khalifa Saadi Houda: di origine tunisina di 35 anni;
  • Decherf Guillaume B.: critico musicale e giornalista;
  • De Peretti Aurélie: di origine francese di 33 anni;
  • Diakite Asta: cugina del giocatore della nazionale francese Lassana Diarra;
  • Dogan Elif: di orine belga, è deceduta assieme al compagno Milko Jozic;
  • DuBois Fabrice: di origine francese;
  • Elodie Breuil: di origine francese di 23 anni;
  • Gil James Michelle: di origine messicana;
  • González Juan Alberto: di origine spagnolo di 29 anni;
  • Gonzalez Nohemi: studentessa della California State University di 20 anni;
  • Hoche Mathieu: di origine francese di 38 anni;
  • Houd Djamila: di origine francese di 41 anni;
  • Jaimez Michelli Gil: di origine messicana di 27 anni;
  • Jozic Milko: ingegnere di origine belga di 47 anni, è morto assieme alla compagnaElif Dogan;
  • Mauduit Cedric: di origine francese;
  • Mosser Marie: operava presso la casa discografica Universal e al momento dell'attentato terroristico si trovava al concerto;
  • Perez Manu: operava presso la casa discografica Universal e al momento dell'attentato terroristico si trovava al concerto;
  • Ribet Valentin: avvocato penalista di origine francese di 26 anni, al momento dell'attentato terroristico si trovava al concerto;
  • San Martin Elsa Veronique Delplace: di origine cilena di 34 anni, deceduta con sua madre, Patricia San Martín Núñez, 58 anni;
  • Salines Lola: di origine francese;
  • Solesin Valeria: di origine italiana di 28 anni, dottorando alla Sorbona;
  • Valle Luis Felipe Zschoche: musicista di origine cileno di 35 anni;

giovedì 17 marzo 2016

LA MALEDIZIONE DELL'ABBAZIA DI THELEMA (qualche rigo...)

  
La storia gliel'aveva raccontata il suo predecessore, Don Antonio, prima di lasciargli il posto alla parrocchia e trasferirsi a Palermo. Gli aveva parlato di quella casa abbandonata in contrada Santa Barbara, di quel losco figuro che rispondeva al nome di Aleister Crowley figlio di un demonio che era venuto dalla lontana Inghilterra a portare la maledizione di Dio su tutto il paese e di come, malgrado fossero passati tanti anni qualcuno credeva ancora che quelle stanze fossero maledette.
A mantenere viva questa credenza erano i vecchi e soprattutto quei pochi testimoni che ancora potevano raccontare del giorno in cui insieme ai carabinieri scortarono fino al treno quei figli di satana e scacciarono il diavolo che era arrivato in Sicilia per edificare il suo tempio in mezzo alla campagna cefaludese. I giovani invece ci ridevano sopra, ne avevano sentito parlare ma non ne avevano paura, anzi qualcuno ci andava apposta per pisciare sui muri.
  Il vecchio prete gli raccomandò di tenere vivo il ricordo di quei tempi perché anche se quella casa era mezza crollata e non ci abitava più nessuno da tanto tempo, rappresentava un ottimo esempio per ricordare ai fedeli quanto il diavolo può essere pericoloso e quanto è bravo ad avvicinarsi all'uomo senza che questi se ne accorga.

  Con la storia del diavolo tentatore che era arrivato in paese con la faccia di un uomo elegante e in compagnia di una donna e un bambino portando il suo influsso maligno in ogni casa, Don Antonio ci aveva campato trent'anni continuando ad alimentare nei parrocchiani il timore che quella situazione potesse ripetersi, sostenendo che solo la vicinanza alla chiesa, la carità, la confessione e la comunione dei peccati rendevano immuni dalle tentazioni. Ovviamente, le donne, proprio per la loro natura peccaminosa che si tramandava dai tempi di Eva erano le più esposte ad essere ammaliate e colpite da satana tentatore che le avrebbe trascinate nelle fiamme dell'inferno, quindi, per essere sicure di non cadere nell'inganno non potevano e non dovevano mancare ad una messa domenicale. 
E quando diceva questo alzava il dito indice della mano destra e guardava tutti con sguardo severo.....
Il romanzo sarà nelle librerie a partire dal 12 aprile
Oppure potete richiederlo qui:
http://www.edizionileucotea.it/it/

