giovedì 17 marzo 2016

LA MALEDIZIONE DELL'ABBAZIA DI THELEMA (qualche rigo...)

  
La storia gliel'aveva raccontata il suo predecessore, Don Antonio, prima di lasciargli il posto alla parrocchia e trasferirsi a Palermo. Gli aveva parlato di quella casa abbandonata in contrada Santa Barbara, di quel losco figuro che rispondeva al nome di Aleister Crowley figlio di un demonio che era venuto dalla lontana Inghilterra a portare la maledizione di Dio su tutto il paese e di come, malgrado fossero passati tanti anni qualcuno credeva ancora che quelle stanze fossero maledette.
A mantenere viva questa credenza erano i vecchi e soprattutto quei pochi testimoni che ancora potevano raccontare del giorno in cui insieme ai carabinieri scortarono fino al treno quei figli di satana e scacciarono il diavolo che era arrivato in Sicilia per edificare il suo tempio in mezzo alla campagna cefaludese. I giovani invece ci ridevano sopra, ne avevano sentito parlare ma non ne avevano paura, anzi qualcuno ci andava apposta per pisciare sui muri.
  Il vecchio prete gli raccomandò di tenere vivo il ricordo di quei tempi perché anche se quella casa era mezza crollata e non ci abitava più nessuno da tanto tempo, rappresentava un ottimo esempio per ricordare ai fedeli quanto il diavolo può essere pericoloso e quanto è bravo ad avvicinarsi all'uomo senza che questi se ne accorga.

  Con la storia del diavolo tentatore che era arrivato in paese con la faccia di un uomo elegante e in compagnia di una donna e un bambino portando il suo influsso maligno in ogni casa, Don Antonio ci aveva campato trent'anni continuando ad alimentare nei parrocchiani il timore che quella situazione potesse ripetersi, sostenendo che solo la vicinanza alla chiesa, la carità, la confessione e la comunione dei peccati rendevano immuni dalle tentazioni. Ovviamente, le donne, proprio per la loro natura peccaminosa che si tramandava dai tempi di Eva erano le più esposte ad essere ammaliate e colpite da satana tentatore che le avrebbe trascinate nelle fiamme dell'inferno, quindi, per essere sicure di non cadere nell'inganno non potevano e non dovevano mancare ad una messa domenicale. 
E quando diceva questo alzava il dito indice della mano destra e guardava tutti con sguardo severo.....
Il romanzo sarà nelle librerie a partire dal 12 aprile
Oppure potete richiederlo qui:
http://www.edizionileucotea.it/it/

LA CRUSCA DICE CHE CON L'ARANCINO SI PUO' COLAZIONARE

Ma insomma, si dice arancino a arancina? Il presidente dell'Accademia nazionale della Crusca Francesco Sabatini, intervenuto all'istituto comprensivo Buonarroti di Palermo per presentare l'ultima edizione del suo libro, Conosco la mia lingua propende per la prima forma perché solitamente i diminutivi vanno al maschile. L'arancia è femminile, ma la trasformazione in un'altra cosa dovrebbe far cambiare il genere grammaticale. Alla fine però ha aggiunto che l'importante non è come si pronuncia ma chi lo fa meglio. Che poi maschio o femmina, a punta o rotonda, è sempre la fine del mondo.
Insomma, ultimamente pare che i quesiti più importanti, a partire da petaloso, siano legati alla lingua italiana, al modo di dire e alla capacità di inventarsi parole nuove.
Fino a poco tempo fa, ad esempio, nessuno usava il termine apericena, adesso è diventato di uso comune, ma secondo una analisi della stessa accademia della crusca, ogni giorno arrivano nuove segnalazioni. Si parte da colazionare (termine molto in voga in alcuni ambienti) a pisellabile (di cui non conosciamo il significato), da patatoso a inzuppare a watszappare e via dicendo.

Per tornare all'arancina o arancino, se vogliamo entrare in una rosticceria o un bar e usare parole nuove potremmo chiedere quella cosa profumosa pallinosa mandibolare di forma polpettosa che mangiano tutti i babbani. 
E se il barista non capisce, chiedete un'arancina alla carne.

giovedì 10 marzo 2016

INTERVISTA SU AGRIGENTOSETTE

Dopo i sorprendenti successi de "Il venditore di attimi" e "Aspettando Mr. Wolf", lo scrittore e giornalista saccense racconta com'è nata la sua ultima fatica letteraria ambientata a Cefalù e che si rifà alla vera storia del satanista inglese Aleister Crowley

di Michele Scimè - 10/03/2016

E’ in uscita il terzo romanzo dello scrittore e giornalista Accursio Soldano. Dopo il fortunato esordio con “Il venditore di attimi” (dal quale è stata tratta una commedia messa in scena al Fringe Festival di Roma) e “Aspettando Mr. Wolf” (menzione d’onore al concorso letterario UnicaMilano) ad aprile arriva nelle librerie “La maledizione dell’Abbazia di Thelema” (Leucotea edizioni). E come negli altri due romanzi, l’autore si “diverte” ad inserire personaggi inventati in contesti reali ed a farli interagire con persone realmente esistite.
La vicenda si svolge all’ombra di una strana maledizione che secondo la credenza popolare ha colpito il paese di Cefalù da quando, nel 1920, il satanista Aleister Crowley decise di creare proprio lì la sua Abbazia di Thelema, ovvero il “tempio” dove mettere in pratica le sue idee e accogliere i suoi discepoli. La storia dice che alcuni anni dopo, nell’aprile del 1923, Crowley e i suoi seguaci fuorno scacciati dietro ordine di Benito Mussolini preoccupato dall’influsso negativo che lo stesso esercitava sugli abitanti e sull’onda di alcuni articoli pubblicati dal giornale inglese Sunday Express che definiva Crowley con l’appellativo di “La bestia 666”.
Il libro racconta la storia di quattro persone che in età avanzata si ritrovano, nelle sere d’inverno, a giocare a carte per stare in compagnia. In un modo o nell’altro, i quattro (tre donne e un uomo) hanno trascorso tutta la loro esistenza da soli, non si sono mai sposati e hanno vissuto tranquillamente la loro vita. Almeno così credono tutti. Ma una sera, una di loro confessa che in gioventù, partita dal suo paesello prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, aveva fatto la prostituta in un bordello parigino e che il padre di suo figlio non era un soldato francese morto in guerra, ma frutto di una notte a pagamento al “One two two” uno dei più famosi bordelli francesi di cui Soldano, con una ricerca attenta, descrive persino l’arredamento delle stanze.
Dopo questa “confessione” gli altri tre compagni di briscola decidono di condividere i loro segreti più intimi e si scoprono man mano particolari scabrosi. Così anche l'incontro quotidiano per una partita a carte tra comari diventa la metafora di un ardito gioco della verità, che lacera il velo di falso provincialismo e svela le vere motivazioni che stanno dietro le scelte di ciascuno. Il ricordo di quei tempi, degli indicibili riti satanici che vi si praticavano e l’influsso negativo che l’Abbazia, nell’immaginario collettivo  continua a trasmettere, servirà da giustificazione per qualsiasi gesto compiuto e susciterà qualche preoccupazione negli abitanti del paese quando uno dei quattro anziani sarà ritrovato morto nella sua stanza.
Come è nata l’idea di questo nuovo romanzo?
E’ nata per caso. Stavo parlando con un mio collega giornalista di Fernando Pessoa e dei suoi molti eteronimi, così è venuto fuori che lo stesso Pessoa aveva avuto a che fare con un “mago”. Ricordo che il mio amico non volle dirmi il nome perché aveva quasi timore a pronunciarlo, e la cosa mi incuriosì. Così cominciai a fare delle ricerche, a rileggere i libri di Pessoa per trovare una traccia e… ho scoperto Crowley.
E dell’Abbazia?
L’Abbazia è esistita veramente. Sono stato anche a Cefalù chiedendo in giro informazioni su come arrivarci, ma tutti quelli che ho contattato mi dicevano di non saperne niente. O forse non volevano dirmi niente. Alla fine è stata una signora che gestisce una tabaccheria a darmi delle indicazioni mentre gli uffici, diciamo così, preposti, non avevano mai sentito parlare dell’Abbazia. Comunque adesso, dopo anni di incuria qualcuno sta cercando di portarla al “vecchio splendore”. Credo che sarebbe un buon biglietto “turistico” per Cefalù e per chi ama l’esoterismo.
Ed hai fatto ricerche su Crowley?
Certo, ovviamente non approfondite come può farle uno che vuole scrivere un saggio. Per me Crowley era, diciamo così, un pretesto per giustificare determinati eventi che descrivo nel romanzo. Sai come funziona nelle credenze popolari; quando qualcuno pensa di essere oggetto di malocchio e maledizioni, anche se commette un omicidio trova il modo di giustificarlo. E ho scoperto pure che Crowley ce l’avevo in casa perché la sua faccia è nella copertina di “Sgt Pepper’s Lonely Heart club band” dei Beatles. Senza contare che se qualcuno guarda attentamente il 33 giri “Led Zeppellin III” troverà due frasi di Crowley che Jimmy Page fece scrivere nella parte non registrata. E gli esempi potrebbero continuare fino a David Bowie.
Dopo il primo romanzo ambientato a Brighton e un secondo, una intervista dentro un carcere, adesso l’ambientazione è tipicamente siciliana, decisamente più familiare per te che sei di Sciacca...
Si, il romanzo è ambientato a Cefalù, ma il riferimento all’Inghilterra c’è sempre. Crowley era inglese. Non so perché mi ispirano le città e i personaggi inglesi. Oltretutto io in Inghilterra non ci sono mai andato!