LA CRUSCA DICE CHE CON L'ARANCINO SI PUO' COLAZIONARE

Ma insomma, si dice arancino a arancina? Il presidente dell'Accademia nazionale della Crusca Francesco Sabatini, intervenuto all'istituto comprensivo Buonarroti di Palermo per presentare l'ultima edizione del suo libro, Conosco la mia lingua propende per la prima forma perché solitamente i diminutivi vanno al maschile. L'arancia è femminile, ma la trasformazione in un'altra cosa dovrebbe far cambiare il genere grammaticale. Alla fine però ha aggiunto che l'importante non è come si pronuncia ma chi lo fa meglio. Che poi maschio o femmina, a punta o rotonda, è sempre la fine del mondo.
Insomma, ultimamente pare che i quesiti più importanti, a partire da petaloso, siano legati alla lingua italiana, al modo di dire e alla capacità di inventarsi parole nuove.
Fino a poco tempo fa, ad esempio, nessuno usava il termine apericena, adesso è diventato di uso comune, ma secondo una analisi della stessa accademia della crusca, ogni giorno arrivano nuove segnalazioni. Si parte da colazionare (termine molto in voga in alcuni ambienti) a pisellabile (di cui non conosciamo il significato), da patatoso a inzuppare a watszappare e via dicendo.

Per tornare all'arancina o arancino, se vogliamo entrare in una rosticceria o un bar e usare parole nuove potremmo chiedere quella cosa profumosa pallinosa mandibolare di forma polpettosa che mangiano tutti i babbani. 
E se il barista non capisce, chiedete un'arancina alla carne.

giovedì 10 marzo 2016

INTERVISTA SU AGRIGENTOSETTE

Dopo i sorprendenti successi de "Il venditore di attimi" e "Aspettando Mr. Wolf", lo scrittore e giornalista saccense racconta com'è nata la sua ultima fatica letteraria ambientata a Cefalù e che si rifà alla vera storia del satanista inglese Aleister Crowley