http://sciacca.agrigentosette.it/cultura/libri/maledizione-abbazia-thelema-romanzo-accursio-soldano-2016-9608.php



martedì 1 marzo 2016

LA MALEDIZIONE DELL'ABBAZIA DI THELEMA (CAPITOLO VI)

  Il Mistretta prese in mano il mazzo di carte e cominciò a mischiarle. La mano precedente l’aveva vinta Nina, forse perché era rimasta concentrata a contare il numero di briscole che uscivano dal mazzo piuttosto che sul racconto della sua amica, o forse perché così doveva andare. E mentre mischiava molto lentamente chiese alle due sorelle se ci credevano veramente, se davvero credevano a quella diceria della maledizione che gravava sul paese e se erano ancora convinte che quell’uomo che sessantanni addietro era stato cacciato dal paese fosse davvero un satanista.
"Io non so se dentro quella casa si facevano riti satanici" rispose Brigida "e nemmeno se quello era il figlio di satana in persona, un adoratore del diavolo o solo un maledetto imbroglione e pervertito, ma di certo sono successe un mucchio di cose strane. Sia quando era abitata, che quando se ne andarono tutti. E saranno pure dicerie di paese" aggiunse "ma una diceria non dura sessantanni, prima o poi finisce. O No?"
"Prima o poi… " rispose Mistretta
"Beh, questa non è finita, né prima né poi"
"Lasciate questa condizione di innumerevoli limiti" disse Peppina "sia così per tutto te stesso, non hai altro diritto che fare la tua volontà"
Ci fu un attimo di silenzio.
"Non guardatemi malamente" aggiunse "non sono diventata allitterata tutto d’un tratto, è scritto in un libro che mi regalò Lea quando lavoravamo insieme, si chiama il libro della legge e pare che l’abbia scritto quell’essere demoniaco. Ma siccome quella frase mi piaceva l’ho imparata a memoria"
Ci fu ancora un attimo di silenzio rotto dalla voce di Brigida che invitò Michele Mistretta a distribuire le carte.

Si ricominciava a giocare sul serio. 
E nessuno aveva fatto commenti sul suo passato da prostituta.

Il romanzo sarà nelle librerie a partire da Aprile 2016
Potete prenotarlo qui: http://www.edizionileucotea.it 

domenica 21 febbraio 2016

LA MALEDIZIONE DELL'ABBAZIA DI THELEMA (PARTE II)

CAPITOLO I
(parte seconda) 

Più che una vera Abbazia, che a primo acchito può far pensare alla presenza di preti o di suore dediti alla vita monastica alla preghiera e all’agricoltura biologica, quella costruzione immersa in mezzo agli olivi era una casa ad un solo piano, costruita in pietra con mura spesse dipinte di bianco ed il tetto fatto con tegole di colore rosso. Di proprietà del Barone Carlo La Calce, grazie ai buoni uffici di Don Giosuè, un vecchio sensale che gestiva un piccolo negozio in centro, molti anni addietro era stata affittata ad un distinto signore inglese che un giorno di fine marzo arrivò in paese in compagnia di una donna e due bambini. Chi fossero in realtà quegli stranieri, i paesani lo scoprirono alcuni anni più tardi quando i carabinieri si presentarono con un ordine di sgombero firmato da Benito Mussolini e li cacciarono via.
Ma per il barone La Calce, quei due erano Sir Alastor de Kerval e la Contessa Leah Harcourt.
Almeno così c’era scritto nel contratto d’affitto.
  Di quella vicenda, così come di altri accadimenti della sua vita, nonna Peppina non ne aveva mai parlato con nessuno tranne che con sua nipote Rosalia, e una sera d’estate, stanca delle insistenze della ragazzina che voleva conoscere sempre nuove storie, gli raccontò della piccola Poupée e di come la vita in quella piccola casa di contrada Santa Barbara, dal giorno della morte di quella bambina cambiò radicalmente.
Non era una bella storia e nonna Peppina non la ricordava volentieri, ma gliela raccontò.
  La piccola Poupée arrivò a Cefalù che era ancora in fasce la mattina di mercoledì 14 aprile del 1920 insieme ad una giovane donna ben vestita e gentile nei modi che mostrava orgogliosamente il pancione. Aveva i capelli  neri corti, le labbra piccole e serrate e scese a fatica dal treno tenendola in braccio avvolta in una piccola coperta bianca e stringendola al petto quasi come a proteggerla dagli sguardi indiscreti dei paesani. Al loro arrivo c'era ad accoglierle quello che tutti conoscevano come Sir Alastor de Kerval che sorridendo diede un bacio sulla guancia alla donna e prese con se la bambina. Poi si incamminarono su per la salita che li avrebbe portati all'Abbazia dove ad attenderli c'era la contessa Leah Harcourt che aveva preparato il pranzo.
 Di Poupée, delle due donne e dei bambini per qualche mese non si seppe più niente, ma in paese erano tutti convinti che quelle femmine erano due prostitute con le quali quell'uomo andava a letto a piacimento.
Non si ebbero notizie fino a quando lo stesso Sir Alastor una mattina di maggio, alla buon'ora, scese in paese per spedire un telegramma ad un noto medico di Napoli chiedendogli di inviargli un farmaco. Solo allora si seppe che quella bambina scesa dal treno in braccio alla madre stava poco bene e peggiorava ogni giorno di più senza che nessuno riuscisse a trovare un rimedio. E d'altronde si poteva fare ben poco per salvare dalla morte una bimba che non riusciva ad assorbire quel poco che mangiava e che lentamente si stava consumando. Soprattutto se nessun dottore andava a visitarla ed era vietato persino avvicinarsi a quella casa.
 I vecchi del paese, che grazie all'impiegato delle poste erano venuti a conoscenza della tragica situazione in cui si trovava quella famiglia che abitava in contrada Santa Barbara non si lasciarono scappare l'occasione per mettere in mostra le loro conoscenze in fatto di medicinali e rimedi naturali, ma quando uno di loro, un pecoraio che pascolava le sue pecore vicino al cimitero asserì di aver visto quell'uomo consultare un vecchio libro ingiallito in cui c'erano raffigurati strani disegni e recitare incomprensibili riti magici, cominciarono a credere che la maledizione di Dio fosse caduta su quella famiglia e in quella casa e che per quella povera creatura non ci sarebbe stato niente da fare.
 Questa convinzione si rafforzò ancor di più nei giorni a venire quando il 14 ottobre videro scendere dal treno quella stessa donna che mesi prima era arrivata con la bimba in braccio. Stavolta era sola ed aveva gli occhi lucidi. Ci volle poco a capire che la medicina arrivata da Napoli non aveva sortito alcun effetto e che la piccola Poupée era deceduta in un lettino dell'ospedale di Palermo dove giorni prima era stata ricoverata.
 In verità ai paesani non interessava molto dello stato di salute di quella strana gente, anzi erano abbastanza contrariati dal fatto che se ne stessero sempre rinchiusi in quella casa di campagna e non dessero confidenza a chicchessia. Questo strano modo di comportarsi li faceva apparire eccentrici e pericolosi, roba da non averci niente a che fare.

Ma se è vero che senza una testimonianza diretta nessuno poté mai affermare con certezza cosa accadde in quei giorni dentro quelle stanze ciò non impedì loro di formulare ipotesi e lasciarsi andare alle più fantasiose teorie. Di una cosa erano sicuri: la morte della piccola aveva portato lo scompiglio in quella strana famiglia perché la madre, forse per gelosia o perché ne era veramente convinta, diede la colpa di quel decesso a quell'altra donna che abitava assieme a loro accusandola di avere esercitato delle terribili stregonerie non solo per far morire la bambina ma anche per farla abortire del figlio che portava in grembo....