di Michele Scimè - 10/03/2016

E’ in uscita il terzo romanzo dello scrittore e giornalista Accursio Soldano. Dopo il fortunato esordio con “Il venditore di attimi” (dal quale è stata tratta una commedia messa in scena al Fringe Festival di Roma) e “Aspettando Mr. Wolf” (menzione d’onore al concorso letterario UnicaMilano) ad aprile arriva nelle librerie “La maledizione dell’Abbazia di Thelema” (Leucotea edizioni). E come negli altri due romanzi, l’autore si “diverte” ad inserire personaggi inventati in contesti reali ed a farli interagire con persone realmente esistite.
La vicenda si svolge all’ombra di una strana maledizione che secondo la credenza popolare ha colpito il paese di Cefalù da quando, nel 1920, il satanista Aleister Crowley decise di creare proprio lì la sua Abbazia di Thelema, ovvero il “tempio” dove mettere in pratica le sue idee e accogliere i suoi discepoli. La storia dice che alcuni anni dopo, nell’aprile del 1923, Crowley e i suoi seguaci fuorno scacciati dietro ordine di Benito Mussolini preoccupato dall’influsso negativo che lo stesso esercitava sugli abitanti e sull’onda di alcuni articoli pubblicati dal giornale inglese Sunday Express che definiva Crowley con l’appellativo di “La bestia 666”.
Il libro racconta la storia di quattro persone che in età avanzata si ritrovano, nelle sere d’inverno, a giocare a carte per stare in compagnia. In un modo o nell’altro, i quattro (tre donne e un uomo) hanno trascorso tutta la loro esistenza da soli, non si sono mai sposati e hanno vissuto tranquillamente la loro vita. Almeno così credono tutti. Ma una sera, una di loro confessa che in gioventù, partita dal suo paesello prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, aveva fatto la prostituta in un bordello parigino e che il padre di suo figlio non era un soldato francese morto in guerra, ma frutto di una notte a pagamento al “One two two” uno dei più famosi bordelli francesi di cui Soldano, con una ricerca attenta, descrive persino l’arredamento delle stanze.
Dopo questa “confessione” gli altri tre compagni di briscola decidono di condividere i loro segreti più intimi e si scoprono man mano particolari scabrosi. Così anche l'incontro quotidiano per una partita a carte tra comari diventa la metafora di un ardito gioco della verità, che lacera il velo di falso provincialismo e svela le vere motivazioni che stanno dietro le scelte di ciascuno. Il ricordo di quei tempi, degli indicibili riti satanici che vi si praticavano e l’influsso negativo che l’Abbazia, nell’immaginario collettivo  continua a trasmettere, servirà da giustificazione per qualsiasi gesto compiuto e susciterà qualche preoccupazione negli abitanti del paese quando uno dei quattro anziani sarà ritrovato morto nella sua stanza.
Come è nata l’idea di questo nuovo romanzo?
E’ nata per caso. Stavo parlando con un mio collega giornalista di Fernando Pessoa e dei suoi molti eteronimi, così è venuto fuori che lo stesso Pessoa aveva avuto a che fare con un “mago”. Ricordo che il mio amico non volle dirmi il nome perché aveva quasi timore a pronunciarlo, e la cosa mi incuriosì. Così cominciai a fare delle ricerche, a rileggere i libri di Pessoa per trovare una traccia e… ho scoperto Crowley.
E dell’Abbazia?
L’Abbazia è esistita veramente. Sono stato anche a Cefalù chiedendo in giro informazioni su come arrivarci, ma tutti quelli che ho contattato mi dicevano di non saperne niente. O forse non volevano dirmi niente. Alla fine è stata una signora che gestisce una tabaccheria a darmi delle indicazioni mentre gli uffici, diciamo così, preposti, non avevano mai sentito parlare dell’Abbazia. Comunque adesso, dopo anni di incuria qualcuno sta cercando di portarla al “vecchio splendore”. Credo che sarebbe un buon biglietto “turistico” per Cefalù e per chi ama l’esoterismo.
Ed hai fatto ricerche su Crowley?
Certo, ovviamente non approfondite come può farle uno che vuole scrivere un saggio. Per me Crowley era, diciamo così, un pretesto per giustificare determinati eventi che descrivo nel romanzo. Sai come funziona nelle credenze popolari; quando qualcuno pensa di essere oggetto di malocchio e maledizioni, anche se commette un omicidio trova il modo di giustificarlo. E ho scoperto pure che Crowley ce l’avevo in casa perché la sua faccia è nella copertina di “Sgt Pepper’s Lonely Heart club band” dei Beatles. Senza contare che se qualcuno guarda attentamente il 33 giri “Led Zeppellin III” troverà due frasi di Crowley che Jimmy Page fece scrivere nella parte non registrata. E gli esempi potrebbero continuare fino a David Bowie.
Dopo il primo romanzo ambientato a Brighton e un secondo, una intervista dentro un carcere, adesso l’ambientazione è tipicamente siciliana, decisamente più familiare per te che sei di Sciacca...
Si, il romanzo è ambientato a Cefalù, ma il riferimento all’Inghilterra c’è sempre. Crowley era inglese. Non so perché mi ispirano le città e i personaggi inglesi. Oltretutto io in Inghilterra non ci sono mai andato!

http://sciacca.agrigentosette.it/cultura/libri/maledizione-abbazia-thelema-romanzo-accursio-soldano-2016-9608.php



martedì 1 marzo 2016

LA MALEDIZIONE DELL'ABBAZIA DI THELEMA (CAPITOLO VI)