sabato 20 febbraio 2016

LA MALEDIZIONE DELL'ABBAZIA DI THELEMA

CAPITOLO I

 Giuseppina Martorana morì venerdì 13 marzo 1991 con dieci anni di ritardo rispetto al previsto.
I dottori le avevano dato poco tempo da vivere quando un decennio prima era stata portata in ospedale per una caduta accidentale con conseguente frattura del femore. In più aveva un fastidioso principio di raffreddore. Fatto due più due, operata e ingessata, i medici dichiararono che l'operazione era andata bene, ma che considerata l'età e lo stato di salute cagionevole della donna potevano insorgere conseguenze abbastanza gravi e non prevedibili. E consigliarono ai parenti di riportarsela a casa. Quella scivolata non prevista causata dal pavimento ancora bagnato e il bollettino medico non certo incoraggiante fecero temere il peggio e suscitarono nella famiglia una forte preoccupazione buttando nello sconforto la piccola nipote Rosalia; una bimba di dieci anni diventata suo malgrado la confidente preferita della nonna alla quale raccontava momenti della sua vita.
Quando nonna Peppina, a causa del pavimento bagnato scivolò nel bagno e sbatté contro il bidet urlando qualcosa in francese, aveva compiuto da poco ottanta anni. Era nata il 28 giugno del 1901,  passato indenne due guerre, sopravvissuta ad anni di fame e privazioni, fatto tutti i lavori possibili e immaginabili e, considerato che suo figlio, per fortuna, aveva un buon lavoro e il resto della famiglia stava discretamente bene, passava il tempo a predire il futuro con i suoi tarocchi a chi glielo chiedeva ed a togliere il malocchio alle zitelle del paese che per accaparrarsi un fidanzato non esitavano a maledirsi a vicenda augurando alla potenziale rivale in amore tutti i peggiori mali esistenti al mondo. Quel giorno i medici non diedero un responso chiaro sulle condizioni di salute e su cosa intendessero con quel “preparatevi al peggio”, ma da quel “preparatevi” al giorno della sua morte passarono altri dieci anni.
  Quel venerdì, dopo aver finito di mangiare, la vecchia si alzò da tavola, chiuse la porta della sua camera, si sedette sulla vecchia sedia a dondolo e accese la tv per guardare l'ottava puntata dello sceneggiato “I miserabili”. Aveva una cotta per Gastone Moschin e quindi non perdeva nemmeno le repliche. Nessuno, tanto meno sua nipote Rosalia poteva immaginare che aprendo la porta l'avrebbe trovata con la testa reclinata e senza vita mentre sullo schermo del piccolo televisore scorrevano i titoli di coda.
Erano le tre e mezzo del pomeriggio e da quel momento in poi perse anche tutte le puntate di “Portobello”.
  Nonna Peppina viveva insieme a suo figlio Nicola, alla nuora Palmira e alla sua unica nipote Rosalia in una piccola casa di mattoni in Via dei Cipressi. Una viuzza stretta e polverosa, coi marciapiedi stretti e ammattonati male quasi all'uscita del paese ma molto trafficata perché oltre ad essere una via d’uscita per chi volesse andarsene, era anche quella che conduceva al cimitero. Insomma, era l’unica strada che si poteva percorrere sia da vivo che da morto.
Considerata la posizione geografica e la vicinanza al camposanto, era una delle poche zone del paese che aveva resistito alla cementificazione, conservava ancora le casette ad un piano con i tetti fatti di tegole gialle e alla fine della strada resisteva l’unica fontanella ancora intatta dalla quale (ogni tanto) sgorgava l’acqua che proveniva da una sorgente di montagna. Ed era anche per questo motivo che nessuno dei vecchi proprietari se n’era mai voluto andare. Ma la vera ragione, quella che li spingeva a rimanere nelle loro piccole casette e rifiutare un bell’appartamento in centro era la paura della solitudine, il non aver nessuno con cui parlare.
Via dei Cipressi era stretta si, ma dentro ognuna di quelle case ci abitava una famiglia che stava lì da decenni e bene o male (dall’inizio alla fine della strada) si conoscevano tutti. Erano (come dire) vicini di casa a distanza. E allora perché andarsi ad infilare in una di quelle nuove abitazioni a cinque o sei piani che erano spuntate come funghi, creato nuovi quartieri e rovinato la bellezza del paese? Palazzine dalle quali, anche affacciandosi al balcone non si vedeva né un filo d'erba né anima viva con cui parlare.
 In paese nonna Peppina era conosciuta da tutti, ma i giudizi su di lei, come capita spesso a chi si costruisce una certa fama, erano contrastanti e derivavano non solo dalla sua capacità di leggere i tarocchi, ma soprattutto dal fatto che nessuno dei compaesani conosceva il suo passato, quindi per uno strano codice etico non scritto, era lecito inventarsi di tutto. Qualcuno la identificava con una vecchia fattucchiera che aveva fatto un patto col diavolo, molti la consideravano una santa donna che con le sue carte aveva aiutato ed aiutava tante persone in difficoltà. Per i più giovani era semplicemente nonna Peppina, la madre di Nicola, quello che vendeva CD di canzone napoletane e ogni giorno girava il paese col suo piccolo carretto e la musica a tutto volume.
 Di Nonna Peppina si diceva che sapesse leggere i tarocchi perché da giovane aveva frequentato, seppur per poco tempo, quella vecchia villetta in contrada Santa Barbara che tutti conoscevano come l'Abbazia di Thelema. Ma erano solo voci, chiacchiere di paese non confermate e messe in giro da vecchie invidiose rincitrullite con gli anni...  