  Il Mistretta prese in mano il mazzo di carte e cominciò a mischiarle. La mano precedente l’aveva vinta Nina, forse perché era rimasta concentrata a contare il numero di briscole che uscivano dal mazzo piuttosto che sul racconto della sua amica, o forse perché così doveva andare. E mentre mischiava molto lentamente chiese alle due sorelle se ci credevano veramente, se davvero credevano a quella diceria della maledizione che gravava sul paese e se erano ancora convinte che quell’uomo che sessantanni addietro era stato cacciato dal paese fosse davvero un satanista.
"Io non so se dentro quella casa si facevano riti satanici" rispose Brigida "e nemmeno se quello era il figlio di satana in persona, un adoratore del diavolo o solo un maledetto imbroglione e pervertito, ma di certo sono successe un mucchio di cose strane. Sia quando era abitata, che quando se ne andarono tutti. E saranno pure dicerie di paese" aggiunse "ma una diceria non dura sessantanni, prima o poi finisce. O No?"
"Prima o poi… " rispose Mistretta
"Beh, questa non è finita, né prima né poi"
"Lasciate questa condizione di innumerevoli limiti" disse Peppina "sia così per tutto te stesso, non hai altro diritto che fare la tua volontà"
Ci fu un attimo di silenzio.
"Non guardatemi malamente" aggiunse "non sono diventata allitterata tutto d’un tratto, è scritto in un libro che mi regalò Lea quando lavoravamo insieme, si chiama il libro della legge e pare che l’abbia scritto quell’essere demoniaco. Ma siccome quella frase mi piaceva l’ho imparata a memoria"
Ci fu ancora un attimo di silenzio rotto dalla voce di Brigida che invitò Michele Mistretta a distribuire le carte.

Si ricominciava a giocare sul serio. 
E nessuno aveva fatto commenti sul suo passato da prostituta.

Il romanzo sarà nelle librerie a partire da Aprile 2016
Potete prenotarlo qui: http://www.edizionileucotea.it 

domenica 21 febbraio 2016

LA MALEDIZIONE DELL'ABBAZIA DI THELEMA (PARTE II)

CAPITOLO I
(parte seconda) 

Più che una vera Abbazia, che a primo acchito può far pensare alla presenza di preti o di suore dediti alla vita monastica alla preghiera e all’agricoltura biologica, quella costruzione immersa in mezzo agli olivi era una casa ad un solo piano, costruita in pietra con mura spesse dipinte di bianco ed il tetto fatto con tegole di colore rosso. Di proprietà del Barone Carlo La Calce, grazie ai buoni uffici di Don Giosuè, un vecchio sensale che gestiva un piccolo negozio in centro, molti anni addietro era stata affittata ad un distinto signore inglese che un giorno di fine marzo arrivò in paese in compagnia di una donna e due bambini. Chi fossero in realtà quegli stranieri, i paesani lo scoprirono alcuni anni più tardi quando i carabinieri si presentarono con un ordine di sgombero firmato da Benito Mussolini e li cacciarono via.
Ma per il barone La Calce, quei due erano Sir Alastor de Kerval e la Contessa Leah Harcourt.
Almeno così c’era scritto nel contratto d’affitto.
  Di quella vicenda, così come di altri accadimenti della sua vita, nonna Peppina non ne aveva mai parlato con nessuno tranne che con sua nipote Rosalia, e una sera d’estate, stanca delle insistenze della ragazzina che voleva conoscere sempre nuove storie, gli raccontò della piccola Poupée e di come la vita in quella piccola casa di contrada Santa Barbara, dal giorno della morte di quella bambina cambiò radicalmente.