sabato 6 febbraio 2016

UNA BELLA RECENSIONE DI ELENA MANCUSO SUL NUOVO ROMANZO DI SERGIO PALUMBO

Cita Shakespeare: “noi siamo della stessa sostanza di cui son fatti i sogni e la nostra breve vita è circondata da un sonno”, lo scrittore e giornalista Sergio Palumbo nelle prime pagine del suo libro “Tre sogni, tre racconti” edito da Le Farfalle, (35 pagine, 10 euro).
E da lì inizia un viaggio letterario che si articola in una terna di storie tra realtà e leggenda, sogno e fiaba. Da dove emerge “l’accuratezza per una Sicilia mitizzata e il gusto per una narrazione nitida”, come annota nella prefazione al testo arricchito da alcune immagini dal sapore onirico, Angelo Scandurra. Tra le pagine si dipana uno stupefacente mondo altro, parallelo, immaginifico, partendo da personaggi, oggetti e luoghi sensibili.
Ne “Il segreto del raggio verde”, prende corpo la stralunata figura del barone Casimiro Piccolo di Calanovella, cultore della metafisica e pittore di acquerelli “magici”. Le sue fate e i suoi gnomi si materializzano quando un eccezionale fenomeno naturale propizia l’incantesimo a Villa Piccolo, la solitaria magione orlandina in cui viveva l’aristocratico occultista. “Quel raro fenomeno ottico – scrive Palumbo – quel sottile strato luminoso verde-azzurro che dura pochi secondi ci aveva regalato un intimo infinito di magia e poesia”. Ed ecco in sogno spuntare il barone che “somigliava al mago di uno dei suoi acquarelli, col cappello a punta e una casacca blu che ricopriva l’intera figura. Il volto era la caricatura del vero Casimiro. Un naso aguzzo, enorme e sanguigno, sporgeva da una lunga barba d’avorio che terminava ad uncino lasciando intravedere appena il disegno della bocca”. Parlava piano e raccontò di un suo viaggio iniziatico che “lo portò a diventare come gli gnomi e a stare con loro ogni tanto nel villaggio di villa Piccolo”.
Nel secondo racconto “Visione al castagno dei cento cavalli” viene descritto un contatto sciamanico tra il protagonista della storia e una pianta cosmica, che è fonte di energia spirituale, come nella leggenda medievale. Il millenario, gigantesco albero che si trova ancora alle falde dell’Etna, rivela in sogno il prodigioso incontro con una regina che sotto di esso, per via di un furioso temporale, aveva trovato riparo molti secoli prima. “Guardandolo per l’ultima volta – scrive l’autore – fui preso dal dubbio: è stato un incantesimo a portarmi fin qui o sono stato io a volerlo? Ho visto degli spettri oppure è stato un sogno? Addio castagno dei cento cavalli e grazie per l’emozione che mi hai fatto provare”.
Prende le mosse da suggestioni letterarie lampedusiane, il terzo racconto “La sirena dalla coda rossa” dove viene narrata la storia di Porporina, fanciulla vittima di un crudele sortilegio, che, trasformata in pesce, vaga senza pace tra il lago elvetico Ceresio e Basiluzzo, un’isoletta disabitata nel mare delle Eolie. “Gli scenari sono autentici, molti particolari sono realistici, ma un altro tempo e un altro spazio proiettano in questo caso – annota Scandurra – in una dimensione favolistica e surreale”. “Ma per quale – si interroga Palumbo – altro sortilegio la sirena dalla coda rossa era finita nel mare di Sicilia e perché mai io, comune mortale, che appartenevo a un tempo e a un mondo tanto lontani dai suoi, avevo avuto il privilegio di udirne il malinconico sospiro, sono segreti che probabilmente non si potranno svelare”. Insomma è il sogno l’emblematico filo conduttore delle tre prose, ma si avverte comunque sullo sfondo, appena percepibile, una presenza di ombre femminili tutte legate alla memoria personale dell’autore. “E da tali fantasmi del passato Sergio Palumbo si è lasciato catturare – osserva Scandurra – per la stesura di questi testi che, dentro lo stile trasognato, fanno tralucere gli accadimenti di una vita vissuta, e ora reinventata”. (Foto Giovanni Franco)
Elena Mancuso

lunedì 28 dicembre 2015

LE CICATRICI DI SAL CAT E IL DOLORE DI GEORG TRAKL

Ho visto i lavori di Sal Cat che sono esposti da alcuni giorni nel Centro d’arte Temporaneo che si trova in piazzetta Purgatorio. 
Scrivo “lavori” perché credo che il termine “opere” sia troppo abusato. Ormai tutti fanno “opere” come se la loro produzione (artistica, musicale, teatrale, poetica) meriterebbe di essere tramandata ai posteri; io non lo credo, anzi, molte volte mi sono chiesto chi ha convinto o quale strano meccanismo sia scattato nella mente di certi soggetti affinché mettessero in pubblico le loro “opere”. 
E siccome per questi ho uno spontaneo rigetto, scrivendo di Sal Cat parlerò di “lavori”.
La mostra si chiama “cicatrici”. Non voglio tediare chi leggerà questo articolo con lo spiegare quale significato possa avere questo termine, ma chiarire perché trovo interessanti i lavori di Catanzaro. Non tanto per l’uso di vari materiali (questo lo abbiamo visto in tanti altri lavori) non tanto per l’uso dei colori che già di per sé potrebbero essere il tratto distintivo di un artista né tanto meno per l’uso dei chiodi a “segnare” le cicatrici sulla tela, ma per l’Idea stessa di rappresentare la separazione, la distanza o l’unione, con un oggetto (il chiodo) che nell’immaginario collettivo rappresenta qualcosa di doloroso (i chiodi cantati nel venerdì santo quando affondano nella carne dell’uomo sulla croce) e di contro, qualcosa di “semplicemente” utile (per appendere un quadro).
Visitando la mostra ho avuto una sensazione strana. Per la prima volta dopo tanti anni mi è tornato in mente un saggio di Martin Heidegger (In cammino verso il linguaggio) e la spiegazione che il filosofo tedesco dava ad una frase (una sola frase) di una poesia di Georg Trakl.
La frase diceva “Il dolore ha pietrificato la soglia” che letta così, “semplicemente” potrebbe essere una conseguenza, un rimanere pietrificati da un inaspettato evento doloroso, ovvero il dolore pietrifica tutto ciò che il dolore stesso ha colpito, ma ad una più attenta analisi linguistica risulta chiaro che evoca un fatto già accaduto, qualcosa che dovrebbe appartenere al passato ma che come una “cicatrice” è presente e ben visibile nella soglia davanti casa. 
Che essa sia vista dall’interno o dall’esterno, testimonia il dolore.
E siccome ogni dolore lascia una “cicatrice” che il tempo (malgrado gli sforzi che potremo fare) potrà solo affievolire ma mai coprire completamente, mi sono chiesto da quale prospettiva Sal Cat guardava il mondo mentre sistemava i suoi “chiodi” al centro della sua personale “scena”. 
Si trovava all’interno della casa, impossibilitato come gli invitati di “L’angelo sterminatore” di Bunuel ad uscire? Oppure si trovava all’esterno? E se fosse stato fuori, sarebbe stato capace di entrare?
Ecco l’uso dei chiodi nei lavori di Sal Cat messi lì a dividere e al tempo stesso unire due superfici, due colori, due anime, mi ha fatto ricordare che puoi cercare di unire le due parti di uno stesso lavoro, ma non sempre hai la fortuna di avere una prospettiva privilegiata, e se non sei nelle condizioni di poter scegliere il posto giusto da dove osservare o “parlare” l’importante è trovare qualcosa (un chiodo) o qualcuno (una persona) che riesca a unire le due anime. 
A quel punto, la soglia sarà solo un passaggio verso l’oltre. O per dirla con Heidegger, un cammino verso il linguaggio.


giovedì 26 novembre 2015

PREMIATA DITTA "SEPULVEDA ANIMALI & Co"