Non era una bella storia e nonna Peppina non la ricordava volentieri, ma gliela raccontò.
  La piccola Poupée arrivò a Cefalù che era ancora in fasce la mattina di mercoledì 14 aprile del 1920 insieme ad una giovane donna ben vestita e gentile nei modi che mostrava orgogliosamente il pancione. Aveva i capelli  neri corti, le labbra piccole e serrate e scese a fatica dal treno tenendola in braccio avvolta in una piccola coperta bianca e stringendola al petto quasi come a proteggerla dagli sguardi indiscreti dei paesani. Al loro arrivo c'era ad accoglierle quello che tutti conoscevano come Sir Alastor de Kerval che sorridendo diede un bacio sulla guancia alla donna e prese con se la bambina. Poi si incamminarono su per la salita che li avrebbe portati all'Abbazia dove ad attenderli c'era la contessa Leah Harcourt che aveva preparato il pranzo.
 Di Poupée, delle due donne e dei bambini per qualche mese non si seppe più niente, ma in paese erano tutti convinti che quelle femmine erano due prostitute con le quali quell'uomo andava a letto a piacimento.
Non si ebbero notizie fino a quando lo stesso Sir Alastor una mattina di maggio, alla buon'ora, scese in paese per spedire un telegramma ad un noto medico di Napoli chiedendogli di inviargli un farmaco. Solo allora si seppe che quella bambina scesa dal treno in braccio alla madre stava poco bene e peggiorava ogni giorno di più senza che nessuno riuscisse a trovare un rimedio. E d'altronde si poteva fare ben poco per salvare dalla morte una bimba che non riusciva ad assorbire quel poco che mangiava e che lentamente si stava consumando. Soprattutto se nessun dottore andava a visitarla ed era vietato persino avvicinarsi a quella casa.
 I vecchi del paese, che grazie all'impiegato delle poste erano venuti a conoscenza della tragica situazione in cui si trovava quella famiglia che abitava in contrada Santa Barbara non si lasciarono scappare l'occasione per mettere in mostra le loro conoscenze in fatto di medicinali e rimedi naturali, ma quando uno di loro, un pecoraio che pascolava le sue pecore vicino al cimitero asserì di aver visto quell'uomo consultare un vecchio libro ingiallito in cui c'erano raffigurati strani disegni e recitare incomprensibili riti magici, cominciarono a credere che la maledizione di Dio fosse caduta su quella famiglia e in quella casa e che per quella povera creatura non ci sarebbe stato niente da fare.
 Questa convinzione si rafforzò ancor di più nei giorni a venire quando il 14 ottobre videro scendere dal treno quella stessa donna che mesi prima era arrivata con la bimba in braccio. Stavolta era sola ed aveva gli occhi lucidi. Ci volle poco a capire che la medicina arrivata da Napoli non aveva sortito alcun effetto e che la piccola Poupée era deceduta in un lettino dell'ospedale di Palermo dove giorni prima era stata ricoverata.
 In verità ai paesani non interessava molto dello stato di salute di quella strana gente, anzi erano abbastanza contrariati dal fatto che se ne stessero sempre rinchiusi in quella casa di campagna e non dessero confidenza a chicchessia. Questo strano modo di comportarsi li faceva apparire eccentrici e pericolosi, roba da non averci niente a che fare.