Luis Sepulveda ha riscosso un grande successo editoriale con il suo romanzo "Storia di una gabbianella e del gatto che gli insegnò a volare" e considerato che, squadra che vince non si tocca ha continuato con la "Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico", poi è arrivata la "Storia di una lumaca che scoprì l'importanza della lentezza" e adesso arriva la "Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà". 
Ora dico io, capisco che bisogna cavalcare l'onda e scrivere romanzi come se fosse una soap opera, ma a quale altro animale Sepulveda dovrà rompere i cabbasisi nel prossimo romanzo?

sabato 21 novembre 2015

A PROPOSITO DI FRANCO IACCH

Una intervista al quotidiano indipendente “L'indro” è stata rilasciata ieri dal nostro collega giornalista Franco Iacch a Denise Serangelo, analista politico-militare che collabora con il quotidiano. L'intervista rilasciata da Franco Iacch riguardava i famosi F35.
L'articolo della giornalista (e non è la prima volta che intervista Iacch) inizia così: Considerati i recenti fatti di Parigi e l’allarme stagnante del prossimo attacco in Europa, parlare di armamenti e militare sembra scontato. I bombardieri francesi, russi, e americani sorvolano la Siria con lucida spietatezza; e l’Italia? L’Italia vive ancora nell’ambigua disquisizione sul progetto F-35”.
Per capire meglio la situazione, la giornalista si è quindi affidata a Franco Iacch. “Cerchiamo di comprendere come stanno davvero le cose con Franco Iacch, il primo italiano ad aver testato il software dell’F-35 nello scorso maggio in Turchia nel simulatore Lockheed per 25 minuti”.
A parte il fatto che non può che essere motivo di orgoglio (per tutti!) che un giornalista saccense venga additato come esperto in un settore difficile e complicato come l'aeronautica, da segnalare che Iacch scrive anche per “Difesaonline.it” e molti suoi articoli e riflessioni sono ripresi in toto da quotidiani italiani non certo accreditati per analisi militari. Ma se vogliono capirci qualcosa copiano i suoi articoli.
Senza contare che Il sito specializzato russo Gunportal.com.ua, ha tradotto e titolato in prima pagina la sua analisi sulla nave più potente mai realizzata dall'uomo, la Zumwalt, che Radio Iran ha ripreso il suo articolo sui missili Iskander e che suoi articoli sono stati tradotti in diverse lingue per altri importanti siti web e quotidiani.
E siamo qui!
Non voglio fare commenti e chiedermi perché Franco Iacch non ha, a Sciacca e dintorni (visto che nel mondo lo conoscono) quel ruolo che gli compete in campo giornalistico. 
Forse perché non scrive poesie in dialetto? Non scrive canzoni per il carnevale? Non ha vinto nessun premio organizzato da saccensi? Ha una pagina facebook in cui coglioneggia e accanto al nome non ha scritto nessun titolo tipo: "esperto", "critico", "studioso". O semplicemente perché chi emerge dalla mediocrità viene isolato?

Boh?

sabato 14 novembre 2015

ATTACCO ALLA FRANCIA. MI CHIEDO...

Ma veramente potenze militari ed economiche mondiali come la Francia, l'America, la Russia, la Gran Bretagna e l'Italia non riescono a spazzare via dalla faccia della terra questi esaltati dell'Isis? 
Ma per curiosità, a questi, chi gli vende le armi che mettono in bella mostra durante le loro sfilate? e chi gli vende tutte quelle belle automobili tutte colorate uguali che sembrano appena uscite da un concessionario che per fare un favore al cliente ha incaricato una nota agenzia di stampa per mettergli gli adesivi sugli sportelli?
Ma non basta. A poche ore dall'assedio di Parigi, l'ISIS non solo rivendica la strage (chissà che godimento c'è a svelare di avere ammazzato centinaia di persone innocenti), ma su Twitter scrivono "Ora tocca a Roma, Londra e Washington".
Su Twitter. Ovvero su un social network, uno di quegli strumenti moderni che dovrebbero avvicinare le persone, farli dialogare a distanza e invece serve come scatola di pubblicità per proclami.
Beh, continuiamo ad indignarci mentre ci fanno saltare in aria, continuiamo a incazzarci mentre ci ridono alle spalle, ma qualcuno gli spieghi a questi coglioni che Hallah in paradiso accoglie i martiri, chi muore per la propria fede, e manda all'inferno gli assassini che ammazzano per la brama di potere di qualche vecchio califfo. 
E spiegategli anche che non ci sono vergini in Paradiso. Si scopa in terra!