Ma se è vero che senza una testimonianza diretta nessuno poté mai affermare con certezza cosa accadde in quei giorni dentro quelle stanze ciò non impedì loro di formulare ipotesi e lasciarsi andare alle più fantasiose teorie. Di una cosa erano sicuri: la morte della piccola aveva portato lo scompiglio in quella strana famiglia perché la madre, forse per gelosia o perché ne era veramente convinta, diede la colpa di quel decesso a quell'altra donna che abitava assieme a loro accusandola di avere esercitato delle terribili stregonerie non solo per far morire la bambina ma anche per farla abortire del figlio che portava in grembo....

sabato 20 febbraio 2016

LA MALEDIZIONE DELL'ABBAZIA DI THELEMA

CAPITOLO I

 Giuseppina Martorana morì venerdì 13 marzo 1991 con dieci anni di ritardo rispetto al previsto.
I dottori le avevano dato poco tempo da vivere quando un decennio prima era stata portata in ospedale per una caduta accidentale con conseguente frattura del femore. In più aveva un fastidioso principio di raffreddore. Fatto due più due, operata e ingessata, i medici dichiararono che l'operazione era andata bene, ma che considerata l'età e lo stato di salute cagionevole della donna potevano insorgere conseguenze abbastanza gravi e non prevedibili. E consigliarono ai parenti di riportarsela a casa. Quella scivolata non prevista causata dal pavimento ancora bagnato e il bollettino medico non certo incoraggiante fecero temere il peggio e suscitarono nella famiglia una forte preoccupazione buttando nello sconforto la piccola nipote Rosalia; una bimba di dieci anni diventata suo malgrado la confidente preferita della nonna alla quale raccontava momenti della sua vita.
Quando nonna Peppina, a causa del pavimento bagnato scivolò nel bagno e sbatté contro il bidet urlando qualcosa in francese, aveva compiuto da poco ottanta anni. Era nata il 28 giugno del 1901,  passato indenne due guerre, sopravvissuta ad anni di fame e privazioni, fatto tutti i lavori possibili e immaginabili e, considerato che suo figlio, per fortuna, aveva un buon lavoro e il resto della famiglia stava discretamente bene, passava il tempo a predire il futuro con i suoi tarocchi a chi glielo chiedeva ed a togliere il malocchio alle zitelle del paese che per accaparrarsi un fidanzato non esitavano a maledirsi a vicenda augurando alla potenziale rivale in amore tutti i peggiori mali esistenti al mondo. Quel giorno i medici non diedero un responso chiaro sulle condizioni di salute e su cosa intendessero con quel “preparatevi al peggio”, ma da quel “preparatevi” al giorno della sua morte passarono altri dieci anni.
  Quel venerdì, dopo aver finito di mangiare, la vecchia si alzò da tavola, chiuse la porta della sua camera, si sedette sulla vecchia sedia a dondolo e accese la tv per guardare l'ottava puntata dello sceneggiato “I miserabili”. Aveva una cotta per Gastone Moschin e quindi non perdeva nemmeno le repliche. Nessuno, tanto meno sua nipote Rosalia poteva immaginare che aprendo la porta l'avrebbe trovata con la testa reclinata e senza vita mentre sullo schermo del piccolo televisore scorrevano i titoli di coda.
Erano le tre e mezzo del pomeriggio e da quel momento in poi perse anche tutte le puntate di “Portobello”.
  Nonna Peppina viveva insieme a suo figlio Nicola, alla nuora Palmira e alla sua unica nipote Rosalia in una piccola casa di mattoni in Via dei Cipressi. Una viuzza stretta e polverosa, coi marciapiedi stretti e ammattonati male quasi all'uscita del paese ma molto trafficata perché oltre ad essere una via d’uscita per chi volesse andarsene, era anche quella che conduceva al cimitero. Insomma, era l’unica strada che si poteva percorrere sia da vivo che da morto.
Considerata la posizione geografica e la vicinanza al camposanto, era una delle poche zone del paese che aveva resistito alla cementificazione, conservava ancora le casette ad un piano con i tetti fatti di tegole gialle e alla fine della strada resisteva l’unica fontanella ancora intatta dalla quale (ogni tanto) sgorgava l’acqua che proveniva da una sorgente di montagna. Ed era anche per questo motivo che nessuno dei vecchi proprietari se n’era mai voluto andare. Ma la vera ragione, quella che li spingeva a rimanere nelle loro piccole casette e rifiutare un bell’appartamento in centro era la paura della solitudine, il non aver nessuno con cui parlare.
Via dei Cipressi era stretta si, ma dentro ognuna di quelle case ci abitava una famiglia che stava lì da decenni e bene o male (dall’inizio alla fine della strada) si conoscevano tutti. Erano (come dire) vicini di casa a distanza. E allora perché andarsi ad infilare in una di quelle nuove abitazioni a cinque o sei piani che erano spuntate come funghi, creato nuovi quartieri e rovinato la bellezza del paese? Palazzine dalle quali, anche affacciandosi al balcone non si vedeva né un filo d'erba né anima viva con cui parlare.
 In paese nonna Peppina era conosciuta da tutti, ma i giudizi su di lei, come capita spesso a chi si costruisce una certa fama, erano contrastanti e derivavano non solo dalla sua capacità di leggere i tarocchi, ma soprattutto dal fatto che nessuno dei compaesani conosceva il suo passato, quindi per uno strano codice etico non scritto, era lecito inventarsi di tutto. Qualcuno la identificava con una vecchia fattucchiera che aveva fatto un patto col diavolo, molti la consideravano una santa donna che con le sue carte aveva aiutato ed aiutava tante persone in difficoltà. Per i più giovani era semplicemente nonna Peppina, la madre di Nicola, quello che vendeva CD di canzone napoletane e ogni giorno girava il paese col suo piccolo carretto e la musica a tutto volume.
 Di Nonna Peppina si diceva che sapesse leggere i tarocchi perché da giovane aveva frequentato, seppur per poco tempo, quella vecchia villetta in contrada Santa Barbara che tutti conoscevano come l'Abbazia di Thelema. Ma erano solo voci, chiacchiere di paese non confermate e messe in giro da vecchie invidiose rincitrullite con gli anni...